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Come aprire le porte a una lettura informata della Bibbia

Come aprire le porte a una lettura informata della Bibbia

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Descrizione

Tanti lettori regolari della Bibbia si chiedono come si dovrebbero interpretare questa parole antiche e applicarle con integrità e fiducia nella loro vita quotidiana… Fee & Stuart ci presentano le due discipline su cui dobbiamo basare la nostra esplorazione delle Scritture cristiane. Prima viene l’investigazione del significato del messaggio per i primi destinatari – la pratica dell’esegesi nel contesto storico Poi segue il processo di comprensione delle regole per applicare il frutto dello studio alla realtà odierna. Attraverso i secoli Dio ispirò uomini e donne ad annunciare il Suo messaggio, a rivelare il Suo cuore, usando quasi ogni tipo di comunicazione disponibile: narrativa, genealogie, leggi, poesia, oracoli profetici, enigmi, dramma, biografia, parabole, lettere e visioni apocalittiche. In questo testo viene presentato ogni genere letterario, si esamina la sua particolarità storica e si indica con chiari esempi come interpretarlo ed applicarlo oggi.

Proprietà

ISBN: 9788885290334
Produttore:
Patmos
Codice prodotto: 9788885290334
Peso: 0,470kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano
Formato:
Pagine: 335; Cm. 14 x 21; Brossura

Contenuto libro

Introduzione: il bisogno di interpretare; Una buona traduzione: lo strumento fondamentale; Le Epistole: imparare a pensare contestualmente; Le Epistole: le questioni ermeneutiche; La narrativa dell'Antico Testamento: un uso corretto; Atti degli Apostoli: il problema del precedente storico; I Vangeli: una sola storia, molte dimensioni; Le Parabole: ne avete afferrato il senso?; La Legge e le leggi: regole fondate sul patto con Israele; I Profeti: mediatori nell'applicazione dell'alleanza; Salmi: le preghiere di Israele e le nostre; Sapienza: passato e presente; Apocalisse: immagini di giudizio e di speranza; Appendice: Valutazione e uso dei commentari; Indice delle Scritture citate e riferite.

Capitolo gratuito

Capitolo 4
LE EPISTOLE:
LE QUESTIONI ERMENEUTICHE
Veniamo ora a quel che abbiamo definito prima come l?espressione
?questione ermeneutica?: che cosa significano questi testi
per noi ? Questo ? il momento cruciale che incide su tutto e al
cui paragone, l?esegesi appare relativamente facile. Almeno
nell?esegesi, anche se ci sono punti di disaccordo su aspetti particolari,
quasi tutti sono concordi sui parametri del significato;
vi sono dei limiti riguardo alle possibilit? stabilite dai contesti
storici e letterari. Per esempio, Paolo non poteva intendere
come significato qualcosa di cui n? lui n? i suoi primi lettori
avevano mai sentito parlare prima. Il suo significato doveva
essere per lo meno qualcosa di possibile nel primo secolo (per
esempio, I Corinzi 13:10, riferendosi alla ?perfezione?: si veda
l?ultimo paragrafo sotto ?La regola fondamentale? in questo
capitolo, ndr).
Tutt via, non sembra esistere un consenso circa i parametri
da adottare per l?ermeneutica (imparare ad ascoltare il signifi
cato nei contesti del nostro tempo). Tutti fanno ermeneutica,
anche se non sanno nulla dell?esegesi. Non c?? da stupirsi se
ci sono cos? tante differenze tra i cristiani; quel che stupisce ?
che non ce ne siano pi? di quelle che gi? esistono. Il motivo ?
che tra noi esiste davvero un terreno comune per l?ermeneutica,
anche se non sempre esplicitamente defi nito.
In questo capitolo, vogliamo innanzi tutto tracciare l?ermeneutica
comune che vige tra la maggior parte dei credenti,
mostrare i suoi punti forti e quelli deboli, per poi discuter
ed offrire dei principi guida da estendere alle varie aree in cui
questa ermeneutica comune non appare adeguata. La grossa
questione che coinvolge i cristiani sottomessi alla Scrittura,
intesa come Parola di Dio, riguarda la relativit? culturale;
con ci? si intende la distinzione tra gli elementi appartenenti
soltanto al primo secolo e quelli che trascendono la cultura,
essendo la Parola per tutti i tempi. A questo problema dedicheremo
perci? molta attenzione.
L?ermeneutica che abbiamo in comune
Anche se siete tra quelli che si chiedono che cosa sia mai l?ermeneutica,
in realt? siete immersi in essa fino al collo. Cosa
facciamo tutti quando leggiamo le Epistole? Molto semplicemente,
portiamo al testo il nostro buonsenso illuminato ed applichiamo
quel che possiamo alla nostra situazione. Quel che
non sembra applicarsi a noi, lo lasciamo nel primo secolo.
Per esempio, nessuno di noi si ? mai sentito chiamato dallo
Spirito ad intraprendere un pellegrinaggio a Troas (Tr?ade)
per portare il mantello di Paolo dalla casa di Carpo alla prigione
romana dell?Apostolo (II Timoteo 4:13), anche se il passo
? chiaramente un comando a fare proprio questo. Eppure,
dalla stessa Lettera quasi tutti i cristiani credono che Dio stia
dicendo anche a loro di sopportare ?le sofferenze, come un buon
soldato di Cristo Ges?? (2:3) in tempi di difficolt?. A nessuno
verrebbe in mente di mettere in discussione quel che si ? fatto
con i due passi menzionati, sebbene molti talvolta trovino
difficile ubbidire serenamente a quest?ultimo comando.
Vogliamo sottolineare che quasi tutte le questioni suscitate
nelle Epistole si possono collocare senza difficolt? nell?ermeneutica
del buonsenso. Per la maggior parte dei testi, non
esiste il problema della scelta tra ci? che si dovrebbe e non
si dovrebbe fare; ? pi? una questione di ?ricordarvi di queste
cose? (II Pietro 1:13 e 15; cfr. Ebrei 10:24-25).
I nostri problemi ? e le nostre differenze ? vengono generati
da quei passi che si trovano in qualche modo in una via di mez
zo tra i due testi da II Timoteo sopraccitati: alcuni ritengono
che si debba ubbidire esattamente alla lettera come afferma il
testo, mentre altri non ne sono cos? sicuri. Le nostre difficolt?
ermeneutiche sono in questo caso parecchie, ma si collegano
tutte ad un fattore solo: la nostra mancanza di coerenza. Ecco
la grossa lacuna nella nostra ermeneutica comune. Senza volerlo,
man mano che leggiamo noi portiamo alle Epistole il
nostro retaggio teologico, le tradizioni ecclesiastiche, le norme
culturali o le nostre preoccupazioni esistenziali. Questo tipo
di lettura conduce ad ogni sorta di selettivit? e ad aggirare
certi testi.
? interessante notare per esempio, che tutti nell?ambito
dell?evangelicalism nord-americano6 sarebbero d?accordo con
la nostra comune posizione sulla lettura di II Timoteo 2:3 e
4:13. Tuttavia, lo sfondo culturale di molti di questi cristiani
li porta a mettere in discussione l?esortazione in I Timoteo
5:23: ?Non continuare a bere acqua soltanto, ma prendi un po?
di vino a causa del tuo stomaco e delle tue frequenti indisposizioni?.
In realt?, molti dicono, queste parole avevano a che fare
solo con Timoteo e non ci riguardano, perch? a quei tempi
l?acqua non era sempre potabile. Oppure, si dice addirittura
che per vino si deve intendere in realt? il succo d?uva, anche
se ci si deve chiedere come poteva avvenire questo visto che
mancavano i mezzi per impedire la fermentazione! Ma perch?
questa parola personale viene limitata a Timoteo, mentre
l?esortazione a continuare nella Parola (II Timoteo 3:14-16), che
? anche un ordine rivolto esclusivamente a Timoteo, diventa
un imperativo per tutte le persone di tutti i tempi? Di certo, si
potrebbe anche sorvolare su I Timoteo 5:23 dicendo che non
6 Fenomeno visto nel senso pi? ampio, in cui includere sia il fondamentalismo
sia il pentecostalismo, cio? la piatt aforma evangelicale diff usa nel protestantesimo
che riconosce, per esempio, la necessit? per ognuno di sperimentare la nuova
nascita dallo Spirito Santo e, nelle sue inerranti Scritt ure canoniche, l?autorit?
suprema, sufficiente ed affidabile, nel determinare questioni di fede, dottrina e
comportamento. Con fondamentalismo si tende a distinguerlo dall?evangelicalism
per i suoi accenti pi? conservatori. Per questo motivo potrebbero essere tutti e
tre considerati ?evangelici?, nel contesto italiano, ndr).
trova oggigiorno un?applicazione personale ? ma con quale
presupposto ermeneutico?
Oppure, consideriamo i problemi che avevano molti membri
di chiese tradizionali nord-americane con i Jesus people degli
anni ?60 e i primi ?70. I capelli lunghi dei ragazzi erano gi?
diventati il simbolo di una nuova era nella cultura hippie degli
anni ?60. Che dei cristiani dovessero portare quel simbolo,
specialmente alla luce di I Corinzi 11:14, ?La natura stessa ci
insegna che non sta bene che gli uomini portino i capelli lunghi??
(TILC), sembrava essere una sfida aperta lanciata a Dio stesso.
Eppure, quasi tutti quelli che citavano quel testo per opporsi
alla cultura giovanile dell?epoca, permettevano che le donne
cristiane si tagliassero corti i capelli (nonostante il versetto 15),
non insistevano che la testa della donna rimanesse coperta
durante il culto e non prendevano mai in considerazione il
fatto che la ?natura? (v.14) si manifestava in un modo alquanto
poco naturale: attraverso il taglio dei capelli.
Questi due esempi illustrano semplicemente in che modo
la cultura detti che cosa sia per ognuno di noi il buonsenso,
ma ci sono anche altri elementi che dettano il senso comune
di intendere le cose: per esempio, le tradizioni ecclesiastiche.
Come mai in molte chiese evangeliche si proibisce alle donne
di parlare durante il culto, in base a I Corinzi 14:34-35,
eppure in molte delle stesse chiese ci si oppone a tutto il resto
del capitolo 14, con il pretesto che non appartiene all?era contemporanea?
Come mai i versetti 34-35 appartengono a tutti
i tempi e culture, mentre i versetti 1-5, o 26-33 e 39-40, che
danno dei regolamenti per la profezia ed il parlare in lingue,
appartengono solo alla chiesa del primo secolo?
Notate, inoltre, quanto sia facile per i cristiani di oggi leggere
tra le righe del testo biblico la propria tradizione dell?ordine
nella chiesa, quando si confrontano con I Timoteo e Tito.
Eppure, pochissime chiese hanno una conduzione ecclesiale
pluralistica, che per? sembra essere qui chiaramente evidenziata
(I Timoteo 5:17; Tito 1:5; Timoteo non era il pastore; era
un delegato provvisorio di Paolo per rimettere in ordine certe
cose e correggere gli abusi). E ci sono ancora meno chiese che
in effetti ?accettano nella lista ufficiale? le vedove in base ai
dettami di I Timoteo 5:3-15.
Avete anche notato come i nostri presupposti teologici impliciti
ci spingono ad importare di contrabbando queste letture
di alcuni testi, mentre ne aggiriamo altri? Per alcuni cristiani
giunge come una grossa sorpresa la notizia che altri credenti
possano trovare un sostegno a favore del paidobattesimo
(battesimo dei neonati) in passi come I Corinzi 1:16, 7:14 e
Colossesi 2:11-12, o che altri trovino prove per la seconda
venuta in due fasi in II Tessalonicesi 2:1, o che altri ancora trovino
una prova che la santificazione risulta essere una seconda
opera distinta della grazia, in base a Tito 3:5. Per molti, legati
alla tradizione arminiana, che sottolinea il libero arbitrio e la
responsabilit? del credente, passi come Romani 8:30, 9:18-24,
Galati 1:15 ed Efesini 1:4-5 rappresentano un motivo d?imbarazzo.
Similmente, molti calvinisti hanno un loro modo per
superare ostacoli come I Corinzi 10:1-13, II Pietro 2:20-22 ed
Ebrei 6:4-6. Certamente, nella nostra esperienza di professori,
abbiamo constatato che gli studenti provenienti dalle varie tradizioni
raramente chiedono che cosa significhino questi testi,
invece vogliono sapere ?come rispondere? a questi testi!
Forse, in seguito a questi ultimi paragrafi , avremo perso
molti amici strada facendo, ma vogliamo semplicemente tentare
di illustrare quanto sia profondo il problema e quanto
sia importante che i cristiani si confrontino in questo campo
cruciale. Quali possano essere i criteri giusti allora per stabilire
un?ermeneutica pi? coerente per le Epistole?
La regola fondamentale
Dal capitolo 1 ricorderete quella regola basilare che avevamo
stabilito come premessa: un testo non pu? significare quel che
non avrebbe mai potuto significare per il suo autore o per i suoi
destinatari. Ecco perch? deve sempre venire prima l?esegesi.
? particolarmente importante che ribadiamo questa premessa,
perch? almeno questo stabilisce alcuni parametri per il signi
ficato. Questa regola non ci aiuta sempre a scoprire che cosa
significhi un testo particolare, ma ci aiuta senz?altro a definire
con maggiore precisione che cosa non pu? significare.
Per esempio, nel tentativo di ignorare gli imperativi a proposito
della ricerca dei doni spirituali in I Corinzi 14, si cerca
in genere di utilizzare come giustificazione un?interpretazione
particolare di I Corinzi 13:10, dove Paolo afferma che ?quando
la perfezione sar? venuta, quello che ? solo in parte, sar? abolito?.
Ci viene detto che la ?perfezione? ? gi? venuta, sotto la forma
del Nuovo Testamento; di conseguenza, sostengono che la
profezia e le lingue (cio? ci? che ? ?solo in parte?) hanno cessato
di avere una funzione nella chiesa. Ma questa ? una lettura che
il testo decisamente non pu? rendere, perch? la buona esegesi la
rigetta totalmente. In nessun modo Paolo poteva intendere
una tale interpretazione; dopo tutti i suoi lettori non sapevano
che ci sarebbe stato un Nuovo Testamento. Per di pi?, lo Spirito
Santo non avrebbe permesso a Paolo di scrivere qualcosa
totalmente incomprensibile ai suoi destinatari.
La seconda regola
La seconda regola fondamentale ? in realt? un altro modo di
esprimere la nostra ermeneutica del buonsenso. Si esprime cos?:
Quando condividiamo i particolari rapportabili al contesto
del primo secolo (cio? situazioni specifiche della vita che siano
simili), la Parola di Dio rivolta a noi ? la stessa che venne
rivolta a loro. ? questa la regola che rende attinenti la maggior
parte dei testi teologici e gli imperativi etici, che sono orientati
verso la comunit? e contenuti nelle Epistole: i cristiani di oggi
scoprono il senso di immediatezza e continuit? con il primo
secolo. Rimane ancora vero che ?tutti hanno peccato? e che ???
per grazia che siete stati salvati, mediante la fede? (Efesini 2:8). Rivestirsi
di ?sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umilt?, di
mansuetudine, di pazienza?? (Colossesi 3:12) ? ancora la Parola
di Dio per coloro che sono credenti nel ventunesimo secolo.
I due testi pi? lunghi, di cui abbiamo fatto l?esegesi nel capitolo
precedente, sembrano essere di questo tipo. Una volta
Capitolo 4
77
fatta la nostra esegesi e scoperta la Parola di Dio rivolta a loro,
ci siamo immediatamente messi sotto l?autorit? di quella stessa
Parola. Abbiamo, ancora oggi, chiese locali nelle quali vi sono
ancora conduttori che hanno bisogno di ascoltare quella Parola
e fare estrema attenzione a come edificano la chiesa. Sembra,
infatti, che troppo spesso la chiesa sia stata costruita con legno,
paglia e fi eno, piutt osto che con oro, argento e pietre preziose;
tale opera, quando provata con il fuoco, ? stata trovata carente.
Vorremmo insistere sul fatto che I Corinzi 3:16-17 rimane tuttora
un solenne ammonimento per quanto riguarda le nostre
responsabilit? nella chiesa locale. Deve essere l?ambiente dove
lo Spirito Santo dimora in modo evidente per tutti e che quindi
rappresenta l?alternativa divina al peccato e all?alienazione
della societ? mondana e frivola.
? necessario che facciamo molta attenzione nell?eseguire con
criterio la nostra esegesi, per essere certi che le nostre situazioni
attuali siano autenticamente comparabili a quelli del Nuovo
Testamento. Ecco perch? ? cos? importante una ricostruzione
attenta del loro problema. Per esempio, ? significativo per la
nostra ermeneutica notare che il processo legale in I Corinzi
6:1-11 era tra due fratelli cristiani davanti a un giudice pagano
e all?aperto in una piazza di mercato a Corinto. Ci pare giusto
insistere che la sostanza della situazione non cambia se il giudice
? cristiano oppure se il processo avviene a porte chiuse in
un tribunale. ? sbagliato che due fratelli ricorrano alla legge
fuori dalla chiesa, come viene reso perfettamente chiaro dai
versetti 6-11. D?altro canto, ci si potrebbe giustamente chiedere
se questo principio si debba applicare nel caso di un cristiano
che denunci una grossa societ? per azioni negli Stati Uniti:
in questo caso, non tutti i particolari rimarrebbero gli stessi,
sebbene nel maturare le proprie decisioni sicuramente bisogna
prendere in considerazione l?appello di Paolo all?etica della
non-resistenza di Ges? (v.7).
Quanto detto sin qui sembra abbastanza facile, ma la domanda
riguardante il modo in cui un testo come I Corinzi
6:1-11 possa applicarsi al di l? dei suoi particolari specifici ?
le epistole: le questioni ermeneutiche
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una delle tante questioni da discutere. Il resto del capitolo
affronta quattro di questi problemi.
Il problema dell?applicazione estesa
Il primo problema ? quello appena menzionato. Quando vi
sono particolari e contesti comparabili con quelli nella chiesa
di oggi, ? legittimo estendere l?applicazione del testo ad altri
contesti o costringere un testo nell?applicazione ad un contesto
totalmente estraneo a quello suo nel primo secolo?
Per esempio, si potrebbe sostenere che sebbene I Corinzi
3:16-17 sia rivolto alla chiesa locale, presenta anche il principio
che tutto ci? che Dio ha riservato a Se stesso attraverso
la dimora del Suo Spirito ? sacro e che chi distrugge questo
si trover? sotto il terribile giudizio di Dio. Non potrebbe ora
questo principio venire esteso all?individuo per insegnare che
Dio giudicher? il credente che fa abuso del proprio corpo? Allo
stesso modo, I Corinzi 3:10-15 ? diretto alle persone che hanno
una responsabilit? nell?edificazione della chiesa e ammonisce
coloro che costruiscono male ricordando la perdita che subiranno.
Siccome il testo parla del giudizio e della salvezza
?come attraverso il fuoco?, ? legittimo usare questo passo per
illustrare la certezza della salvezza del credente?
Se si ritiene che queste siano applicazioni legitt ime, allora
abbiamo motivo di preoccuparci, perch? ? implicito in tali
applicazioni l?aggirare l?esegesi. Dopo tutto, applicare I Corinzi
3:16-17 al credente singolo ? esattamente ci? che molti
nella Chiesa hanno erroneamente fatto per secoli. A questo
punto, perch? darsi la pena di fare esegesi? Perch? non iniziare
semplicemente con il ?qui ed ora? ed accogliere l?eredit?
di secoli di errore?
Sosteniamo, perci?, che quando vi siano situazioni e particolari
comparabili, la Parola di Dio rivolta a noi in questi
testi deve sempre essere limitata alla sua intenzione originale.
Inoltre, bisogna notare che l?applicazione estesa di solito
viene ritenuta legittima perch? ? vera, cio? viene chiaramente
definita in altri passi dove l?intento ? di definire quella particolare
verit?. Se ? questo il caso, bisogna chiedersi se tutto ci?
che si impara solo per applicazione estesa si possa veramente
chiamare la Parola di Dio.
Un caso pi? difficile si presenta in II Corinzi 6:14, nel passo
dove compare il comando: ?Non vi mettete con gli infedeli sotto un
giogo??. Tradizionalmente, questo testo ? stato interpretato
come proibizione del matrimonio tra un credente cristiano e
un non credente. Tuttavia, la metafora del ?giogo? raramente
viene usata nell?antichit? per riferirsi al matrimonio e non
c?? proprio nulla nel contesto che faccia anche lontanamente
pensare che si tratti di matrimonio.
Il nostro problema ? che non possiamo essere certi di che cosa
voglia proibire il testo originale. Molto probabilmente il passo
ha qualcosa a che vedere con l?idolatria, forse si tratta di una
ulteriore proibizione di partecipare alle feste idolatriche (cfr.
I Corinzi 10:14-22). Non sarebbe legitt imo, di conseguenza,
?estendere? il principio di questo testo, dato che non possiamo
essere certi del suo significato originale? Probabilmente s?, ma
soltanto perch? qui si tratta di un principio biblico che si pu?
sostenere anche a prescindere da questo testo particolare.
Il problema dei particolari che non sono
comparabili
Il problema riguarda due tipi di testi nelle Epistole: quelli
che trattano delle questioni legate al primo secolo, per lo pi?
senza controparti nei nostri tempi; e testi che trattano di quei
problemi che potrebbero eventualmente verificarsi anche nel
ventunesimo secolo, ma con una scarsissima probabilit?. Che
cosa fare con questi testi? In che modo si rivolgono a noi? Si
rivolgono davvero anche a noi?
Un esempio del primo tipo di testi lo troviamo in I Corinzi
8?10, dove Paolo affronta tre questioni distinte: (1) cristiani che
insistono sul loro privilegio di poter continuare a partecipare
alle feste idolatriche nei templi con i loro vicini (8:10; 10:14-22);
(2) Corinzi che mettono in discussione l?autorit? apostolica
di Paolo (9:1-23); (3) cibi sacrifi ati agli idoli, poi venduti sul
mercato (10:23?11:1).
Una esegesi seria di questi passi indica che Paolo d? le
seguenti risposte ai problemi: (1) Viene a loro assolutamente
vietato di frequentare le feste idolatriche per via del principio
degli scandali (8:7-13), perch? questa partecipazione ai cibi ?
incompatibile con la vita di Cristo cos? come la si sperimenta
alla sua Tavola (10:16-17) e perch? ? un mezzo di partecipazione
alla realt? demoniaca (10:19-22). (2) Paolo difende
il suo diritto al sostegno fi nanziario come apostolo, anche
se ha rinunciato a questi diritti; difende pure le sue azioni
(9:19-23) nelle questioni di relativit?. (3) I cibi offerti agli idoli
venduti al mercato si possono comprare e mangiare, e si pu?
mangiarne liberamente anche in casa d?altri. In quest?ultimo
contesto, si pu? anche rifiutare di mangiarne se questo crea
un problema a qualcun altro. Si pu? mangiare di tutto per
la gloria di Dio, ma non si deve fare nulla che possa volutamente
offendere.
Il nostro problema ? che questa forma di idolatria ? semplicemente
sconosciuta nelle culture occidentali, per cui i
problemi (1) e (3) semplicemente non esistono. Inoltre, non
abbiamo pi? apostoli nel senso inteso da Paolo, cio? di coloro
che effettivamente hanno incontrato il Signore risorto (9:1; cfr.
15:8) e che hanno fondato e possiedono autorit? su nuove
chiese (9:1-2; cfr. II Corinzi 10:16).
Il secondo tipo di testo viene illustrato nel caso dell?uomo
incestuoso di I Corinzi 5:1-11, nel caso delle persone che si
ubriacavano durante il pasto nell?ambito della Tavola del Signore
(I Corinzi 11:17-22) o nel caso di persone che volevano
forzare la circoncisione sui cristiani non circoncisi (Galati 5:2).
Queste cose potrebbero ancora verificarsi, ma sono molto improbabili
nella nostra cultura occidentale.
La domanda che si pone ? questa: in che modo le risposte
a questi problemi completamente avulsi da quelli del ventu
nesimo secolo parlano ai cristiani odierni? Proponiamo che
l?ermeneutica, perch? sia appropriata, faccia due passi.
In primo luogo, dobbiamo fare la nostra esegesi facendo
particolare at enzione ad ascoltare quale era stata veramente
la Parola di Dio rivolta a loro. Nella maggior parte dei casi,
? stato possibile formulare un principio chiaro che in genere
trascende la particolarit? storica alla quale veniva applicato.
In secondo luogo, e qui sottolineiamo l?aspetto pi? importante,
il ?principio? non diventa ora staccato dalla sua epoca,
tanto da essere applicato a casaccio secondo il capriccio del
momento, ad ogni e qualsiasi tipo di situazione. Sosteniamo
fermamente che il principio va applicato a situazioni autenticamente
comparabili.
Illustriamo entrambi questi punti: primo, Paolo proibisce la
partecipazione ai pasti del tempio in base al principio degli
scandali. Ma si noti bene che questo non si riferisce semplicemente
a qualcosa che offende un altro credente. Il principio
dell?intoppo si riferisce a qualcosa che un particolare credente
pensa di poter fare in buona coscienza e che, attraverso la sua
azione o pressione persuasiva, costringe un altro credente a
fare; quest?ultimo, per?, non pu? agire in buona coscienza.
Alla fine, il fratello (o sorella) viene ?distrutto? dall?emulazione
dell?azione di un altro; la persona non viene semplicemente
offesa. Quindi, il principio sembrerebbe applicarsi solo a delle
situazioni veramente comparabili.
In secondo luogo, Paolo proibisce categoricamente ed in
senso definitivo la partecipazione ai pasti del tempio, perch?
ci? significherebbe partecipare alla dimensione demoniaca.
Spesso i cristiani sono rimasti confusi circa la natura dell?attivit?
demoniaca. Tuttavia, questa sembra essere una proibizione
normativa per i cristiani contro ogni forma di spiritismo,
stregoneria, astrologia, ecc..
Per quanto riguarda poi gli apostoli, anche se non li abbiamo
pi? oggi; pochi protestanti direbbero che i loro ministri si collocano
in una successione apostolica. Eppure, il principio che
??coloro che annunziano il vangelo vivano del vangelo? (I Corinzi
9:14) certamente sembra applicabile ai ministeri contemporanei,
dal momento che lo stesso principio viene sostenuto
altrove nella Scrittura (per es. I Timoteo 5:17-18).
Il problema del consumo di cibi offerti agli idoli e venduti
al mercato (I Corinzi 10:23?11:1) presenta una dimensione
particolarmente complessa di questo problema ermeneutico.
Il cibo in s? era una questione relativa, sia per Dio che per
Paolo, per? non lo era per altri. Lo stesso valeva per il cibo
e le bevande, l?osservanza dei giorni in Romani 14 e varie
questioni simili in Colossesi 2:16-23.
La sfida che ci si pone ? questa: come distinguere tra le
questioni indifferenti e quelle che contano? ? una questione
particolarmente problematica perch? molti fattori cambiano
da una cultura all?altra e da un gruppo di cristiani ad un altro,
come pare sia successo gi? nel primo secolo.
Nell?occidente odierno, la lista di tali questioni ha finito per
includere l?abbigliamento (cravatte, lunghezza delle gonne e
pantaloni femminili), i cosmetici, i gioielli, il divertimento e
la ricreazione ? film, cinema, TV, carte da gioco, ballo e nuoto
(dove sono presenti i due sessi), l?atletica, il cibo e le bevande.
Come nel caso di coloro che giudicavano la libert? di Paolo
per la questione del cibo offerto agli idoli, cos? succede che chi
pensa che l?astinenza da uno di questi passatempi costituisca
santit? presso Dio, non li riterr? una questione indifferente.
Che cosa stabilisce, dunque, che possa trattarsi di una questione
indifferente? Suggeriamo le seguenti direttive:
1. Quelle che le Epistole indicano specificamente come questioni
indifferenti possono ancora essere ritenute tali; per
esempio il cibo, le bevande, l?osservanza di giorni, ecc.
2. Le questioni indifferenti non sono intrinsecamente morali
ma culturali, anche se derivano da una cultura religiosa.
Le questioni che tendono a differire da cultura a cultura,
anche tra veri credenti, possono perci? considerarsi que
stioni indifferenti (per esempio, culture caratterizzate dal
consumo di vino e altre astensioniste, ecc.).
3. Gli elenchi dei peccati nelle Epistole (per es. Romani 1:29-
30; I Corinzi 5:11; 6:9-10; II Timoteo 3:2-4) non includono
mai l?equivalente per il primo secolo degli elementi
che abbiamo menzionato sopra. Inoltre, quegli elementi
equivalenti non vengono mai inclusi tra le varie liste
degli imperativi cristiani (per es. Romani 12, Efesini 5,
Colossesi 3, ecc.).
Tutt i sappiamo che non ci troveremo mai completamente d?accordo
nelle nostre valutazioni. Tuttavia, secondo Romani 14,
le persone raggruppate su entrambi i versanti di tali questioni
non devono n? giudicare n? disprezzarsi a vicenda. La persona
libera non deve sbandierare la propria libert?; la persona per la
quale tali questioni rappresentano una convinzione profonda
e personale non deve condannare l?altra.
Il problema della relativit? culturale
? in quest?ambito del confronto che si concentra la maggior
parte delle attuali difficolt? ?e delle differenze. Il problema
riguarda l?individuazione precisa del contesto nel quale la
Parola eterna di Dio ? stata data nella sua particolarit? storica.
Ecco i nessi logici del problema: (1) le Epistole sono documenti
occasionali, cio? legati alle circostanze del primo secolo,
condizionati dal linguaggio e dalla cultura di quel periodo;
questi documenti sono stati indirizzati a situazioni particolari
della chiesa del primo secolo; (2) molte delle situazioni specifi
che nelle Epistole sono completamente condizionate dal
loro contesto di allora, al punto che tutti riconoscono poca o
nessuna applicazione personale come parola per oggi, tranne
nel senso pi? remoto che da esse si possa ricavare qualche
principio (per es. portare il mantello di Paolo dalla casa di
Carpo a Troas); (3) ci sono altri testi totalmente condizionati
dallo sfondo del primo secolo, sebbene la Parola rivolta a loro
possa essere tradotta in contesti contemporanei, ma sempre
comparabili; (4) non ? allora possibile che anche altri testi, per
le epistole: le questioni ermeneutiche
quanto sembrino presentare dettagli comparabili, non siano
anch?essi condizionati dal loro sfondo del primo secolo, richiedendo
perci? di essere tradotti in nuovi contesti, oppure
di essere lasciati semplicemente al primo secolo?
Almeno fino ad un certo punto quasi tutti i cristiani si trovano
a trasferire i testi della Bibbia in nuovi contesti. Pur senza
esprimersi esattamente in questo modo, gli evangelicals americani
lasciano il consumo di ?un po? di vino per lo stomaco?
indietro nel primo secolo, non insistono sulla necessit? di un
velo, di una copertura o dei capelli lunghi per la donna di
oggi e non fanno uso del ?santo bacio?. Tuttavia, molti di
questi stessi credenti arricciano il naso quando viene difeso
in base agli stessi criteri l?insegnamento da parte della donna
nella chiesa (alla presenza di uomini) e diventano poi furiosi
quando sullo stesso terreno viene difesa l?omosessualit?.
Spesso ci sono stati alcuni che hanno cercato di respingere
del tutto l?idea della relativit? culturale, cosa che li ha spinti a
battersi, chi pi? chi meno, per un ritorno alla cultura del primo
secolo come norma divina. Eppure, questo ripudio della
relativit? storica, in genere, trova un successo solo parziale.
Possono forse tenersi a casa le figlie, rifiutare loro un?istruzione
liceale o universitaria e forse lasciare che il padre prende
accordi per il matrimonio; ma in genere permetteranno che le
figlie imparino a leggere e che escano di casa senza un velo.
Il nodo della questione ? che a questo punto rimane estremamente
difficile mantenere un minimo di coerenza, proprio
perch? non ? mai esistita una cultura divinamente sancita; le
culture, infatti, sono diverse non solo tra il primo e il ventunesimo
secolo, ma in maniera del tutto comprensibile, anche
durante gli ultimi 100 anni).
Piuttosto che confutare, sosteniamo l?ammissibilit? di un
certo livello di relativit? culturale come procedimento ermeneutico
valido e come corollario inevitabile della natura
circostanziale delle Epistole. Crediamo, per?, che, per essere
valida, la nostra ermeneutica debba agire all?interno di criteri
riconoscibili.
Vogliamo suggerire i seguenti criteri che fanno una distinzione
tra gli elementi che sono culturalmente relativi da una parte e
quelli che trascendono il loro contesto originale dall?altra. Questi
ultimi conservano una normativit? per tutti i cristiani di tutti
i tempi. Non stiamo dicendo che questi criteri abbiano la stessa
permanenza della fede ?una volta per sempre tramandata ai
santi?, ma riflettono il nostro attuale modo di pensare; vogliamo,
perci?, incoraggiare un?ulteriore discussione ed interazione
(molti di questi criteri sono stati elaborati insieme al nostro
collega, David M. Scholer, studioso di Nuovo Testamento).
1. Bisogna prima di tutto distinguere tra il fulcro centrale
del messaggio biblico e ci? che ne dipende o ? secondario.
Questo non significa sostenere la necessit? di un canone all?interno
del canone (cio? elevare certe parti del Nuovo Testamento
al rango di normativit?, rispetto ad altre); vuol dire
salvaguardare il messaggio del vangelo, non permettendo che
venga trasformato in legge attraverso la cultura o il costume
religioso da un lato, n? permettendo che il vangelo cambi per
riflettere qualsiasi espressione culturale possibile.
Ne consegue che la caduta di tutta l?umanit?, la redenzione
da quella caduta come attivit? misericordiosa di Dio attraverso
la morte e la risurrezione di Cristo, il compimento di quell?opera
redentrice attraverso il ritorno di Cristo, ecc., fanno
chiaramente parte di quel fulcro. D?altro canto, il ?santo bacio?,
le varie forme di copertura della testa della donna, ecc.
sembrano essere questioni pi? periferiche, secondarie.
2. Analogamente, bisogna essere preparati a distinguere
tra ci? che il Nuovo Testamento stesso riconosce come intrinsecamente
morale e ci? che non lo ?. Quegli elementi che
sono intrinsecamente morali sono di conseguenza assoluti e
rimangono tali per ogni cultura; gli elementi che non sono
intrinsecamente morali sono pertanto espressioni culturali e
possono cambiare da una cultura all?altra.
Per esempio, le liste di peccati fatte da Paolo non contengono
mai elementi culturali. Alcuni dei peccati possono certamente
essere prevalenti in una cultura particolare piuttosto che in
un?altra, ma non esisteranno mai situazioni in cui si potranno
trasformare in attitudini o azioni cristiane. Perci?, l?adulterio,
l?idolatria, le attivit? omosessuali, il furto, l?avarizia, ecc. (I
Corinzi 6:9-10) sono sempre peccato. Ci? non significa che di
tanto in tanto i cristiani non sono stati colpevoli di tali peccati,
comunque questi non sono mai una opzione morale facoltativa.
Ispirato dallo Spirito, Paolo dice: ?E tali eravate alcuni di
voi; ma siete stati lavati ...santificati ?giustificati?.
D?altro canto, il lavaggio dei piedi, lo scambio del santo bacio,
il mangiare cibi idolatrici venduti al mercato, la copertura
della testa per la donna che prega o profetizza, la preferenza
personale di Paolo per il celibato, oppure il ruolo docente
della donna nella chiesa, non sono questioni intrinsecamente
morali. Lo diventano soltanto in base al loro uso o abuso in
certi contesti specifici, dove tale uso o abuso comporta disubbidienza
o mancanza di amore.
3. Bisogna fare particolare attenzione a quegli elementi sui
quali lo stesso Nuovo Testamento presenta una testimonianza
uniforme e continua e dove invece esso riflette differenze.
Ecco degli esempi di questioni alle quali il Nuovo Testamento
rende una testimonianza uniforme: l?amore, come risposta
etica fondamentale del cristiano; l?etica personale della non
vendetta; la malvagit? dei litigi, dell?odio, dell?omicidio, del
furto, della pratica omosessuale, dell?ubriachezza e dell?immoralit?
sessuale di tutt i i tipi.
D?altro canto, il Nuovo Testamento non sembra presentare
un quadro uniforme per quanto riguarda, ad esempio, i ministeri
della donna nella chiesa (si veda Romani 16:1-2 dove Febe
? una ?diaconessa? in Cencrea; Romani 16:7, dove Giunia ? non
Giunio, che ? un nome maschile sconosciuto ? viene segnalata
fra gli apostoli; Romani 16:3 dove Prisca ? compagna d?opera
di Paolo ? la stessa parola viene utilizzata per Apollo in I
Corinzi 3:9; Filippesi 4:2-3; e I Corinzi 11:5 rispett o a I Corinzi
14:34-35 e I Timoteo 2:12), la valutazione politica di Roma (si
veda Romani 13:1-5 e I Pietro 2:13-14 rispetto ad Apocalisse
13?18), l?accantonare delle proprie ricchezze (Luca 12:33; 18:22
rispetto a I Timoteo 6:17-19), oppure il mangiare cibi off erti
agli idoli (I Corinzi 10:23-29 rispetto a Atti 15:29; Apocalisse
2:14, 20). In proposito, se uno qualsiasi di questi suggerimenti
avesse provocato nel lettore una reazione emotiva, far? bene
a interrogarsi sul perch?.
Una solida esegesi ci porter? a riconoscere maggiore uniformit?
di quanto per ora potrebbe sembrare. Per esempio,
nella questione dei cibi offerti agli idoli, si potrebbe stabilire
con una buona argomentazione esegetica che la parola greca
usata in Atti e in Apocalisse si riferisce all?atto stesso di
entrare nei templi per consumare quei cibi. In questo caso,
l?atteggiamento rilevato sarebbe in perfetta sintonia con quello
di Paolo in I Corinzi 10:14-22. Proprio perch? queste e altre
questioni simili appaiono essere pi? culturali che morali, non
bisogna preoccuparsi troppo per la mancanza di uniformit?.
Allo stesso tempo, non bisogna perseguire l?esegesi solo come
mezzo per giungere all?uniformit? anche a costo di sacrificare
il buonsenso o il signifi cato ovvio del testo.
4. ? importante poter distinguere all?interno dello stesso
Nuovo Testamento tra il principio e la sua applicazione specifi
ca. ? possibile che uno scrittore del Nuovo Testamento
sostenga un?applicazione relativa in base ad un principio assoluto
e, in questo modo, dimostri che l?applicazione non ?
assoluta. Per esempio, in I Corinzi 11:2-16, Paolo fa appello
all?ordine divino della creazione (v. 3) e stabilisce il principio
che non si deve fare nulla che possa distogliere l?attenzione
dalla gloria di Dio (in particolare, nell?infrangere le consuetudini)
quando la comunit? ? riunita per il culto (vv. 7-10).
L?applicazione specifica, per?, sembra essere relativa, dato che
Paolo ripetutamente fa appello alle nozioni di ?costume? e di
?natura? (vv. 6, 13-14, 16).
Queste riflessioni ci portano a ritenere che di fronte a certe
applicazioni sia legittimo domandarsi: ?Sarebbe stato questo
un problema per noi se non l?avessimo mai incontrata nei
documenti del Nuovo Testamento?? In molte culture occi
dentali, la mancanza di una copertura sul capo della donna
(specialmente i suoi capelli) con un velo lungo non rappresenta
affatto una difficolt?. Infatti, se la donna dovesse ubbidire
letteralmente al testo ? nella maggior parte delle chiese
nord americane ? quasi certamente verrebbe ad abusare dello
?spirito? del testo. Eppure, con un po? di immaginazione, si
potrebbe pensare a certe forme di abbigliamento sia maschile
che femminile talmente fuori luogo da creare dello scompiglio
durante il culto di adorazione.
5. Potrebbe essere importante, con tutta l?attenzione e le
precauzioni dovute, determinare anche quali fossero le opzioni
culturali disponibili allo scrittore del Nuovo Testamento.
Nella misura in cui uno scrittore neotestamentario ? d?accordo
con una situazione culturale in cui vi ? una sola opzione,
accrescer? la possibilit? della relativit? culturale di una tale
posizione. Cos?, per esempio, l?omosessualit? veniva sia approvata
che condannata dagli scrittori dell?antichit?, eppure
il Nuovo Testamento assume una sola posizione, quella di
condanna nei suoi confronti.
D?altro canto, gli atteggiamenti verso la schiavit? come sistema
o verso la posizione e il ruolo della donna erano essenzialmente
a senso unico; nessuno denunciava la schiavit?
come un male e si riteneva fondamentalmente che la donna
fosse inferiore all?uomo. Neanche gli scrittori neotestamentari
denunciano la schiavit? come un male; per?, in genere,
si trovano in una posizione molto pi? avanzata rispetto ai
loro contemporanei nel loro atteggiamento verso la donna.
In entrambi i casi, per?, nella misura in cui essi riflettono gli
atteggiamenti culturali prevalenti in queste problematiche, rifl
ettono di conseguenza l?unica opzione culturale del mondo
intorno a loro.
6. Bisogna tenere gli occhi aperti su quelle possibili differenze
culturali tra il primo secolo e il nostro che non sempre
sono immediatamente ovvie. Per esempio, per determinare il
ruolo delle donne nella chiesa odierna, bisogna prendere in
considerazione che vi erano poche opportunit? di istruzione
per le donne del primo secolo, mentre l?istruzione ? la norma
indiscussa nella nostra societ?. Questo potr? influire sulla
comprensione di testi come I Timoteo 2:9-15. Analogamente,
una democrazia moderna ? radicalmente diversa dal governo
descritto da Paolo in Romani 13:1-7; in una democrazia
moderna ci si aspetta che le cattive leggi vengano cambiate e
che i ministri incapaci o corrotti vengano estromessi. Questa
considerazione deve infl uire sul modo in cui viene introdotto
il capitolo 13 di Romani nell?America o nell?Europa dei nostri
tempi.
7. Si deve, inf ne, esercitare l?amore cristiano. I cristiani devono
riconoscere le difficolt?: ? necessario aprire un varco di
comunicazione reciproca, iniziare col definire alcuni principi
ed infine mostrare amore e disponibilit? a chiedere perdono
alle persone da cui si diverge.
Prima di concludere questa discussione, ci sar? utile notare
in che modo questi criteri si applichino a due questioni correntemente
dibattute: il ministero della donna e l?omosessualit?,
specialmente dal momento che alcuni dei sostenitori dei ministeri
della donna stanno utilizzando gli stessi ragionamenti
per sostenere anche l?omosessualit? come valida alternativa
cristiana.
La questione del ruolo femminile nella chiesa, quello di insegnante
o di proclamatrice della Parola, fondamentalmente
si concentra su due testi: I Corinzi 14:34-35 e I Timoteo
2:11-12. In entrambi i casi, vengono imposti il ?silenzio? e la
?sottomissione? ? sebbene in nessun caso la sottomissione sia
necessariamente nei confronti del marito ? ed in I Timoteo 2
non le viene permesso di insegnare o ?usare autorit? sull?uomo?
(ND)7. Una piena adesione a questo testo nel ventunesimo
secolo sembrerebbe escludere non solo la predicazione e
7 Invece le versioni NR e R/L traducono marito. Gli autori seguono la Versione
inglese NIV del v. 12: ??or to have authority over a man?. Vedere Donald Guthrie:
?Le Epistole pastorali?, Edizioni GBU, Roma 1971, p. 89-90. Secondo John Stott la
parola greca anēr pu? signifi care o uomo o marito; ?Message of I Timothy & Titus?
nella collana ?The Bible Speaks Today?, Leicester, GB 1996, p. 85, ndr.
le epistole: le questioni ermeneutiche
90
l?insegnamento da parte della donna nella chiesa locale, ma
sembrerebbe anche proibire che essa scriva libri su argomenti
biblici che verranno letti da uomini, insegnare la Bibbia o
argomenti affini (tra cui l?istruzione religiosa) nelle facolt?
cristiane o istituti biblici dove si trovano anche uomini a frequentare
le lezioni, oppure impartire insegnamento a uomini
nelle situazioni missionarie. Eppure, coloro che si oppongono
all?insegnamento della donna nella chiesa contemporanea raramente
spingono l?interpretazione a questi estremi. Inoltre
quasi sempre interpretano le questioni dell?abbigliamento del
versetto precedente (I Timoteo 2:9) secondo il criterio della
relativit? culturale.
D?altro canto, il fatto che I Timoteo 2:11-12 possa essere soggett
o alla relativit? culturale si pu? sostenere prima di tutt o
con l?esegesi di tutte e tre le Epistole Pastorali. Certe donne
erano una fonte di disturbo nella chiesa in Efeso (I Timoteo
5:11-15; II Tim. 3:6-9) e sembra che fossero state in parte la
causa del successo dei falsi maestri in quella citt?. Siccome
in altre parti del Nuovo Testamento si scopre che le donne
insegnavano (Att i 18:26) e profetizzavano (Atti 21:8; I Corinzi
11:5), ? assai probabile che I Timoteo 2:11-12 si rivolga ad un
problema locale. Ad ogni modo, i criteri menzionati sopra
appoggiano la possibilit? che la proibizione in I Timoteo 2:11-
12 sia relativa alla cultura del tempo.
Tuttavia, ben altra cosa ? la questione dell?omosessualit?.
In questo caso, i criteri si stagliano chiaramente contro qualsiasi
possibilit? che anche qui si possa avere a che fare con
la relativit? culturale. La Bibbia nella sua interezza presenta
una testimonianza compatta contro l?attivit? omosessuale, in
quanto un male dal punto di vista morale.
Negli anni recenti alcuni hanno voluto sostenere che l?omosessualit?
di cui parla il Nuovo Testamento ? del tipo in cui persone
abusano degli altri, mentre l?omosessualit? monogamica
tra adulti consenzienti ? tutt ?altra questione. Essi arguiscono
che su basi esegetiche non si possa dimostrare che quest?altra
forma di omosessualit? sia proibita. Si sostiene anche che, da
un punto di vista culturale, queste opzioni del ventunesimo
secolo non erano concepibili allora. Di conseguenza, sosterrebbero
che alcuni dei nostri criteri (per es. il 5 e il 6) permettono
di pensare che anche le proibizioni neotestamentarie contro
l?omosessualit? siano relative dal punto di vista culturale;
aggiungerebbero inoltre che alcuni dei criteri non sono veri,
oppure irrilevanti.
Il problema di questo modo di ragionare, per?, ? che non
regge n? da un punto di vista esegetico, n? storico. L?omosessualit?
che ha in mente Paolo in Romani 1:24-28 chiaramente
non ? del tipo ?abusivo?; si tratta dell?omosessualit? libera,
che trova il pieno consenso dei partner, maschi o femmine.
Inoltre, la parola usata da Paolo in I Corinzi 6:9 ?sodomiti?
(NR e CEI) o ?omosessuali? (ND) letteralmente fa riferimento
alla pratica omosessuale genitale tra maschi. Siccome la
Bibbia nel suo insieme testimonia contro l?omosessualit? e la
colloca senza eccezioni nel campo della morale, e siccome non
? stato affatto dimostrato che le opzioni per l?omosessualit?
differiscano oggi da quelle del primo secolo, non sembra che
vi siano delle valide ragioni perch? essa sia concepibile come
questione relativa e puramente culturale.
Il problema della teologia calata nel contesto particolare
(Task theology)
Nell?ultimo capitolo abbiamo notato che una buona parte della
teologia nelle Epistole ? orientata verso un proposito specifico
e che quindi non viene presentata sistematicamente. Tuttavia,
ci? non significa che non si possa in realt? presentare sistematicamente
la teologia che viene o espressa o fatta derivare
dalle affermazioni nelle Epistole. Al contrario, questo ? uno
dei passaggi obbligati per lo studente della Bibbia. Chi la studia
deve costantemente formare ? e riformare ? una teologia
biblica in base ad una solida esegesi e, molto spesso, come
vogliamo subito riconoscere, la teologia di un dato scrittore
si trova nei suoi presupposti ed implicazioni, oltre che nelle
sue affermazioni esplicite.
Qui vogliamo solo mett re in guardia lo studente, invitandolo
alla cautela nel suo compito di ?fare teologia?, cautela
che risulta direttamente dalla natura circostanziale delle Epistole.
1. A causa della loro natura circostanziale, dobbiamo talvolta
accontentarci di alcune limitazioni alla nostra comprensione
teologica. Per esempio, poich? i Corinti capiscano l?assurdit?
del fatto che due fratelli possano denunciarsi a vicenda in
un tribunale pagano, Paolo dichiara che un giorno i cristiani
giudicheranno sia il mondo che gli angeli (I Corinzi 6:2-3).
Oltre a questo per?, i testi non dicono nulla. Di conseguenza,
possiamo affermare come parte dell?escatologia cristiana (il
nostro modo di comprendere la realizzazione finale) che senza
dubbio i cristiani eserciteranno dei giudizi nell?Eschaton (nel
Giorno finale, ndt), per? non sappiamo proprio che cosa possa
significare questo fatto o come si realizzer? concretamente nei
dettagli. Andare oltre l?affermazione in s? significa entrare nel
campo della speculazione.
Allo stesso modo, in I Corinti 10:16-17 Paolo arguisce, dalla
maniera della partecipazione dei Corinti alla Cena del Signore,
che essi non possono allo stesso tempo partecipare ai pasti
idolatrici nel tempio. Ci? che Paolo dice intorno alla partecipazione
sembra realmente andare oltre la teologia della Cena
che ritroviamo in una buona parte del protestantesimo ?evangelicale?.
Qui non si tratta di una semplice rimembranza, ma
c?? una reale partecipazione con il Signore stesso. Da altri testi
del Nuovo Testamento possiamo dedurre inoltre che questa
partecipazione avveniva attraverso lo Spirito e che i benefici
derivavano dalla fede. Anche qui, per?, esuliamo dal testo
immediato per esprimere la concezione di Paolo in senso teologico
e molti non sarebbero contenti della nostra scelta di testi
esterni. Con questo vogliamo dire che non ci viene specificato
quale sia la precisa natura di quella partecipazione, n? in che
modo i benefici raggiungano il credente. Noi tutti vogliamo sapere,
ma la nostra conoscenza ? difettosa proprio a causa della
natura circostanziale delle affermazioni. Tutto ci? che viene
detto al di l? di quel che i testi stessi rivelano non pu? avere lo
stesso valore biblico o ermeneutico che ci pu? essere sulla base
di una solida esegesi. Stiamo affermando semplicemente che,
nella Scrittura, Dio ci ha dato tutto ci? di cui abbiamo bisogno,
ma non necessariamente tutto ci? che vorremmo sapere.
2. Talvolta i nostri problemi teologici con le Epistole derivano
dal fatto che stiamo interrogando dei testi che per loro
natura circostanziale rispondono solo alle loro domande.
Quando chiediamo a questi testi di rivolgersi direttamente
alla questione dell?aborto, delle seconde nozze o del battesimo
ai neonati, esigiamo che essi rispondano a delle domande appartenenti
a tempi successivi. Talvolta i testi sono in grado di
rispondere, ma spesso non lo fanno, perch? il problema non
era stato ancora suscitato allora.
Gi? nel Nuovo Testamento vi ? un chiaro esempio di questo
problema. Sulla questione del divorzio Paolo dice: ?Non io,
ma il Signore? (I Corinzi 7:10), volendo significare con questo
che Ges? stesso aveva affrontato quella questione. Ma alla
domanda suscitata in ambiente greco, cio? se un credente
doveva divorziare dal partner pagano, apparentemente Ges?
non aveva avuto occasione di rispondere; il problema si collocava
semplicemente al di fuori del suo ambiente giudaico.
Eppure l?apostolo Paolo si trov? a dover affrontare il problema;
perci? disse: ?Io, non il Signore? (v. 12). Ovviamente, per
noi il problema ? che non possediamo di certo n? l?autorit?
apostolica di Paolo, n? la sua ispirazione. L?unico modo in cui
possiamo perci? affrontare tali problemi ? sulla base di una
teologia biblica globale e integrale che racchiuda la nostra
concezione della creazione, della caduta, della redenzione, e
del compimento finale. In altre parole, bisogna che tentiamo
di risolvere il problema con una visione biblica dell?universo.
Per? facciamo attenzione: non ? lecito citare passi qua e l?
come prova a sostegno della propria tesi, quando non ci sono
dei testi direttamente attinenti!
Ecco, perci? presentati, alcuni nostri suggerimenti ermeneutici
per la lettura e l?interpretazione delle Epistole. Il nostro
obbiettivo immediato ? quello di ottenere una maggiore precisione
e coerenza nell?interpretazione; l?obbiettivo ancora pi?
alto ? quello di portarci ad una maggiore ubbidienza a quel
che udiamo e comprendiamo.

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