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Il bambino testardo

Il bambino testardo

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Descrizione

Il Dr. James Dobson scrive: "Nella natura di alcuni bambini c'è un temperamento dolce e sommesso, che porta lacrime di gioia agli occhi dei loro comprensivi genitori. Da neonati non piangono molto spesso, dormono tutta la notte già dalla seconda settimana di vita, vanno dai nonni, sorridono quando vengono cambiati e sono pazienti quando la cena è in ritardo. Durante l'infanzia, questi bambini amano tenere pulite le loro camere, amano specialmente fare i compiti e possono tenersi impegnati per ore. Temo che non ci siano molti di questi bambini supersottomessi, ma si sa che in alcune case esistono. Così come alcuni bambini sono per natura sottomessi, ci sono altri che sembra cerchino la battaglia non appena usciti dal grembo materno. Un bambino come questo viene al mondo fumando un sigaro e gridando per la temperatura nella sala parto e per l'incompetenza dello staff medico. Egli si aspetta che gli vengano serviti i pasti nell'istante in cui li ordina e richiede l'attenzione di sua madre in ogni secondo della giornata. Con il passare dei mesi, la sua espressione di sfida premeditata diventa più apparente durante l'infanzia, raggiungendo la forza di un uragano".

Questo arrogante piccolo seguace, che il Dr. Dobson chiama "il bambino testardo" è un prezioso essere umano che necessita di una particolare comprensione e disciplina da parte dei suoi genitori. Il bambino testardo è un pratico libro che si centra sull'infanzia e l'adolescenza e discute la rivalità, l'iperattività, l'autostima e gli errori più comuni commessi dai genitori frustrati. E' stato scritto nel caldo e umoristico stile che ha fatto del Dr. Dobson uno dei più amati scrittori.

Proprietà

ISBN: 9788880772620
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772620
Peso: 0,310kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Contenuto libro

Introduzione; La volontà selvaggia e furba; Come modellare la volontà; La protezione spirituale; Gli errori più comuni; Il problema della rivalità tra fratelli; Il problema dell'iperattività; Valutazione dell'efficacia dell'insegnamento dei genitori; L'adolescente testardo; La sorgente eterna.

Capitolo gratuito

Capitolo 1

LA VOLONTà SELVAGGIA E FURBA

La famiglia Dobson è composta da una madre e da un padre, da un maschietto e da una femminuccia, da un pappagallo, da un criceto, da un solitario pesciolino rosso e da due gatti annoiati e nevrotici. Viviamo insieme in relativa armonia e con il minimo di conflitti.
Esiste però anche un altro membro della famiglia che non esibisce un grande spirito di cooperazione e con il quale risulta difficile andare d’accordo. Si tratta di un testardo cane di razza bassotto che abbiamo chiamato Sigmund Freud (“Siggie” per gli amici intimi) e che pensa in tutta onestà di meritarsi tutto. I cani di questa razza tendono a essere molto indipendenti e Siggie conferma questa caratteristica in una forma contundente. Non che sia malintenzionato o maligno, ma vuole fare semplicemente la sua volontà. Noi così ci siamo trovati coinvolti in una strenua lotta che dura ormai da dodici anni.
Non soltanto Siggie è ostinato, ma non vuole neanche assumersi le sue responsabilità nell’ambito della vita familiare. Si rifiuta di portarmi il giornale nelle mattine in cui fa molto freddo, non si presta a giocare a palla con i bambini, non mette in fuga i roditori nel giardino e non è capace di fare nessuna di quelle dimostrazioni di abilità che realizzano invece gli altri cani più educati. Siggie, inoltre, si è rifiutato di partecipare a tutte le sedute di allenamento che volevo fare per addestrarlo. Si sente felice vagando da qua e di là, orinando dove gli capita e fermandosi a fiutare le rose.
Come se ciò non bastasse, Sigmund è anche un pessimo cane da guardia. Questo sospetto divenne una conferma una notte alle tre quando un intruso penetrò nel cortile di casa nostra. Svegliato da un profondo sonno, mi alzai rapidamente e percorsi tutta la casa senza accendere le luci. Sapevo che qualcuno si trovava nel cortile e anche Siggie lo sapeva, perché il codardo si rifugiava dietro me. Dopo aver ascoltato per alcuni minuti il battito del mio cuore, arrivai alla porta esterna e afferrai la maniglia. In quell’attimo qualcuno aveva aperto e richiuso la stessa porta molto dolcemente. Questo “qualcuno” era stato a pochi metri da me e adesso si trovava nel mio garage a curiosare. Parlai a Siggie nell’oscurità e pensai che forse avrebbe potuto investigare bene la situazione. Aprii la porta e ordinai al mio cane: “Attacca!” Siggie però non si mosse dal suo posto tremando di paura e io stesso dovetti spingerlo per farlo uscire. In mezzo a questi mormorii e alla confusione che ne sorse l’intruso riuscì a scappare, cosa che ci tranquillizzò entrambi.
Vi prego di non fraintendermi, Siggie è un membro della nostra famiglia e sentiamo molto affetto nei suoi confronti. Malgrado il suo carattere anarchico riuscii alla fine a insegnargli a ubbidire ad una serie di ordini molto semplici. Ci furono però alcune scaramucce prima che decidesse con reticenza a sottomettersi alla mia autorità. Lo scontro maggiore si verificò alcuni anni fa rientrando a casa da una conferenza di tre giorni tenutasi a Miami. Mi resi conto che durante la mia assenza Siggie si era impadronito della casa, ma non capii quanto si era radicata in lui l’idea del suo nuovo “stato” di padrone e signore se non a sera inoltrata.
Alle undici dissi a Siggie di andare nella sua cuccia a dormire. Per sei anni gli avevo ripetuto lo stesso ordine alla fine di ogni giornata e lui aveva sempre ubbidito. In questa occasione però rifiutò di muoversi. Si trovava comodamente seduto sul copri-coperchio in lana del water. è il suo luogo favorito della casa, perché gli permette di godere del calore che emana da una stufetta elettrica. In forma accidentale Siggie aveva già imparato quanto fosse importante assicurarsi che il coperchio del water fosse abbassato prima di saltarci sopra. Non dimenticherò mai la notte in cui imparò la lezione. Venne tremando di freddo, saltò per accovacciarsi sulla calda lana del copri-coperchio e precipitò nel water prima che potessi afferrarlo.
Quando ordinai a Sigmund di abbandonare il suo posto e di andare alla sua cuccia appiattì le orecchie e girò il muso lentamente verso me. Si accovacciò deliberatamente ancor di più, si afferrò con le unghie al tessuto di lana, mi mostrò i denti e fece risuonare il suo più minaccioso ringhio. Era il modo in cui Siggie mi diceva: “Vattene da qui!”
Già prima, in qualche altra occasione avevo visto questa attitudine di sfida e sapevo che c’era un solo modo per fronteggiarla. L’unica maniera per obbligare Siggie a ubbidire era di minacciarlo fortemente. Nessun’altra cosa funziona. Tornai nella mia stanza e presi dall’armadio una cintura piccola, ma larga, che mi avrebbe aiutato a ragionare con il signor Freud. Mia moglie, che stava osservando lo spettacolo, mi raccontò che non appena mi voltai Siggie scese dal coperchio e mi seguì al corridoio per vedere dove stavo dirigendomi. Poi si nascose dietro di lei continuando a ringhiare.
Quando tornai avevo la cintura in mano e dissi nuovamente all’adirato cane di andare alla sua cuccia. Siggie non si mosse e io allora lo colpii con la cintura sul fianco mentre lui cercava di morderla. Lo colpii nuovamente e questa volte cercò di mordere me. Ciò che ne seguì è impossibile descriverlo a parole. Io e questo piccolo animale intavolammo la più spettacolare lotta mai vista tra l’uomo e la bestia. Lo inseguii da una parete all’altra, mentre lui ringhiava e cercava di mordere la cintura e io gridavo cercando di colpirlo con la stessa. Il ricordo di quella scena mi impressiona sempre. Un centimetro alla volta lo sospinsi in sala da pranzo fino alla sua cuccia. Alla fine, con una manovra disperata, Siggie si collocò nell’angolo della sua cuccia continuando a ringhiare. Ero riuscito a rimandarlo al suo posto soltanto perché mi ero imposto con tutte le mie forze.
La sera seguente pensai che avremmo intavolato un’altra battaglia al momento di andare a dormire. Per mia sorpresa però ubbidì al mio ordine senza lamentarsi né opporre resistenza e tranquillamente trotterellò verso la sua cuccia in completa sottomissione. Sono passati quattro anni da quella sera e da allora Siggie non ha fatto più nessun altro tentativo per “imporsi all’autorità”.
Mi pare chiaro che nel suo linguaggio canino quello che Siggie stava dicendo era: “Non credo che tu sia abbastanza capace di obbligarmi a ubbidirti”. Forse sto umanizzando la condotta di un cane, ma non penso. I veterinari hanno confermato che alcune razze di cani, specialmente i bassotti e i pastori, non accettano il dominio dell’autorità dell’uomo prima di sottometterla a una “prova del fuoco” che confermi che è degna di essere ubbidita.
Questo però non è un libro che riguarda la disciplina a cui sottomettere i cani. Dalla mia storia si può ricavare un’importante morale applicabile al mondo dei bambini: così come un cane occasionalmente cerca di sfidare l’autorità del suo padrone, un bambino sente l’inclinazione a fare la stessa cosa e a volte in un grado superiore. Ciò non è un’osservazione insignificante, ma rappresenta una caratteristica inerente alla natura umana che molto raramente è riconosciuta o ammessa dagli “esperti” che scrivono libri sul tema della disciplina infantile. Non ho ancora trovato un testo diretto a genitori o a insegnanti che riconosca il problema dello sfibrante confronto di volontà che devono sperimentare regolarmente con i bambini. La leadership della generazione adulta molto raramente è accettata senza essere sfidata dai bambini. Questi vogliono “provare” gli adulti e desiderano sapere se sono degni di ricevere l’ubbidienza e la sottomissione che viene loro domandata.

LA GERARCHIA DELLA FORZA E DEL CORAGGIO

Ma perché i bambini sono così bellicosi? Tutti sappiamo che per natura sono amanti della giustizia, della legge, dell’ordine e dei limiti di sicurezza. L’autore dell’epistola agli Ebrei, un libro della Bibbia, ha detto che un bambino esente da disciplina si sente come un figlio illegittimo, qualcuno cioè che non appartiene alla famiglia. Perché allora i genitori non possono risolvere tutti i conflitti ricorrendo alla tranquilla riprensione, o alla spiegazione, o ai semplici richiami? Possiamo trovare la risposta in questo curioso sistema di valori che hanno i bambini rispetto alla forza e al coraggio quando sono combinati con l’amore. Qual è la maggiore spiegazione che si può dare alla grande popolarità di Superman e agli altri eroi del mondo infantile? Che cosa fa sì che un bambino possa gridare a un altro: “Mio padre può picchiare il tuo!” (Un bambino rispose a questa sfida: “Non è poi gran cosa, anche mia madre lo fa!”)
Possiamo vedere che molti giovani, ragazzi e ragazze, si occupano del tema: “Chi è il più forte?” Dovunque sia, un giovane che si introduce in un nuovo ambiente residenziale o in una nuova scuola deve lottare fisicamente o verbalmente per trovare la sua ubicazione nella gerarchia della forza. Chiunque conosce i bambini sa che in ogni gruppo ce n’è sempre uno relegato all’ultimo posto e disprezzato dagli altri. Nello stesso tempo ce n’è un altro che occupa il posto del capo privilegiato. Tra questi due estremi ogni bambino del gruppo sa esattamente dove collocarsi.
Recentemente io e mia moglie abbiamo avuto l’opportunità di osservare in azione questa gerarchia sociale. Invitammo quattordici ragazze, compagne di scuola di nostra figlia, per una festa. Fu un nobile gesto, ma posso assicurarvi che non lo faremo di nuovo. Fu una notte sfibrante nella quale non riuscimmo a dormire per le risa, i salti e l’andirivieni delle ragazze. Fu però qualcosa di interessante dal punto di vista sociale. Le ragazze incominciarono ad arrivare alle cinque di sera il venerdì e i loro genitori tornarono a prenderle il sabato alle undici di mattina. Riuscii a conoscere meglio le ragazze durante la prima ora che nel resto delle diciassette ore che passammo insieme. Mi fu anche possibile collocare ogni ragazza nella gerarchia del rispetto e del potere. Al di sopra di tutte c’era la regina; ogni suo suggerimento diventava il desiderio di ogni ragazza e ogni sua battuta suscitava un coro di risate. Alcuni gradini più in basso c’erano le principesse, quattro o forse cinque e alla fine della lista si trovava una povera ragazza separata e rifiutata da tutto il gruppo. Le sue battute erano così valide come quelle della regina, a mio parere, però nessuna rideva quando lei parlava. Qualsiasi suggerimento relativo ad un gioco veniva immediatamente respinto come troppo stupido. Mi sentivo di difendere quella ragazza solitaria per la sua situazione ingiusta. Sfortunatamente succede la stessa cosa in ogni gruppo di tre o quattro bambini, sia che si tratti di maschi sia di femmine. è qualcosa di inerente alla natura infantile.
Un tale rispetto per la forza e il coraggio fa sì che i ragazzi desiderino sapere quanto sono vigorosi i loro capi. Occasionalmente disubbidiranno agli ordini dei genitori per provare la determinazione che essi possiedono. Cosicché se siete padri, nonni, responsabili di un gruppo di Boy Scout o maestri di scuola, vi posso garantire che prima o poi uno di questi ragazzi, che si trovano sotto la vostra autorità, alzerà il suo piccolo pugno e sfiderà la vostra leadership. Come Siggie nel momento di ritirarsi nella sua cuccia, trasmetterà il suo messaggio tramite la disubbidienza: “Non credo che tu sia abbastanza forte da obbligarmi a fare ciò che mi ordini”.
Questo giochino di sfida verso chi “comanda” può essere praticato con sorprendente destrezza da ogni bambino. Proprio ieri un padre mi raccontava di aver portato la sua bambina di tre anni a una partita di pallacanestro. Naturalmente la bambina era interessata a tutte le cose della palestra meno che al gioco in sé. Il padre le permise di girare liberamente e di salire le gradinate, ma le fissò dei limiti oltre i quali non avrebbe dovuto allontanarsi. La prese per la mano e camminò con lei fino a una linea marcata sul pavimento della palestra. “Puoi giocare per tutto l’edificio, Giovanna, ma non devi superare questa linea”, l’avvisò. Non era ancora tornato al suo posto quando il padre vide la sua bambina dirigersi verso il territorio proibito. Si fermò sul bordo della linea, si girò per lanciare uno sguardo al padre e allungò un piede oltre il limite segnalato come per dirgli: “E se vado al di là?” Sicuramente ogni padre di questo mondo ha dovuto affrontare la stessa domanda in un dato momento della sua vita.
La totalità della razza umana esibisce la medesima tendenza a sfidare gli altri volutamente come mostrò quella piccola di tre anni. La sua condotta non è molto diversa dalla insensatezza che dimostrarono Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. Dio aveva detto loro che potevano mangiare di tutto meno il frutto proibito. Era un altro modo di dire: “Non superare questa linea”. Però sfidarono l’autorità del Dio Onnipotente e disubbidirono deliberatamente al suo comandamento. Forse questa tendenza di voler imporre la nostra ostinata volontà è l’essenza del “peccato originale” che si infiltrò nella famiglia umana. E ciò spiega perché enfatizzo la necessità di una risposta adeguata alla sfida della volontà che imposta l’infanzia. Questo tipo di ribellione infatti può essere il seme del disastro personale. Ciò che inizia come una semplice erbaccia corre il rischio di diventare un arbusto gigantesco durante gli anni conflittuali della adolescenza.
Quando un genitore teme di accettare la sfida che gli lancia suo figlio, qualcosa cambia nella relazione tra loro. Il bambino incomincia a guardare suo padre e sua madre con poco rispetto, come se non fossero degni della sua ubbidienza e lealtà. E ciò che è ancor più importante: incomincia a stupirsi del perché gli permettono fare determinate cose che sono dannose, se veramente lo amano. L’estremo paradosso dell’infanzia è che i bambini desiderano essere diretti dai loro genitori, ma insistono perché essi si guadagnino il diritto di farlo.
è incredibile per me che un aspetto tanto importante della natura umana sia così poco riconosciuto nella nostra società permissiva. Lasciatemi ripetere che molti dei libri popolari rivolti ai genitori e agli insegnanti sbagliano nel non segnalare che la paternità implica un conflitto e un confronto tra volontà. I libri e gli articoli che si scrivono sul tema della disciplina omettono regolarmente l’aspetto dell’ostinata volontà che esibiscono alcuni bambini e fanno riferimento all’irresponsabilità dell’infanzia. E c’è un’enorme differenza tra queste due categorie del comportamento infantile.
Un articolo che apparve in passato nella rivista Family Circle rappresenta il tipo di materiale tipico che si pubblica rivolto ai genitori. Il titolo proclamava: “Una nuova e meravigliosa formula per ottenere che tuo figlio si comporti bene”. Il titolo già ci fornisce un primo orientamento sulla natura del suo contenuto. Il sottotitolo era ancora più rivelatore e affermava: “Premi e castighi non producono risultati”. Queste parole ottimiste ci rivelano il cammino di rose tramite il quale l’autore vuole condurci. Mai sarebbe disposto ad ammettere che un bambino è capace di sputare in faccia ai suoi genitori o di uscire di casa di corsa per attraversare una strada di intenso traffico. Nello stesso modo può segare una delle gambe del tavolo da pranzo, o cercare di mettere il bebè sotto la doccia. Ciò significa ignorare che molte madri e molti padri vanno a letto ogni sera con un tremendo mal di testa, stupiti che l’essere genitori sia diventata un’esperienza così traumatica da distruggere loro i nervi. Al contrario, gli esempi citati nell’articolo sono una serie di incidenti di minor importanza dovuti all’irresponsabilità infantile: come ottenere che tuo figlio si lavi le mani prima di sedersi a tavola, o come indossare l’abito adatto, o come ottenere che si mantenga lontano dal bidone della spazzatura. Promuovere un comportamento responsabile è un nobile obiettivo per quello che si riferisce ai nostri figli; riconosciamo però che il compito più difficile è quello di plasmare e modellare la volontà del bambino!

LA FORZA DI VOLONTà

Ho osservato per anni dei neonati e dei bambini e sono completamente convinto che nel momento della nascita esiste nel bimbo un temperamento innato che giocherà un ruolo importante durante tutta la sua vita.
Anche se quindici anni fa lo avrei negato oggi sono sicuro che la personalità dei neonati varia tremendamente ancor prima di ricevere l’influenza dei genitori. Ogni madre di due o più bambini affermerà che ognuno dei suoi figli aveva una personalità differente fin dal primo momento. Numerose autorità nel campo dello sviluppo infantile concordano adesso nell’affermare che queste piccole e complesse creature chiamate “bebè” sono lontano dall’essere delle “lavagne in bianco” quando nascono in questo mondo. Uno studio importante di Chess, Thomas e Birch rivelò nove aspetti del comportamento nei quali i neonati differiscono tra loro. Queste differenze tendono a persistere durante il resto della vita e includono il grado di attività, la capacità di rispondere, la tendenza a distrarsi, gli stati d’animo come malumore, e tristezza.
Un’altra delle caratteristiche dei neonati, che non è stata segnalata nello studio anteriormente citato, è per me molto interessante e rivela una qualità che possiamo chiamare “forza di volontà”. Alcuni bambini sembrano nascere con un’attitudine compiacente e sottomessa verso l’autorità esterna. Non piangono tanto spesso, dormono tutta la notte dalla seconda settimana di vita, vanno a casa dei nonni, sorridono quando si cambiano loro i pannolini, non fanno il finimondo se la pappa ritarda un po’ e naturalmente non sporcano il vestitino quando li portiamo in chiesa. Durante la prima infanzia amano mantenere la loro stanza pulita, fanno i loro compiti e possono restare da soli per ore. Di questi bambini supercompiacenti ne esistono pochi. Credo che ce ne siano in qualche casa, anche se non nella mia.
Così come esistono dei bambini sottomessi, ce ne sono altri che sembrano essere ribelli già prima di uscire dall’utero materno. Vengono al mondo con un sigaro in mano, lamentandosi del caldo presente nella sala parto, dell’incompetenza del corpo delle infermiere e del modo come l’amministratore dell’ospedale dirige il tutto. Si aspettano che i loro ordini vengano eseguiti all’istante e esigono ogni minuto del tempo delle loro madri. Man mano che passano i mesi, l’espressione della loro forza di volontà acquista contorni più definiti e le soavi brezze diventano degli uragani distruttori durante l’infanzia.
Ho pensato molto tempo a queste caratteristiche di compiacenza in alcuni bambini e di ribellione in altri e ho cercato una illustrazione che potesse spiegare la vasta gamma dei differenti temperamenti umani. Ho trovato un’analogia appropriata in una storia che si può ambientare in un supermercato. Immaginatevi di stare camminando per le corsie spingendo il carrello della spesa. Gli date una piccola spinta e il carrello corre dolcemente per alcuni metri fermandosi poco oltre. Voi camminate tranquillamente scegliendo zuppe, bottiglie di salsa e diversi tipi di pane. Fare la spesa è un compito gradevole quando il carrello funziona bene e lo si può guidare con un solo dito.
Andare a fare la spesa però non è sempre così piacevole. In un’altra occasione scegliete un carrello che si rivela traditore appena arrivate al supermercato. Infatti, quando lo spingete in avanti devia a sinistra e urta contro dei cestelli pieni di bottiglie. Decisi a non lasciarvi dominare da uno stupido carrello, lo prendete con tutta la forza che avete nelle mani e cercate di mantenerlo nella giusta direzione. Però, come se fosse condotto da uno spirito malefico, l’indocile carrello si infila tra le uova, retrocede urtando le bottiglie di latte e finisce per investire una vecchietta terrorizzata che sta passando di lì in quel momento. Volete fare gli stessi acquisti del giorno precedente, eseguiti con estrema facilità, ma oggi sembra che il lavoro sia più difficile che mai. E terminate esausti quando vi apprestate a pagare alla cassa.
In che cosa consiste la differenza tra i due carrelli della spesa? Uno ha le ruote ben bilanciate e convenientemente lubrificate; l’altro invece le ha sbilanciate e non lubrificate, così che si rifiutano di farsi dirigere. Riuscite a capire la relazione esistente tra questa illustrazione e i bambini? Vediamo di affrontare la questione. Alcuni bambini hanno le “ruote sbilanciate” e non desiderano andare dove li dirigiamo, perché la loro inclinazione li conduce in un’altra direzione. La madre che sta spingendo questo carrello allora dovrà investire molto più tempo e energia di quella il cui bambino ha le “ruote ben lubrificate”. Soltanto le madri di bambini “difficili” potranno comprendere totalmente il significato di questa illustrazione.
Ma come risponde il bambino “normale”, il bambino che potremmo chiamare con il termine “medio”? Ritengo che il bambino del mondo occidentale possa essere rappresentato da una curva normale, relativamente al tema della forza di volontà. Credo che ci siano pochi bambini totalmente “ubbidienti” e altrettanto pochi apertamente “disubbidienti”. La grande maggioranza di essi può essere collocata nella zona mediana della curva. (Vedi figura 1).

Però uno studio fatto su 25.000 genitori desolati provò che la mia stima era errata. La vera distribuzione è probabilmente quella indicata dalla figura 2:

Non bisogna prendere questa osservazione in forma così letterale perché allora sembrerebbe che la maggior parte dei bambini che muovono i primi passi stiano cercando di conquistare il mondo. C’è un altro fenomeno che non sono mai stato capace di spiegarmi totalmente che riguarda le relazioni tra fratelli. Quando ci sono due bambini in una famiglia è quasi certo che uno sarà ubbidiente e l’altro disubbidiente. Il bambino dal buon carattere è socievole e molto simpatico, sorride sedici ore al giorno e cerca di fare quello che i suoi genitori desiderano per renderli così più felici. In realtà ha bisogno di lode e di approvazione. Così il desiderio di ottenere la loro approvazione e di guadagnare il loro affetto influenza grandemente la sua personalità.
L’altro bambino affronta la vita dal lato opposto. Fa il diavolo a quattro e cerca di impossessarsi del timone di controllo della vita familiare. Vi rendete conto quanto queste differenze di temperamento forniscano la base per una seria rivalità e risentimenti fraterni? Il bambino ribelle deve affrontare costantemente la disciplina e deve ascoltare molte minacce e ammonimenti, mentre il suo fratellino angelico lucida la sua aureola e gioisce del calore dell’approvazione dei genitori. Vengono scagliati l’uno contro l’altro dalla divergenza delle loro personalità e hanno davanti a sé una vita di reciproche ferite e danneggiamenti (il capitolo 4 offre dei suggerimenti specifici riguardo al problema della rivalità e dei conflitti che ne derivano).
Ci sono anche altre osservazioni riguardo al bambino “difficile” che possono essere di grande aiuto per i genitori. La prima è di tranquillizzarli davanti al senso di colpa e all’ansia che in generale sentono e esprimono. Si trovano coinvolti in un tira e molla emozionale che li può condurre alla stanchezza e alla frustrazione. Nessuno aveva detto loro che la paternità poteva essere difficile e si sentono pieni di vergogna per le tensioni che emergono. Si erano proposti di essere genitori amanti ed efficaci. Avevano letto delle belle storie di angeli in pigiama riuniti intorno al fuoco del camino. Questa differenza tra la vita come è in realtà e “come dovrebbe essere” può produrre una visione troppo realista, spaventevole e faticosa.
Inoltre mi sono reso conto che molti genitori con figli ubbidienti non comprendono i loro amici i cui bambini sono ribelli. Questa realtà intensifica il senso di colpa e l’ansia nei genitori di bambini “difficili”. “Se aveste educato i vostri figli nel modo come lo abbiamo fatto noi, adesso non dovreste stare ad affrontare questi tremendi problemi”, è quello che gli dicono implicitamente. è bene che entrambi i gruppi sappiano che il bambino difficile presenta dei seri problemi per poterlo controllare, anche se i suoi genitori lo trattano con molta abilità e dedizione. Può costare degli anni di lavoro portarlo ad un punto di relativa ubbidienza e cooperazione dentro l’unità familiare. Mentre si sviluppa questo programma è importante non cadere nel panico. Non bisogna cercare di ottenere la sua completa trasformazione da un giorno all’altro. Trattate vostro figlio con amore sincero e dignità, però esigete che ubbidisca alle vostre istruzioni e le metta in pratica. Scegliete con attenzione le aree in cui vale la pena confrontarsi, accettate la sua sfida in questi aspetti e riportate la vittoria in una forma inequivocabile. Premiate ogni gesto del bambino tendente alla cooperazione e offritegli la vostra attenzione, affetto e stimoli verbali. Poi prendete due aspirine e chiamatemi il mattino seguente.
Però, il consiglio più importante che posso dare ai genitori di un bambino ribelle e testardo è che devono modellare la sua volontà fin dai primi anni della sua infanzia. Penso in tutta onestà, anche se risulta difficile dimostrare la mia tesi, che il bambino ribelle ha maggiori possibilità di sviluppare una condotta antisociale nella sua vita da adulto. è più disposto a sfidare il maestro a scuola, a mettere in discussione i valori che gli sono stati trasmessi e a mostrare il pugno a coloro che vogliono imporsi su di lui. Penso anche che ha maggior inclinazione verso la promiscuità sessuale, l’abuso delle droghe e la difficoltà nello studio. è pur vero che quanto detto non è una predizione inevitabile, data la complessità. Voglio anche mettere in chiaro che il quadro generale da me presentato non vuole essere negativo. Potrebbe anche essere che il bambino ribelle possegga maggior carattere e un più alto potenziale per una vita produttiva di suo fratello sottomesso. In ogni caso la realizzazione di un tale potenziale può dipendere da un deciso e amoroso ambiente familiare durante la sua infanzia. Così, ripeto il mio avvertimento: incominciate a modellare la volontà del bambino finché è molto piccolo. Notate che non sto dicendo “spezzare” o “distruggere” o “annullare” la volontà. Come farlo sarà il tema dei capitoli seguenti.

DOMANDE E RISPOSTE

Domanda: Non sono ancora sicuro di aver capito correttamente la differenza tra una “volontà ribelle” e la “irresponsibilità infantile”. Potrebbe spiegarmelo un po’ meglio?
Risposta: La volontà ribelle è, come il suo nome lo indica, un atto deliberato di disubbidienza. Ciò avviene solo quando il bambino sa quello che i suoi genitori si aspettano da lui e fa il contrario in un modo arrogante. In conclusione è un rifiuto a sottomettersi all’autorità dei genitori, come per esempio andare da un’altra parte quando viene chiamato, lanciare insulti o agire in aperta disubbidienza. La irresponsabilità infantile invece proviene da dimenticanza, incidenti, errori, attenzione intermittente, poca tolleranza verso la frustrazione, immaturità. Nel primo caso il bambino sa chiaramente che sta agendo male e vuol vedere quello che fanno i suoi genitori. Nel secondo si vede semplicemente coinvolto in situazioni e conseguenze che non aveva affatto previsto. è un errore, dal mio punto di vista, ricorrere a castighi corporali con il proponimento di infondere responsabilità, a meno che il bambino rifiuti apertamente di assumersela.
In definitiva la disciplina appropriata che devono esercitare i genitori deve essere interamente determinata dall’intenzione. Supponiamo che mio figlio di tre anni si trovi in piedi accanto alla porta e io gli dica: “Riccardo, per favore, chiudi la porta”. Nella sua immaturità linguistica però capisce di dover aprire la porta ed è quello che fa. Posso castigarlo per avermi disubbidito? Certamente no, anche se ha fatto il contrario di quello che gli avevo chiesto. Forse non si rende neanche conto di non aver soddisfatto la mia richiesta. La tolleranza che devo esprimere nei suoi confronti è determinata dalla sua intenzione. In tutta onestà lui ha cercato di ubbidirmi. Quando però dico a Riccardo di raccogliere i suoi giocattoli sparsi sul pavimento e lui mi si pianta davanti, dà un calcio al camion e mi dice: “No!”, devo accettare allora questa sua sfida. In definitiva mio figlio non accetterà mai completamente il castigo a meno che io non sia sicuro che lo meriti. E il nostro Creatore ci ha avvisati sulle conseguenze della ribellione in Proverbi 29:1: “L’uomo che, dopo essere stato spesso ripreso, irrigidisce il collo, sarà abbattuto all’improvviso e senza rimedio”. Dobbiamo quindi insegnare ai nostri figli a sottomettersi alla nostra amorosa guida come una preparazione per la sua successiva vita di ubbidienza a Dio.


Domanda: Posso permettere a mio figlio di dire “Ti odio!” quando è infuriato?

Risposta: Secondo me, no. Altri scrittori potranno dire che in certe occasioni i bambini sentono odio verso i loro genitori e che si dovrebbe permettere loro di esprimere questa ostilità. Penso che sia possibile e addirittura salutare promuovere l’espressione dei sentimenti negativi senza però lasciar sfogo alla rabbia e alla violenza. Se mio figlio mi grida che mi odia in un momento di ira posso aspettare finché si sia calmato e in un modo sincero e amorevole dirgli: “Riccardo, so che poco fa eri sconvolto quando abbiamo avuto quella disputa e penso che dovremmo parlare riguardo a quello che sentivi. Tutti i bambini sentono un po’ di odio verso i loro genitori, specialmente se vengono trattati ingiustamente. Comprendo la tua frustrazione e mi dispiace per questo nostro scontro, ma non si può passare sotto silenzio il fatto che tu mi abbia detto di odiarmi. Devi imparare che per quanto eccitati possiamo essere per qualcosa che tu abbia fatto io mai ti dirò che ti odio. Non posso quindi neanche permettere che tu lo dica a me. Quando gli esseri umani si amano gli uni gli altri come noi ci amiamo non devono farsi del male. Mi produce una profonda ferita sentirti dire che mi odi, così come la riceveresti tu se fossi io a dirti che ti odio. Puoi dirmi senz’altro che senti molta ira nei miei confronti e io cercherò di ascoltarti con attenzione. Se sono io in errore cercherò nel migliore dei modi di cambiare ciò che ti disturba. Desidero che tu ti senta libero di dirmi tutto ciò che pensi, anche se i tuoi sentimenti non sono molto gradevoli. Non ti permetterò però di gridare e di fare delle scenate violente. Se ti comporti in questa forma così immatura ti castigherò come se fossi un bambino più piccolo. Vuoi dirmi qualcosa adesso? Se no, abbracciami e dimmi: Ti voglio bene”.
Ciò che ci si propone in questo modo è che si manifestino i sentimenti negativi senza promuovere la violenza, la mancanza di rispetto e la manipolazione della condotta.


Domanda: Fino a che punto dobbiamo scusarci davanti a un bambino per un errore commesso nei suoi confronti?

Risposta: Io lo farei in ogni caso. Circa un anno fa ero soverchiato da responsabilità e da pensieri che mi facevano sentire stanco e irritabile. Una sera ero di malumore nei confronti di mia figlia di dieci anni. Sapevo che non mi stavo comportando nel modo corretto, ma in verità ero troppo stanco per correggere i miei modi. Durante la serata censurai Danae per cose di cui non era colpevole e la castigai senza necessità in varie occasioni. Dopo essermi coricato non mi sentii tranquillo per il modo in cui avevo agito e decisi di chiedere scusa il mattino seguente. Dopo una notte di sonno ristoratore e una buona colazione, mi sentii molto più ottimista verso la vita. Mi avvicinai a Danae prima che uscisse per andare a scuola e le dissi: “Figlia mia, sono sicuro che sai che i genitori non sono degli esseri perfetti. Ci stanchiamo e a volte sentiamo irritazione verso gli altri. In certe occasioni poi non ci sentiamo molto orgogliosi per il modo in cui ci siamo comportati. So che ieri sera non mi sono comportato bene nei tuoi confronti. Avevo un certo malumore e voglio che mi perdoni”.
Danae mi abbracciò alzandosi sulla punta dei suoi piedi e disse: “Sapevo che mi avresti chiesto scusa, papà. D’accordo, ti perdono”.
Può essere che i bambini siano coscienti dei problemi che sorgono tra le generazioni più dei loro occupati genitori?

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