Il tuo account

Vocazione e lavoro

Vocazione e lavoro

  0.00
Puoi votare questo prodotto se esegui il login.
Disponibilità
Terminato - Disponibile a breve
Nostro prezzo  €16,00

Descrizione

Quali sono i rapporti tra la dottrina calvinista e puritana della vocazione e la concezione moderna del lavoro?Studiando gli scritti di Calvino e alcuni trattati di eminenti teologi e predicatori inglesi del Seicento – quali William Perkins, Richard Baxter e Richard Steele – Mario Miegge mette in luce la elaborazione delle "vocazioni particolari" che, attuandosi nelle diverse professioni e mestieri, innalzarono il lavoro al rango di valore universale.Tuttavia, i meccanismi anonimi e costrittivi della grande industria e del mercato globale hanno disgregato i modelli dell'etica professionale, e il lavoro - sempre più frammentato e precario - ha perso ogni connotato vocazionale.Secondo Miegge, d'altro canto, non si potrà far fronte alla presente accumulazione di crisi (economica e occupazionale, ambientale e sociale) se non vengono riscoperte e sviluppate forme di attività e di cooperazione che prendano nuovamente senso da una comune "chiamata" riguardo all'avvenire del genere umano e alla salvaguardia del nostro pianeta.

Categorie

Prodotti » Libri Cristiani » Storia

Proprietà

ISBN: 9788870167955
Produttore:
Claudiana
Codice prodotto: 9788870167955
Peso: 0,370kg
Lingua: Italiano

Prefazione

Negli anni, ormai lontani, degli studi universitari ho incominciato a lottare con l’opera di Max Weber e da allora quel dialogo non si è mai interrotto.
Le tesi sulla affinità tra l’etica protestante e lo «spirito del capitali- smo» hanno aperto e accompagnato una delle più ricche controversie del novecento nel campo delle scienze storico-sociali. Ma esse met- tevano anche in questione la mia identità personale.
nel saggio del 190 Weber ha effigiato la «ascesi intramondana» dei fedeli calvinisti e puritani, che in ansiosa solitudine interiore si interrogano sulla propria salvezza e sugli insondabili decreti della pre- destinazione divina; e a questi dilemmi rispondono con una attività indefessa e ben regolata, pienamente idonea alla conduzione razionale dell’impresa economica moderna e al suo successo. Ma quella figura del protestantesimo non corrispondeva a ciò che mi era più prossimo e più caro: la precoce decisione di mia madre e di mio padre e dei loro amici fraterni di resistere al fascismo; la vitalità intellettuale del gruppo di pastori e laici che, negli anni della guerra e del dopoguer- ra, si riunivano nelle «Giornate teologiche del Ciabàs»; la densità dei rapporti comunitari che ho vissuto – ben oltre l’età giovanile – nel cantiere e nelle attività di studio e discussione del villaggio ecumenico di agàpe, fondato nel 1947 da Tullio Vinay nell’alta Val Germanasca; e, in ogni momento, l’attenzione e l’impegno rivolti alla vita pubblica e ai conflitti che la fanno progredire.
ero dunque ben disposto ad accogliere gli insegnamenti di due al- tri autori, che hanno segnato il mio itinerario di ricerca. Da una parte, il libro di andré Biéler (La pensée économique et sociale de Calvin, 199) mi ha aperto una nuova comprensione dei testi del riformatore di Ginevra: il concetto della «communication mutuelle entre les hom- mes» – che prende rilievo centrale nello studio di Biéler – è infatti nello stesso tempo teologico e sociale, e corregge la tradizionale e rigida lettura dell’opera di Calvino, che Weber aveva sostanzialmen-
te accettato. Dall’altra, gli scritti di Christopher Hill – che nel secolo scorso è stato il più grande storico della rivoluzione inglese del 140- 0 – hanno rafforzato la mia inclinazione a privilegiare, nella vicenda del calvinismo e del puritanesimo, la dimensione pubblica e politica. Questa scelta di lettura ha trovato nuove conferme nei saggi di Herbert Lüthy (Le passé présent, 199) e di Michael Walzer (The Revolution of the Saints, 198)1, che ho incontrato nel corso di un anno sabbatico (1981-82) nell’Università di Princeton.
è in quella sede che ho incominciato a leggere i testi inglesi del Sei- cento, che sono il principale oggetto di Vocazione e lavoro. a distanza di molti anni non si attenuano il ricordo e la riconoscenza nei confronti dei colleghi americani che hanno reso possibile quel soggiorno e che hanno dato attenzione e appoggio al mio lavoro: richard Shaull, che aveva svolto il suo insegnamento nel Theological Seminary di Prince- ton, e John Gager, che dirigeva il Department of religion dell’Univer- sità; e anche gli addetti della Speer Library, che mi hanno dato libero accesso agli scaffali della preziosa Puritan Collection.
La ricerca è proseguita, negli anni seguenti, nella British Library di Londra, alla quale esprimo gratitudine, anche per avere autorizzato la riproduzione di alcune rare illustrazioni.
i capitoli i-iV di questo libro sono stati pubblicati inizialmente in italiano, nei quaderni della Collana «Pugillaria» dell’editore ferrarese italo Bovolenta (198). Li ho riscritti in francese, in forma più distesa, con l’aggiunta di due nuovi capitoli (V e Vi), per le edizioni Labor et fides (Ginevra, 1989). Desidero ringraziare ancora una volta gli ami- ci Jean Baubérot, che ha accolto Vocation et travail nella collezione «Histoire et société» da lui diretta, e Yann rédalié, che ha dato tempo e cura alla revisione del mio scritto: a quel tempo egli era lettore di lingua francese nelle Università di Bologna e di ferrara, e alcuni anni dopo è stato chiamato a compiti più consoni alla sua calling profes- sionale, diventando titolare dell’insegnamento del nuovo Testamento nella facoltà valdese di teologia di roma.
La pubblicazione di Vocation et travail mi ha permesso di collabo- rare alla ingente impresa della Encyclopédie du protestantisme, diretta da Pierre Gisel e Lucie Kaennel (Ginevra, Labor et fides, 199), per la quale ho scritto il dossier Capitalisme, successivamente aggiorna- to e ampliato per la nuova edizione della Encyclopédie nelle Presses Universitaires de france (e tradotto in italiano col titolo Capitalismo e modernità, Torino, Claudiana, 200). Di questo lavoro rimane trac- cia nel capitolo aggiuntivo (Vii) scritto per questa nuova edizione di Vocazione e lavoro.
II.
Come è costruito il percorso della ricerca?
Le relazioni tra «vocazione» e «lavoro» ne compongono il filo con- duttore. Ma quelle relazioni non sono lineari e di per sé ovvie e perspi- cue. Differenti e talora distanti appaiono infatti le aree di linguaggio e i contesti di cultura e storia in cui i due termini sono radicati e hanno avuto maggior peso e rilevanza.
il lessico e le elaborazioni concettuali della vocatio hanno lunga durata e, nel solco tracciato dai testi biblici e apostolici, accompagnano tutta la vicenda della cristianità occidentale. Pur nelle cospicue varia- zioni della dottrina e delle pratiche, il significato religioso della «vo- cazione» rimane costante e rende agevole il confronto tra le diverse epoche e la comprensione delle controversie, sovente acute, riguardo alle scelte di vita e alle regole di condotta dei “chiamati”.
assai più complessa è la storia del labor. Dalle sue origini fino a tempi recenti, la parola ha mantenuto i connotati della fatica e della pena e le marchiature di classe, che collocavano i laboratores negli strati più bassi e “servili” dell’attività umana e dell’edificio sociale (vedi oltre, cap. V, 1. Le parole del lavoro). Soltanto nell’età moderna il labor si è decisamente innalzato nella scala dei valori, ha ottenuto piena dignità culturale (in particolare nella letteratura di lingua in- glese) e poi centralità teorica nella nuova scienza economica e nelle «filosofie del lavoro». e infine, negli ultimi due secoli, l’ascesa delle organizzazioni sindacali e politiche dei “lavoratori” ha mutato le forme e la sostanza dei conflitti sociali e degli ordinamenti civili.
Questo divario nell’evoluzione delle parole e delle idee si riflette nella composizione del libro. nei capitoli i-iV lo spazio è occupato dalle figure della attività vocazionale, delineate negli scritti di Calvi- no e poi, principalmente, nei due trattati inglesi di William Perkins e di richard Steele. a partire dal capitolo V entrano invece in primo piano le figure del «lavoro», modernamente inteso. Quali sono i col- legamenti e le interazioni tra questi differenti attori?
1. Già nella generazione apostolica la «chiamata» divina interpella i suoi destinatari nelle loro particolari e diverse condizioni di vita e di status sociale (cfr. i Cor. 7). Di conseguenza, le successive dottrine cristiane della vocazione non contengono soltanto messaggi teologici e dettami morali. esse disegnano anche delle mappe di società, che concernono innanzi tutto la distribuzione e l’organizzazione dei «do- ni», dei compiti e dei ruoli nella compagine ecclesiale; ma anche – in modo più o meno diretto – gli ordinamenti, reali o ideali, della civitas terrena in cui i fedeli si trovano a operare.
in questo quadro storico e sociologico (tracciato con chiarezza da ernst Troeltsch agli inizi del novecento) la rivoluzione religiosa del xvi secolo ha spianato i muri che nel corso dei secoli si erano eretti tra i due comparti della società cristiana: da un lato lo «stato eccle- siastico», nel quale si esercitano le vocazioni, canonicamente «ordi- nate», del clero e dei «religiosi» (monaci e frati); dall’altro lo «stato» dei laici, la cui condotta nel mondo è governata prevalentemente dalle prescrizioni della legge naturale e dai codici consuetudinari.
La riforma, pertanto, ha riconfigurato in termini di «vocazione cri- stiana» l’intero arco delle attività mondane e profane: ha elevato gli officia e i ruoli della vita domestica e della vita pubblica e la varietà delle professioni e dei mestieri – anche i più umili – al rango dell’agire che risponde alla chiamata divina.
2. Per il riformatore di Ginevra la vocazione è una «regola perpe- tua», che dà ordine e armonia alla vita dei fedeli e si attua nelle rela- zioni di mutualità e di comunicazione reciproca della «Compagnia dei fedeli» (vedi oltre, cap. i, 1. «Sanctus paterfamilias»).
nel puritanesimo inglese la disciplina della vocazione diventa og- getto di trattati specifici, indirizzati a un’ampia platea, in cui le classi medie sono in ascesa nella scala sociale e nei livelli dell’istruzione.
nell’inghilterra dell’epoca Tudor gli ordinamenti gerarchici tradi- zionali e i codici della vita signorile e nobiliare si stanno sgretolando. Scritto negli ultimi anni del regno di elisabetta i, il Treatise of the Vo- cations di William Perkins affronta esplicitamente la questione dell’or- dine (Order) della società. il teologo calvinista di Cambridge elabora dunque l’assetto delle «vocazioni particolari» (particular callings), privilegiando gli incarichi pubblici e i ruoli di governo della comuni- tà civile e di quella ecclesiastica, ai quali sono eletti il Magistrate e il Minister. Ma nell’edificio disegnato da Perkins incomincia a prendere posto anche il Tradesman (l’uomo di mestiere e di bottega), portato come esempio di buona gestione dei compiti vocazionali (vedi oltre, cap. ii). The Tradesman’s Calling sarà per l’appunto il titolo del trattato di richard Steele pubblicato nel 184, in un clima politico e religioso del tutto diverso (vedi oltre, cap. iii). Dopo due decenni di rivoluzione (140-0), ai puritani sconfitti sono stati sbarrati lo spazio politico e le carriere pubbliche. espulsi dalla restaurata chiesa d’inghilterra nel 12, i loro pastori e teologi prendono la guida delle comunità dissen- zienti, radicate negli ambienti popolari e piccolo-borghesi e sovente esposte a repressione. essi dedicano dunque i loro sermoni e breviari alle callings particolari degli agricoltori e dei marinai, degli artigiani e dei commercianti. Costretta a trincerarsi nelle attività della vita pri- vata, la dottrina vocazionale del tardo puritanesimo elabora il catalo- go delle «virtù economiche» e i profili di un’etica professionale, che (nella lettura proposta da Max Weber) si associa al nascente «spirito» del capitalismo moderno.
3. i due trattati, di Perkins e di Steele, possono anche essere inter- pretati alla luce delle odierne teorie sociologiche della «legittimazione» (vedi oltre, cap. iV). a partire dal puritanesimo inglese del Seicento, per quasi tre secoli la costruzione della identità personale e del rico- noscimento sociale degli attori è avvenuta prioritariamente sul terreno delle prestazioni professionali e, in generale, del «lavoro».
Questa parola e i suoi derivati sono però scarsamente presenti ne- gli scritti di Calvino e dei primi autori puritani, e in essi mantengono l’accezione tradizionale, di sforzo e «laboriosità». nelle pagine, inve- ce, del Christian Directory (173) di richard Baxter il Labour prende quota nel lessico e ottiene statura di concetto. in quell’opera il mag- giore teologo del Dissenso colloca e definisce il Labour nell’ambito di una robusta dottrina della azione (Action) divina e umana.
Perciò, nel capitolo V si allarga il quadro storico della nostra in- dagine. Pur nella distanza delle epoche, il testo di Baxter si presta a un confronto con due altre rappresentazioni del labor: da un lato, a monte, quella premoderna di Tommaso d’aquino: dall’altro, a valle, quella in certo qual modo «postmoderna» di Hannah arendt.
il raffronto – chiaramente oppositivo – tra le definizioni del lavoro di Baxter e dell’aquinate è agevolato dai riferimenti scritturali co- muni ai due autori. i teologi puritani (e Baxter in particolare) hanno rivendicato la validità universale e l’applicazione rigorosa del dettame apostolico «chi non vuole lavorare non mangi» (ii Tess. 3,10). ora, per l’appunto, le argomentazioni di Tommaso riguardo al labor (alle quali diamo consistente spazio nel cap. V, 4. San Tommaso e i suoi av- versari) si collocano principalmente nel quadro di una disputa contro avversari di alto livello, che nel xiii secolo si appellavano all’autorità di quel testo di Paolo e ponevano il labor nel novero dei «precetti», obbligatori per tutti i cristiani, come faranno, in altra forma, i puritani inglesi del Seicento.
Dall’altra parte, il richiamo a Hannah arendt non mi è parso estrin- seco e anacronistico. nelle pagine del Christian Directory di Baxter, infatti, sono già presenti i tre termini che verranno a comporre il pa- radigma dell’attività umana in The Human Condition (198): Labor/ labour, Work e Action. Ma per mezzo di quel paradigma critico Han- nah arendt annunciava l’esodo dalle concezioni del lavoro che hanno dominato la scena culturale degli ultimi secoli e che hanno ascendenze evidenti nella dottrina vocazionale e nell’etica del tardo puritanesimo inglese e americano.
4. nel capitolo Vi le tesi della arendt sono messe in discussione, ma si registra anche la crisi e la dissoluzione dei modelli dell’etica professionale, che già Max Weber aveva evocato e che sono state ma- gistralmente descritte, alla metà del novecento, dal sociologo ameri- cano Charles Wright Mills.
Si aprono, a questo punto, le domande riguardo alle possibili quali- tà «vocazionali» dell’agire umano, nel nostro tempo. ritradotte in un linguaggio laico, quelle qualità potrebbero essere assegnate a forme di attività dotate di senso, liberamente decise e organizzate in gruppi di sodales, sottratte ai costrittivi meccanismi della nostra economia, durevoli e orientate a un futuro comune?
Ma tali attività, ovviamente, non possono trovare spazio nell’am- bito del lavoro «alienato». La metafora del «lavoro politico» (vedi ol- tre, cap. Vi, 4. «Lavoro politico»: le avventure di una metafora) – che ha avuto diffusione negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso – designava, al contrario, la prassi conflittuale della emancipazione dei lavoratori e la difficile costruzione di una società maggiormente egualitaria e democratica.
Quando però fu dato alle stampe Vocation et travail, quel «lavoro politico» appariva già in declino.
Domande analoghe furono proposte, nello stesso anno 1989, in un breve e limpido libro intitolato Il senso del lavoro oggi, scritto da un sindacalista, Sandro antoniazzi, e da un filosofo, francesco Totaro. Da quelle pagine riprende avvio l’ultimo capitolo, composto nel 2009.
ora, nel corso di due decenni, da una parte, si sono ulteriormente deteriorate le condizioni e i rapporti di lavoro, in un quadro globale go- vernato dalle devastanti strategie economiche del «breve periodo». Ma, dall’altra, l’incombenza della crisi ambientale può forse riaprire oggi la via a forme di lavoro e di agire sociale che prendano nuovamente il senso di una «chiamata» in ordine all’avvenire del genere umano.
in queste considerazioni su «Lavoro e vocazione nel tempo della crisi» non mi sono affatto proposto di tracciare una rassegna, sia pure sommaria, delle più importanti indagini sul lavoro pubblicate negli ultimi vent’anni. Mi sono avvalso soltanto di alcuni testi che mi appa- rivano più prossimi all’itinerario della ricerca. Sono grato agli autori dai quali ho tratto stimoli di riflessione e il maggior numero di cita- zioni. essi sono principalmente (oltre ai suddetti antoniazzi e Tota- ro) Jeremy rifkin e Ulrich Beck, Giorgio ruffolo e Luciano Gallino, Marco revelli e Maurizio Pallante.
M.M.
Scrivi una recensione per questo prodotto

Commenti

Devi eseguire il login per aggiungere una recensione.


I clienti che hanno scelto questo articolo hanno scelto anche:

Nella stessa collana:
Studi Storici - Saggi

Solo su prenotazione - Tempi in base al fornitore
Prezzo: €28,00

Le origini del potere temporale dei papi. Stefano II e Pipino il Breve. La Donazione di Costantino, «il più famoso dei falsi medievali».

Prezzo: €29,00

Poveri di Lione e valdesi. I valdesi in diverse aree geografiche. Valdismo e protestantesimo.

Prezzo: €30,00

Antifascismo e lotta di liberazione nel Piemonte valdese

Prezzo: €13,50