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Aldo Visco Gilardi

A seguire una intervista telefonica fatta all'autore: Aprile 2013. Telefonata ad Aldo Visco Gilardi. Appunti presi durante la telefonata: già precedentemente all’11 settembre 1973, data del golpe militare in Cile, Aldo, insieme ad altri valdesi della Tavola Valdese, del Centro Ecumenico Agape, della Comune di Cinisello, della rivista Gioventù Evangelica diretta da Giorgio Bouchard, aveva mostrato attenzione per il Cile, come per altri paesi del Sud America, dell’Africa e per il Vietnam. Erano attenti in particolar modo alle minacce alla democrazia e ai diritti umani, messe in atto con complicità internazionali dai rispettivi governi o da gruppi militari di opposizione, come nel caso del Cile, Argentina e Uruguay. I contatti con l’America latina risalivano già alla fine dell’800, dove molti valdesi erano emigrati per cercare condizioni di vita migliori. La chiesa valdese dell’America latina era rimasta sempre unita a quella di origine. Questo tipo di struttura ha favorito l’organizzazione degli aiuti quando il potere è stato preso dai militari. In Cile, dopo il golpe e l’uccisione del suo legittimo presidente Salvador Allende, iniziò la repressione degli oppositori al nuovo regime. Aldo mi racconta che lui stesso partecipò alla costituzione di una rete di solidarietà delle chiese protestanti per far emigrare gli oppositori che rischiavano la vita. La rete era coordinata con un gruppo di svizzeri che avevano voluto aprire le loro case all’ospitalità di perseguitati e rifugiati. Se non ci fosse stata questa offerta di accoglienza, non avrebbero potuto né uscire, né essere ricevuti. I rifugiati facevano la prima tappa a Buenos Aires, approdavano a Milano per poter poi proseguire per la Svizzera. All’inizio utilizzavano vie regolari, poi la polizia di frontiera svizzera si è accorta di passaggi non autorizzati dal proprio governo e ha posto maggiore attenzione. Con un braccio di ferro, il governo svizzero ha imposto un visto da richiedere al Consolato di Milano prima dell’ingresso nel Paese. Tra la domanda del visto e la risposta passavano anche sei mesi e i visti venivano in alcuni casi rifiutati. La loro rete organizzò quindi altri passaggi attraverso il cammino dei contrabbandieri. Fecero arrivare prima i padri, oppositori politici che facevano parte della giunta di Allende, poi i loro famigliari. Gli chiedo se è stato scritto su questa esperienza. Guido Rivoir, vissuto fino a quasi 104 anni, che ha fatto grosse battaglie con il governo federale e cantonale, ha scritto un libro, uscito postumo, Le memorie di un valdese, Claudiana, Torino, 2012. Duecentocinquanta sono le persone passate attraverso l’organizzazione italiana su quattrocento accolte complessivamente in Svizzera. A Torino vivono Giorgio Bouchard e la allora sua moglie Toti Rochat; facevano parte del gruppo che accoglieva i rifugiati. Toti Rochat ha scritto dell’esperienza di Cinisello Balsamo, nel libro Via Montegrappa 62 B, Marsilio, 2010, dove, appunto, essi transitavano e venivano ospitati. Toti Rochat, con cui poi mi sono messo in contatto, mi ha detto che mentre lei si occupava di una scuola serale all’interno della Comune di Cinisello (e entro la quale avevano accolto i rifugiati) Aldo gestiva il negozio della Libreria Claudiana a Milano. Ferdinando Un evangelico nel lager So che Aldo ha scritto (con Giorgio Bouchard) un libro su suo padre Ferdinando, Un evangelico nel lager, e gliene chiedo notizie. Già negli anni Trenta, il padre aveva una casa editrice e aveva pubblicato in pieno fascismo Benedetto Croce, unico suo libro di saggi di filosofia politica, tra gli altri, contro O. Spengler ed E. Bergmann, teorici nazisti della razza; Ernesto Buonaiuti, La Chiesa romana; uno di filosofia di Rudolf Steiner e un libro di Niccolò Cuneo sulla Spagna cattolica e rivoluzionaria pochi anni prima della guerra di Spagna. Suo padre, durante la Seconda guerra mondiale, aveva organizzato l’assistenza agli internati nel lager nazista di Bolzano. Abitando in quella città si era reso conto di cosa stesse succedendo ed era stato incaricato da Milano di occuparsene. Bolzano non faceva parte della Repubblica dell’Alta Italia di Salò. I tedeschi l’avevano annessa al Reich con Belluno, il Friuli Venezia Giulia e il Sud-Tirolo. A Verona suo padre aveva incontrato l’amico milanese Lelio Basso, che coordinava l’antifascismo nell’Alta Italia; da lui aveva avuto l’incarico di organizzare la solidarietà all’interno del campo per conto del Comitato di Liberazione Nazionale. Aveva cominciato contattando un idraulico manutentore all’interno del lager. Vestito da operaio idraulico entrava nel lager per prendere contatti con dei referenti internati e organizzare l’assistenza. Così si era fotografato in mente la pianta del lager per poter portare dentro aiuti umanitari, alimenti, vestiario, denaro e generi di prima necessità per sopravvivere meglio, per organizzare fughe, raccogliere e trasmettere informazioni: sapere quali convogli fossero in entrata, sapere chi era chiamato per la partenza verso i lager austriaci, tedeschi e polacchi; per far avere informazioni alle famiglie e trasmettere corrispondenze clandestine ai detenuti, e altro ancora. È stata una rete di solidarietà organizzata molto bene, affidabile e molto estesa. Quando per la soffiata di un camionista sono stati arrestati il padre e altri componenti il Comitato di Liberazione, l’organizzazione ha ripreso a funzionare. Suo padre, una volta preso, è stato torturato e messo in isolamento, riuscendo comunque a mandare fuori le minute dei verbali di quanto dichiarato sotto tortura in modo che altri non dichiarassero cose diverse. Sua madre per un po’ è stata tenuta in ostaggio, ma ha contribuito a ricostituire la rete di solidarietà, che ha funzionato -grazie all’impegno e all’abnegazione di tante donne- fino alla fine della guerra. Suo padre, uscito dal carcere con la Liberazione il 30 aprile 1945, è stato prelevato dai partigiani e portato al quartier generale delle armate tedesche al castello di Bergheim ad accompagnare il dr. Bruno De Angelis, delegato militare del Clnai, per raccogliere il 3 maggio la firma del trattato di resa al Cln dei generali tedeschi v.Vietinghoff e Karl Wolff, che allora speravano di conservare al Reich i territori annessi. I generali tedeschi avevano già fatto firmare ai loro luogotenenti qualche giorno prima la fine delle ostilità e la resa agli Alleati a Caserta. La guerra si conclude in Europa dopo l’8 maggio con il suicidio di Hitler e la liberazione di Berlino da parte dell’Armata Rossa.