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Joni - La commovente storia di una ragazza totalmente paralizzata

Joni - La commovente storia di una ragazza totalmente paralizzata

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Descrizione

All'età di diciassette anni, Joni Eareckson tuffandosi subì un incidente che la lasciò paralizzata dal collo in giù. La storia della sua lotta per accettare e adattarsi al suo handicap e dare significato alla vita, viene raccontata in questa straordinaria autobiografia.

 "La mia vita... e le vite di milioni di persone che la conoscono attraverso i suoi libri e la sua arte... sono state arricchite dall'eccezionale profondità della sua fede e sono state sfidate dalla sua grande riserva di coraggio". (Billy Graham)

Proprietà

ISBN: 9788880771029
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880771029
Peso: 0,210kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1


Il caldo sole di luglio stava tramontando e dava alle acque della Baia di Chesapeake un colore caldo e dorato. Mi tuffai nell?acqua non del tutto chiara e sentii sulla pelle una piacevole sensazione di freddo. Poi, improvvisamente, accadde qualcosa di strano, anzi, di misterioso. La testa colp? qualcosa di duro; ed il mio corpo, impazzito, si tese come per effetto di una scarica elettrica. Sentivo un ronzio meccanico, alto ed acuto, mentre avvertivo una inspiegabile sensazione interiore, come una vibrazione, o come se una molla, dentro di me, avesse perso istantaneamente elasticit? e si fosse srotolata, con un sibilo attutito dall?acqua. Eppure non era un suono vero e proprio, neppure una vera sensazione fisica: forse era solo un?impressione! Non sentivo dolore. Sott?acqua, udivo il rumore di sabbia e ghiaia fluttuanti. Ma dov?ero? Come mai stavo con il viso rivolto verso il fondo? Come c?ero arrivata? Perch? avevo le braccia legate contro il petto? Volevo urlare: Ehi, sono intrappolata! Aiuto!, ma l?acqua che mi riempiva la bocca, me lo impediva.
Una piccola corrente mi sollev? un po?, poi mi lasci? di nuovo scivolare sul fondo mentre, con la coda dell?occhio, riuscii a scorgere la luce sopra di me. La confusione iniziale, pian piano, prese a svanire. S?, ricordavo bene, mi ero tuffata nella baia, ma poi? Mi ero forse impigliata in una rete da pesca? Allora dovevo liberarmi! Tentai di divincolarmi, ma dovevano essersi impigliati anche i piedi..!
Fui presa dal panico! Tentai ancora di divincolarmi con tutte le forze: non successe nulla. Un altro flusso di corrente mi sollev? facendomi rotolare per un po?, poi mi adagi? di nuovo sul fondo.
Che cosa non andava? Avevo battuto la testa? Ero svenuta? Tentare di fare un movimento era come cercare di agire in un sogno: impossibile!
Pensieri spaventosi agitavano la mia mente. Mi sveglier? in tempo? Qualcuno mi vedr?? No, non posso essere svenuta, altrimenti non mi accorgerei di quello che mi sta accadendo n? potrei ricordare nulla: certo sono viva! Adesso per? non ce la faccio pi? a respirare. Se non mi liberano al pi? presto, annegher?!
Un?altra ondata mi sollev? un po?. Visi, pensieri, ricordi, vorticavano come impazziti nella mia coscienza: gli amici, i miei genitori, cose di cui mi vergognavo... Che Dio mi stesse chiamando a render conto delle mie azioni?
?Joni!? Mi giunse una voce lontana come precipitando gi? per un corridoio spaventoso, seguita da un?eco vibrante. Sembrava una convocazione, ma chi mi chiamava? Dio? La morte?
Ah, se avessi potuto gridare quello che mi si agitava nella mente. Sto per morire! Non voglio morire! Aiutatemi, per piacere! Non importa a nessuno che io sia qui? Ho bisogno di respirare!
?Joni!? Quella voce arrivava fendendo l?acqua che ne smorzava i toni acuti facendola sembrare molto lontana. ?Joni, va tutto bene??
Kathy! Finalmente la voce di mia sorella, lei mi vedeva.
Aiutami Kathy. Sono imprigionata, pensai, come cercando di farle arrivar l?eco dei miei pensieri.
L?ondata successiva fu pi? forte delle altre e mi sollev? un po? di pi?. Caddi sulla schiena. Le conchiglie rotte e la sabbia mi grattavano le spalle e la nuca.
?Joni, stai cercando conchiglie?? chiese Kathy, evidentemente non del tutto consapevole della drammaticit? della situazione.
No! Sono bloccata, non riesco a muovermi, non ce la faccio pi? a respirare! Mi sembrava impossibile che Kathy non riuscisse a udire il grido che veniva dai mie pensieri.
?Perch? ti sei tuffata qui? ? poco profondo!? S?, ora sentivo chiaramente la voce di Kathy: era proprio sopra di me, e mi copriva con la sua ombra.
Non volevo cedere al panico e mi dibattevo interiormente, anche se sapevo di essere ormai al limite e di avere immediato bisogno di respirare.
Tutto si stava facendo buio, sentivo le braccia di Kathy intorno alle mie spalle: finalmente mia sorella aveva capito che ero nei guai e cercava di sollevarmi.
Kathy si sforz?, inciamp?, mi lasci? cadere, poi tent? di nuovo. Mi rivolsi con tutto il cuore a Dio: Signore ti prego, non lasciarmi morire! Tutto era buio, ormai stavo per svenire, ma un attimo prima di perdere i sensi, la mia testa usc? fuori dall?acqua.
Aria! Vita! Meraviglioso! Inspirai tanto ossigeno e con tanta foga da correre il rischio di soffocare. Sentendo la gola che mi si chiudeva, cercai di controllarmi e inspirai a boccate piccole e regolari.
?Oh, grazie Signore, grazie!? riuscii a dire. ?Joni, stai bene?? mi chiese Kathy, un po? agitata.
Battei le palpebre per chiarirmi le idee e cercare di uscire dal mio stato di confusione e di torpore. Per? senza alcun effetto, visto che il mio braccio ciondolava senza vita sulla spalla di Kathy, nonostante avessi la sensazione di essere sveglia. Eppure non avevo le braccia legate! A quel punto mi resi conto con orrore crescente, che i miei arti erano incapaci di qualsiasi movimento, erano completamente inerti.
Nella confusione del momento, Kathy ebbe la forza di prendere in mano la situazione; chiam? un uomo che aveva un canotto, ed insieme si sforzarono di mettermi l? sopra per condurmi verso la spiaggia. Mentre scivolavamo verso la spiaggia sabbiosa cercai di sollevarmi, ma mi sentivo terribilmente aderente al fondo del canotto.
Appena fummo sulla spiaggia, la gente cominci? ad affollarsi attorno a noi; mi fissavano incuriositi mentre bisbigliavano tra loro. Inquieta e confusa, supplicai:
?Kathy, mandali via?.
?Certo... tutti indietro, per piacere. Qualcuno chiami un?ambulanza. Allontanatevi, ha bisogno d?aria!? ordin? Kathy.
Il ragazzo di Kathy, Butch, si chin? accanto a me. La sua sagoma magra mi proteggeva dalla gente che pian piano indietreggiava.
?Stai bene, monella?? mi chiese, cercando di essere disinvolto. I suoi occhi grandi e scuri, di solito allegri e pieni di vita, ora tradivano ansia e preoccupazione.
?Kathy, Butch, non riesco a muovermi?. Ero spaventata e vedevo bene che anche loro lo erano. ?Per piacere Kathy, tienimi la mano. Ho paura!? dissi in un bisbiglio.
Kathy ubbid?.
?Ma tienimi, ti dico!? ripetei a voce alta.
?Ti tengo, Joni?, rispose, sollevando la mia mano per farmi vedere che la stringeva con forza.
?Ma io non sento. Stringimi!? gridai.
Kathy si chin? su di me e mi strinse a s?. Sentivo il calore del suo abbraccio.
?Senti questo?? disse, toccandomi una gamba.
?No!? risposi tristemente.
?E questo?? Mi stringeva il braccio. ?No?, gridai. ?Non lo sento!?
?E questo?? La sua mano era scivolata lungo il braccio fino alla spalla.
?S?, s?, questo l?ho sentito?. Improvvisamente gioia e sollievo mi invasero. Almeno in qualche parte il mio corpo sembrava ancora sensibile. L?, sdraiata sulla sabbia, cominciai a ricostruire, pezzo per pezzo, quello che mi era successo: avevo battuto la testa tuffandomi e il colpo mi aveva procurato una specie di indolenzimento generale che pian piano sarebbe svanito. Mi chiedevo solo quanto sarebbe durato.
?Non vi preoccupate?, cercai di rassicurare Butch, Kathy ed anche me stessa. Il Signore non permetter? che mi succeda nulla: star? bene?.
Sentii il sibilo di una sirena. Dopo pochi secondi arriv? l?ambulanza e si apersero gli sportelli posteriori. In pochi attimi, gli uomini mi caricarono sulla barella; i loro camicioni bianchi mi confortavano, mentre mi issavano sull?ambulanza. Davanti agli sportelli una folla di curiosi si dispose a semicerchio. Kathy sal? sull?ambulanza; Butch le prese la mano e disse sommessamente: ?Vi seguo in auto?. Poi si rivolse con tono severo all?autista: ?State attenti, con lei!?
La sirena riprese nuovamente a fischiare mentre ci allontanavamo dalla spiaggia. Guardai uno degli infermieri che viaggiava con me e dissi: ?Mi dispiace causarvi tanti guai. Penso che appena riprender? a respirare bene, tutto passer?, questo indolenzimento certamente se ne andr?.?
Non disse niente, ma allung? la mano e mi tolse della sabbia dal viso, sorrise e guard? lontano. Avrei voluto che dicesse qualcosa per rassicurarmi e confermarmi che sarei stata bene e sarei andata presto a casa, dopo essere stata visitata dai medici dell?ospedale.
Le parole di conforto non vennero. Fui lasciata ai miei pensieri e alle mie preghiere. mentre la sirena fischiava. Guardai fuori attraverso il finestrino: la citt? passava velocemente davanti ai miei occhi; la gente dal marciapiede guardava curiosa ed immaginavo le macchine che si accostavano ai bordi della strada per lasciare libero il percorso.
L?ambulanza rallent? e imbocc? un viale con molto traffico.
Ero confusa e non riuscivo a collegare i pensieri in modo coerente per formulare una mia preghiera; mi affidai alle promesse imparate a memoria nella Bibbia. Mentalmente ripetevo il Salmo 23: ?Il Signore ? il mio pastore: nulla mi manca. Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. Egli mi ristora l?anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. Quand?anche camminassi nella valle dell?ombra della morte, io non temerei alcun male, perch? tu sei con me...?
Improvvisamente, la sirena dell?ambulanza dopo un ultimo, acuto sibilo si tacque e gli infermieri mi portarono con la barella oltre il cancello; potei leggere l?insegna

PRONTO SOCCORSO
SOSTA VIETATA
SOLTANTO VEICOLI D?EMERGENZA

Ormai il cielo sopra la citt? era diventato scuro. II sole era tramontato. Avevo freddo e tanta voglia di trovarmi a casa.
Nella zona d?emergenza c?era un?attivit? frenetica. Mi portarono in una stanza e mi misero su una lettiga munita di rotelle. La luce intensa di una lampada mi faceva tanto male agli occhi che dovetti girare il viso per evitare di vederla. Su un tavolo erano disposti, tutti in fila, ferri, garze, fasci?, bottiglie, vasetti, scatole di disinfettante e altri odori intensi tipici di un ospedale: mi facevano quasi svenire per la nausea.
Un?infermiera mi leg? al lettino spingendolo in una delle tante piccole stanze che si aprivano sul corridoio, poi tir? le tende intorno a me.
Provai di nuovo disperatamente a muovere le braccia e le gambe. Erano ancora intorpidite ed immobili: mi sentivo del tutto impotente e indifesa. Avevo paura e gli occhi mi si riempirono di lacrime.
?Mi pu? dire che cosa mi ? successo?? supplicai. L?infermiera scroll? semplicemente le spalle e cominci? a togliermi gli anellini. ?Fra poco arriver? il medico. Per ora metter? la sua bigiotteria in questa busta, ? il regolamento.?
?Quanto tempo dovr? stare qui? Posso andare a casa stasera?? chiesi.
?Mi dispiace, dovr? chiederlo al dottore, ? il regolamento?. La sua risposta era fredda e del tutto priva di qualunque partecipazione emotiva; sembrava di ascoltare una registrazione telefonica.
Un?altra infermiera entr? nella stanzetta con dei moduli da riempire.
?Nome, per piacere?, cominci?.
?Joni Eareckson?, risposi con voce incerta, per il groppo che mi serrava la gola.
?Johnny?? esclam? stupita.
?No. Si pronuncia Johnny, come il nome di mio padre, ma si scrive J-O-N-I. E il cognome si scrive E-A-R-E-C-K-S-O-N?, spiegai.
Poi le diedi il mio indirizzo, il nome e il numero di telefono dei miei genitori e le chiesi di chiamarli.
?Che mutua avete?? mi interruppe.
?Non lo so; lo chieda ai miei genitori o a mia sorella. Probabilmente ? l? fuori, era con me sulla spiaggia, si chiama Kathy, chiedetelo a lei?.
L?infermiera che era entrata con il modulo, se ne and?. L?altra mise la busta contenente i miei oggettivi personali sul tavolo, poi aperse un cassetto e tir? fuori un gran paio di forbici.
?Che ...che cosa fa?? balbettai.
?Le tolgo il costume da bagno?, disse con tono freddo e metallico.
?Ma non lo tagli?, supplicai. ?? nuovissimo. L?ho appena preso, ? quello che preferisco e...?
?Mi dispiace, ? il regolamento?, ripet?.
Il pesante rumore delle forbici echeggiava nella piccola stanza. Tir? via i pezzi di costume che restavano e li butt? nel cestino. Il mio costume da bagno nuovo, per lei non era nulla, non gliene importava affatto.
Avevo una gran voglia di piangere. Mi copr? sommariamente con un lenzuolo e se ne and?. Mi sentivo imbarazzata e a disagio. Il lenzuolo era scivolato, lasciando scoperta una parte del mio seno, e non potevo coprirmi. Non ebbi pi? la forza di resistere: la frustrazione e la paura esplosero in un?ondata di calde lacrime, mentre cominciavo ad avvertire la seriet? della mia situazione.
Quand?anche camminassi nella valle dell?ombra della morte, io non temerei alcun male, perch? tu sei con me, cercavo di ripetermi, lottando contro le lacrime.
Mi domandavo se Kathy avesse gi? avvertito la mamma e il pap?. Mi domandavo se Dick l?avesse saputo anche lui.
Un uomo con i pantaloni scuri che spuntavano dal camice bianco tir? la tenda e si avvicin? a me.
?Sono il dottor Sherrill?, disse in modo gentile, mentre dava un?occhiata al modulo che prima aveva compilato l?infermiera. ?E il suo nome ?...Joni??
?Si pronuncia Johnny, sono stata chiamata cos? per via di mio padre?, dissi un po? seccata, e intanto pensavo: ?Dovr? dare questa spiegazione a tutti??
?Va bene, Joni. Vediamo che cosa ti ? successo!? disse, cominciando a visitarmi.
?Dottor Sherrill, quando potr? andare a casa?? chiesi con ansia, fissandolo in viso. Non mi rispose e prese invece un lungo spillo con cui cominci? a pungermi le gambe e i piedi.
?Mi dica, sente questo?? chiese.
?No ...no, non lo sento?, risposi esitante.
?E questo?? chiese ancora, pungendomi in un?altra parte del corpo.
Strinsi i denti, chiusi gli occhi per concentrarmi, sperando di sentire qualcosa, qualunque cosa.
?Niente?, risposi infine. Il medico sorreggeva il mio braccio premendo la punta dello spillo contro le dita, il polso, il braccio. Perch? non sento niente? pensai in preda all?angoscia. Punse la parte superiore del mio braccio. Finalmente sentii una piccola puntura sulla spalla.
?S?, questo l?ho sentito. Anche sulla spiaggia, subito dopo 1?incidente, avevo sensibilit? nella spalla?, dissi, tutto d?un fiato.
Il dottor Sherrill prese la penna e cominci? a scrivere.
Vennero altri medici e infermieri. Fra il rumore dei ferri, delle bottiglie, dei vassoi, sentii il dottor Sherrill chiedere ad un altro medico di avvicinarsi. Questi rifece daccapo l?esperimento dello spillo, poi parlarono tra loro a voce bassa, in fondo al mio letto. Parlavano in termini medici, nel loro linguaggio specialistico che mi risultava oscuro.
?Sembra una lussazione con frattura?, disse il nuovo arrivato.
?Proprio cos?, tra il 4? e il 5? livello cervicale, a giudicare dalla zona di sensibilit?? aggiunse il dottor Sherrill.
?Devo ordinare che venga preparata per l?operazione?? chiese l?altro.
?S?, e prova di nuovo a rintracciare i suoi genitori?.
Il collega del dottor Sherrill se ne and? subito, seguito da una delle infermiere. Il dottor Sherrill bisbigli? qualche istruzione all?infermiera, quella sgarbata che mi aveva distrutto il costume da bagno, e anche lei se ne and?. Con la coda dell?occhio vidi il dottor Sherrill che prendeva in mano un rasoio elettrico. Quando lo accese, un intenso ronzio invase quello stanzino. Poi, con crescente terrore, mi resi conto che si stavano avvicinando alla mia testa.
?No, per piacere?, gridai. ?I miei capelli no!? Singhiozzavo, mentre sentivo la macchinetta che mi passava sulla testa e vedevo i ciuffi di capelli biondi e bagnati cadere in terra. Un inserviente stava preparando della schiuma. Si avvicin? e cominci? a spargermene sulla testa. Dentro di me supplicai: Oh Dio, non permettergli di rasarmi la testa!
La stanza cominci? a girare. Avevo lo stomaco sottosopra e mi sentivo sul punto di svenire. Un?infermiera mi fece un?iniezione, poi sentii un nuovo rumore, forte e martellante. Era un trapano. Qualcuno mi aveva preso la testa fra le mani e la teneva ferma mentre il trapano cominciava perforarmi il cranio.
Non sentivo dolore ed ero quasi addormentata. Probabilmente l?iniezione che mi avevano fatto era un anestetico. Presa da panico, non volevo cedere al sonno: e se non mi fossi mai pi? svegliata? Se non avessi mai pi? rivisto Dick, Kathy, la mamma e il pap??
Vedevo i visi, sentivo le voci, ma tutto era privo di senso. Poi, pian piano, la stanza cominci? a farsi buia ed il rumore si affievol?.
Per la prima volta da quando avevo fatto quel tuffo, mi sentivo rilassata, persino pacifica; non mi importava pi? se ero immobile, nuda su un lettino a rotelle, con la testa rasata. Nemmeno il trapano mi sembrava pi? minaccioso. Partii per un profondo sonno.
Quando mi risvegliai, mi sembrava di sentire ancora il trapano, cercai di gridare loro di fermarsi. Non volevo che continuassero quando ero sveglia. Non riuscivo, per?, a pronunciare neppure una parola. Cercai di aprire gli occhi. La stanza mi girava attorno, mentre il rumore di sottofondo diventava sempre pi? distinto: non era il trapano, era solo il condizionatore d?aria.
Per un momento non riuscii a ricordarmi dov?ero e perch? avevo paura del trapano. Poi la mente cominci? a schiarirsi e la memoria torn?.
Guardavo in su. L?alto soffitto del vecchio edificio aveva la calce crepata. Cercai allora di voltare la testa per vedere il resto dell?ambiente nel quale mi trovavo, ma non mi potevo muovere; Ad ogni tentativo di spostarmi corrispondevano terribili ed acuti dolori al capo: probabilmente erano dovuti a quei buchi che mi avevano fatto al cranio. E infatti, sforzandomi a guardare, con la coda dell?occhio, riuscivo a vedere pinze metalliche collegate da una parte alla mia testa e dall?altra ad uno strano meccanismo. Dovetti far ricorso ad un insolito sforzo sia mentale che fisico, solo per imparare a conoscere questo nuovo ambiente nel quale mi trovavo e la mia nuova condizione.
Durante quei primi giorni passavo da stati di normale coscienza a momenti di incoscienza; le droghe che mi somministravano mi ?spedivano? in un regno di sogni e incubi. Avevo frequenti allucinazioni, spesso spaventose. Sogni, impressioni, ricordi si rimescolavano e si confondevano tanto rapidamente che, a volte, pensavo di impazzire.
C?era un incubo ricorrente, per?: ero con Jason Leverton, il ragazzo con cui avevo ?filato? durante il liceo, e ci trovavamo nell?insolita situazione di chi ? in attesa di essere giudicato. Io, nuda e piena di vergogna, mentre cercavo di coprirmi, ero in piedi, davanti ad una figura drappeggiata che conoscevo come ?l?apostolo?. Questi non diceva nulla ma, in qualche modo. sapevo di dover subire un giudizio. Improvvisamente, ?l?apostolo? tirava fuori una lunga spada, la brandiva nella mia direzione, cercando di mirare dritto al collo, e mi tagliava la testa. Mi svegliavo in lacrime, terrorizzata.
Queste allucinazioni derivate dalle droghe, capovolgevano del tutto persino il mondo dei sogni, al punto che colori e figure avevano un aspetto livido, tumefatto, irreale. Alcuni colori avevano insoliti poteri, come quello di spaventare, o calmare, o esprimere sentimenti, stati d?animo ed emozioni.
Qualcuno che si lamentava ad alta voce, mi trasse fuori da uno di quegl?incubi. Non mi ricordavo quanto tempo era passato dall?ultimo periodo in cui ero stata cosciente, ma questa volta ero con la faccia in gi?. Come c?ero arrivata in quella posizione? Mi rendevo conto che quelle pinze erano ancora al loro posto, e la loro pressione contro i lati della testa mi procurava pi? sofferenza psicologica che vero e proprio dolore fisico.
Scoprii di essere imballata in una specie di intelaiatura di canapa. Un?apertura mi lasciava scoperto il viso, ma potevo vedere soltanto una piccola zona immediatamente sotto il letto, e un paio di gambe con scarpe e calze bianche.
?Infermiera...?, chiamai debolmente.
?S?? Sono qui?, rispose una voce gentile.
?Che cosa... dove...?, balbettavo, cercando di formulare la domanda.
?Adesso zitta! Non devi parlare, o ti stancherai?, disse gentilmente. Dalla sua voce gradevole e dai suoi modi rassicuranti capii che non era l?infermiera che mi aveva tagliato il costume, n? quella che mi aveva rasato la testa. Sentivo la sua mano sulla spalla.
?Cerca solo di riposarti, di riaddormentarti. Ti trovi nel reparto di rianimazione, sei stata operata, ma non devi preoccuparti, noi ci prenderemo cura di te!?
Mi diede un leggero tocco sulla spalla. Era una piacevole sensazione sentire qualcosa da qualche parte, qualcosa di gradevole e non doloroso come le pinze che mi tenevano bloccato il capo.
Pian piano capii sempre di pi? dell?ambiente in cui mi trovavo. Imparai che l?intelaiatura in cui ero imballata si chiamava in termine tecnico ?telaio Stryker?. Mi sembrava di essere in un sandwich di canapa, tenuta ben salda da robuste cinghie. Due infermiere e due inservienti venivano ogni due ore a voltarmi, mi mettevano sopra un nuovo telo di canapa, e, mentre un?infermiera reggeva i pesi che erano attaccati alle pinze e un?altra mi teneva stretta la testa, i due inservienti mi facevano fare un giro di 180 gradi. Poi toglievano il telo su cui ero stata fino a quel momento e si assicuravano che fossi pronta a stare in questa nuova posizione per due ore. Cos? avevo due scenari: il pavimento e il soffitto.
Il telaio Stryker si trovava in un reparto di cura intensiva. C?erano altri otto degenti e non ci volle molto per capire che tutti erano casi molto gravi. I pazienti potevano ricevere visite di cinque minuti ogni ora, e soltanto dai membri della famiglia.
Man mano che le ore passavano e diventavano giorni, cominciai a conoscere i miei compagni di camera. Da parole che sentivo qua e l?, da frasi dei medici e rumori di vario tipo, riuscii a capire abbastanza delle loro condizioni.
L?uomo nel letto accanto al mio si lamentava continuamente. Una mattina presto, sentii l?infermiera del turno di notte dire a quella che la sostituiva: ?Ha ucciso sua moglie e poi ha cercato di suicidarsi. Probabilmente non ce la far?. ? stato legato?.
Ecco che cos?era quel rumore di catene! Quell?uomo era legato al suo letto.
Una donna in un altro letto si lamentava tutta la notte supplicando l?infermiera di darle una sigaretta o del gelato.
Judy era una ragazza della mia et?, in coma a causa delle ferite riportate in un incidente automobilistico.
Tom era un giovane che si trovava l? in seguito ad una disgrazia identica alla mia: tuffo! Sapevo che si era fratturato il collo, ma non capivo che anch?io ero nelle stesse condizioni. Nessuno me l?aveva detto.
Tom non riusciva nemmeno a respirare per conto suo; lo venni a sapere quando chiesi all?infermiera che cosa fosse quel rumore continuo che si udiva anche durante la notte e lei mi spieg? che si trattava dell?impianto di respirazione di Toni.
Quando Tom ed io ci rendemmo conto della analogia tra le nostre disgrazie cominciammo a mandarci dei bigliettini. ?Ciao, io sono Tom?, diceva il primo biglietto, a mo? di presentazione. Le infermiere e i visitatori ci scrivevano i biglietti e ci facevano da corriere.
Di notte, quando l?attivit? era meno intensa, sentivo i lamenti degli altri pazienti del mio reparto. Poi ascoltavo il rumore rassicurante dell?impianto di respirazione di Tom. Bench? non potessi voltarmi a guardarlo, quel rumore mi confortava. Mi sembrava di avere come una specie di parentela con quel ragazzo e mi chiedevo come mai. Domani, pensavo, gli chieder? una foto.
Pi? tardi, quella notte, il suo impianto si ferm?. D?un tratto il silenzio fu profondo e insopportabile, come se si fosse trattato di un?esplosione. Fui presa dal panico e la voce mi si smorzava nella gola mentre cercavo di chiamare aiuto. Sentii l?infermiera che si precipitava al letto di Toni.
?Non c?? pi? ossigeno, bisogna sostituire l?impianto, subito!? qualcuno ordin?.
Gi? per il corridoio, si udivano passi frettolosi ai quali si sovrapponeva il suono metallico dell?impianto inservibile che veniva smontato. Un?altra persona era al telefono e chiamava il personale di assistenza. In pochi minuti la stanza, il corridoio, lo stanzino delle infermiere furono brulicanti di gente in concitata attivit? mentre, sottovoce, venivano date brevi e secche istruzioni. La crisi di Toni aveva creato repentinamente un ambiente di commozione e confusione.
?Tom, mi senti??, url? un dottore. Poi si rivolse irritato verso Un inserviente: ?Dov?? l?altro impianto per la respirazione??
?Che sia il caso di tentare la respirazione artificiale, dottore?? chiese una voce di donna.
La mia mente turbinava, mi sentivo frustrata e impedita per l?immobilit? nella quale ero relegata; ero incapace di fare qualunque cosa, e anche se avessi potuto muovermi, non avrei potuto dare alcun aiuto. Con gli occhi spalancati fissavo il soffitto.
?L?infermiere ? andato gi? a prenderne un altro, sta tornando??, disse un?infermiera.
?Continuate la respirazione artificiale; dobbiamo tenerlo in vita fino a quando...?, la voce dell?uomo si ruppe. In quel momento le porte dell?ascensore in fondo al corridoio si aprirono e passi affrettati si diressero verso il nostro reparto. Con senso di sollievo sentii dire: ?Ho portato l?impianto nuovo, fate largo!?
Poi, con orrore, sentii la risposta del medico, che mi gel?. ?Non importa, l?abbiamo perso: ? morto!?
Mentre l?angoscia cresceva dentro di me, mi resi conto che non stavano parlando di qualche paziente sconosciuto, ma di Toni. Toni era morto! Volevo urlare, ma non ne fui capace. Avevo paura e non volevo cedere al sonno, quella notte. Ero convinta che non mi sarei pi? svegliata.
Il giorno dopo la mia angoscia non era meno intensa. Nel rimpianto per l?amicizia di un ragazzo che avevo conosciuto soltanto attraverso bigliettini, cominciai a riflettere sulla mia situazione. Io non dipendevo da una macchina per respirare, ma dipendevo dalle soluzioni che mi venivano iniettate nelle vene, dalle flebo che mi nutrivano, dal catetere innestato nella vescica che permetteva l?eliminazione dei rifiuti dal mio corpo. E se qualcosa d?incanto avesse smesso di funzionare? Se le pinze si fossero allentate? Se... I miei pensieri erano pieni di confusione e paura.
Un giorno o due dopo fu portato un uomo che aveva subito una disgrazia simile. Lo misero in un telaio Stryker e gli applicarono un impianto per l?ossigeno.
Con la coda dell?occhio potei vedere com?era fatto il telaio. Non avevo mai potuto vedere il mio, ed ora capivo che cosa mi succedeva quando mi voltavano. Due ore verso l?alto, due ore verso il basso. Guardandolo, avevo l?impressione che fossimo entrambi come degli animali che venivano arrostiti e regolarmente capovolti sopra il fuoco. Da quel giorno l?idea di esser capovolta mi terrorizzava.
Il nuovo paziente era molto apprensivo. Una volta che gli infermieri vennero a voltarlo, grid?: ?Non riesco a respirare quando sono a pancia in gi?. Per piacere, non voltatemi!?
?Star? bene, signore, non si preoccupi?, replic? un infermiere. ?Dobbiamo capovolgerla. Gli ordini sono del medico. ? pronto? Mike, giriamolo al tre. Uno... due... tre!?
?No, vi prego, non riesco a respirare. Sento di svenire?, supplic? ancora l?uomo.
?Su, vedr? che star? bene. Si rilassi!?
Gli infermieri se ne andarono. Adesso potevo sentire l?uomo respirare con gran fatica e pregai che quelle due ore passassero presto, per solidariet? verso di lui ed anche per poter stare in pace io.
Poi, improvvisamente, non lo sentii pi? respirare. Di nuovo ci fu agitazione e attivit? frenetica di infermieri e infermiere che cercavano di far fronte alla crisi. Ma era troppo tardi. Ancora una volta!
Non riuscii a trattenere le lacrime che sgorgarono abbondanti e calde dai miei occhi. Fui colta, in un attimo, da frustrazione e paura. Con un crescente senso di orrore e di turbamento, compresi che quel reparto era la stanza dei moribondi. Sentivo che la mia vita stessa era un fragile velo sul quale non potevo contare con sicurezza.
Poco tempo dopo, durante un cambio di posizione, svenni e smisi anch?io di respirare, ma pochi istanti dopo mi avevano gi? rianimato. La loro premurosa presenza mi rassicurava.
?Ti stiamo curando bene, Joni?, mi confort? un medico.
Dopo quell?episodio, bench? ogni cambio fosse per me un?esperienza spaventosa, ero cosciente del fatto che le infermiere e gli infermieri stavano pi? attenti di prima, almeno cos? mi sembrava.
Cominciai a notare quanto facesse freddo in quel reparto. Quasi tutti i pazienti erano in stato di incoscienza la maggior parte del tempo cosicch?, probabilmente, non si rendevano conto del freddo, ma io aveva paura. Una volta uno degli infermieri mi aveva lasciato capire che un semplice raffreddore avrebbe potuto essere per me pericoloso. Un altro pericolo era quello delle infezioni del sangue, assai frequenti in questi casi. C?erano tante cose di cui aver paura e nulla sembrava lasciar spazio alla speranza.
Ogni giorno i medici venivano a visitarmi. Qualche volta venivano in due e si consultavano sul mio caso.
?Si tratta di quadriplegia totale?, spieg? un giorno un medico al suo collega. ?Risultato di una frattura tra il 4? e il 5? livello cervicale?.
Sapevo di essere paralizzata ma non sapevo n? perch?, n? per quanto tempo lo sarei stata. Nessuno mi spiegava che cosa esattamente mi fosse successo. Le infermiere mi dicevano di chiederlo al medico; il medico mi diceva che andava tutto bene e che non dovevo preoccuparmi; oppure mi spiegava le lesioni che avevo riportate in termini tanto specialistici che, per me erano totalmente incomprensibili. Sospettavo il peggio: di essermi rotta il collo, e questo pensiero mi spaventava.
Mi ricordai allora un episodio di cui ero stata protagonista quando ero ancora bambina. Leggendo la storia di un cavallo chiamato ?Black Beauty?, ad un certo punto, avevo trovato il personaggio di un uomo che, cadendo da cavallo, si rompeva l?osso del collo e moriva. L?episodio mi aveva fatto molta impressione e da allora avevo sempre pensato che rompersi il collo fosse la peggiore disgrazia che potesse capitare.
Era tanta la paura di sentir dire che mi ero rotta il collo, che cominciai a non ascoltare pi? ci? che i medici dicevano mentre si consultavano ai piedi del mio letto.
Sapevo che era un reparto di moribondi e forse anch?io sarei morta, proprio come Torri o l?altro uomo. Entrambi erano deceduti per lesioni simili alla mia. Anch?io li avrei seguiti, solo che non osavano dirmelo apertamente.
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Joni Eareckson Tada
Joni Eareckson Tada, tetraplegica dal 1967, è la fondatrice di Joni and Friends, un’organizzazione nata per sensibilizzare i cristiani sui bisogni spirituali e materiali della comunità di diversamente abili nel mondo. Oltre a ciò, Joni è anche un’artista e l’autrice di oltre quaranta libri, molti dei quali sono divenuti best-seller che hanno raggiunto milioni di persone, in primo luogo il pluripremiato Joni – la commovente storia di una ragazza completamente paralizzata. Joni e suo marito Ken sono sposati dal 1982 e risiedono a Calabasas, in California.

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