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Liberi dalla trappola della performance

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Descrizione

Come liberarsi dall'ansia di riuscire. La grazia incondizionata di Dio all'opera nella vita del cristiano per guarirlo e trasformarlo. - credete che le vostre relazioni con Dio e con gli altri dipendano da quanto siete in grado di compiere? - siete intransigenti nei confronti di voi stessi e di chi vi circonda? - non siete soddisfatti se non avete portato a termine una performance impeccabile? - desiderate fuggire dall'impietosa trappola della performance ed essere semplicemente voi stessi? In queste pagine l'autore si rivolge a tutti coloro che hanno cambiato la gioia e la sicurezza della grazia di Dio con i sensi di colpa e di ansietà. Vi aiuterà a compiere i passi necessari per liberarvi dall'ansia di riuscire e sperimentare nella vostra vita la potenza di guarigione della grazia di Dio.

Proprietà

ISBN: 9788880770855
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880770855
Dimensioni:
150 x 210 x 11 mm
Peso: 0,270kg
Rilegatura: Brossura
Numero di pagine: 192
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1

Il miracolo della grazia

O che mille lingue cantino
le lodi del sommo Redentore,
la gloria del mio Dio e Re,
il trionfo della sua grazia!

Volgetevi a lui, o nazioni,
riconoscete il vostro Dio, umanità caduta;
a lui volgetevi, e per fede sola siate salvati,
giustificati dalla sua grazia.


Me ne stavo seduto ad ascoltare Devadas, un giovane e avvenente laureato indiano, quando mi balenò in mente una storia che avevo sentito raccontare da un predicatore americano vecchio stampo. Parlava di uno scettico che disse a un pastore della sua comunità: “I suoi fedeli sembrano abbastanza devoti da stare lontani dal peccato, ma non abbastanza da essere felici. Mi ricordano un uomo con il mal di testa. Gli fa male sopportarlo, ma non vuole tagliarsi la testa”.
A quel tempo mi trovavo in una città indiana come pastore di una chiesa di lingua inglese. Io e la mia famiglia eravamo reduci da quasi dieci anni di attività evangelistica nei villaggi in cui il nostro obbiettivo primario era stato di fondare nuove congregazioni e luoghi di culto cristiano tra gente di campagna, senza istruzione. Ora ci trovavamo di fronte a gente di città molto istruita alle prese con i soliti problemi della vita urbana e industriale.
Al tempo non riconoscevo la natura del problema che mi si poneva dinanzi. Dopo tutto Devadas era uno dei più brillanti giovani della nostra comunità. Un credente profondamente consacrato, ripieno di Spirito Santo, proveniente da una famiglia cristiana da generazioni, egli teneva fede al suo nome, “servo di Dio”. Presenza costante a ogni incontro della chiesa, per quanto ciò significasse per lui affrontare ogni volta un estenuante viaggio di diverse miglia in bicicletta, egli era un meticoloso studioso della Bibbia e un fedele testimone tra i suoi canzonatori colleghi indù. Se necessario, Devadas sarebbe morto per il suo cristianesimo - nessun dubbio al riguardo. La vera questione, però, era perché sembrasse quasi morire a causa di esso.
Quel pomeriggio del 1957 non avevo la più pallida idea che egli stesse descrivendo molte delle caratteristiche comuni dei cristiani caduti nella trappola della performance. L’unica cosa che entrambi sapevamo era che la questione gli provocava un’agitazione emozionale e spirituale costante.
Per ben più di un’ora mi parlò dei suoi problemi, della sua incessante battaglia contro la tirannia dei doveri, del suo incombente senso di colpa e di condanna, del suo alto livello di ansietà, della bassa autostima che gli derivava dal continuo sminuirsi, della negazione e della repressione di emozioni negative come rabbia o depressione e di un legalismo e una scrupolosità frutto della sua coscienza danneggiata e ipersensibile.
Nella mia ingenuità mi sembrava ovvio che Devadas non fosse spirituale come avrebbe dovuto essere. Dopo tutto ero uscito dal seminario da appena dieci anni ed ero pieno di soluzioni per ogni problema, praticamente. Così cominciai a offrirgli la mia cura d’anima nel solo modo che conoscevo. Come molti pastori pensavo che la cura d’anima fosse una predicazione a tu per tu con un uditorio prigioniero.
Comunque, di fronte a tutte le mie sincere domande con i loro suggerimenti impliciti e concepiti a fin di bene, lui continuava a darmi risposte che proprio non si adattavano alle mie soluzioni semplicistiche.
“Fratello Devadas, leggi la tua Bibbia regolarmente? Se passassi più tempo a leggere la Parola di Dio sperimenteresti pace e vittoria in misura maggiore. Penso che ciò ti restituirebbe la gioia della salvezza”.
“Ma pastore Seamands, lo faccio già. Per dirla tutta, da un po’ di tempo a questa parte leggo ogni giorno un capitolo in più dell’Antico Testamento e uno in più del Nuovo”.
“Capisco... Beh, e la tua vita di preghiera? Ricordi quel grande uomo di Dio che ho citato in uno degli ultimi sermoni? Disse: La preghiera non è solo preparazione alla battaglia, ma è la battaglia”. La definizione mi aveva molto colpito e speravo che fosse lo stesso per tutti gli altri.
“Sì, pastore. L’ho scritta a margine della mia Bibbia quella mattina stessa e di conseguenza ho aumentato il tempo che dedico alla preghiera. Ma se devo essere onesto fino in fondo con lei, non mi è servito a molto. Le sembrerà strano, ma le cose sono semmai peggiorate. Qualcosa dentro di me continua a dirmi che dovrei leggere ancora di più la Bibbia e che dovrei pregare ancora di più. Non riesco a capirlo, ma mi pare di non riuscire mai a fare abbastanza. In effetti questo pare essere tutto il problema”.
Ero confuso. Sapevo che stava dicendo la verità. Non era il caso di chiedergli della sua comunione con altri cristiani e della sua testimonianza. Conoscevo bene il suo stato di servizio in questi campi. A un certo punto, nel bel mezzo della mia frustrazione, sentii il potente suggerimento dello Spirito Santo: “Perché non stai un po’ zitto e ascolti invece quello che dice? Eri così ansioso di colpirlo con le tue risposte che non hai dato veramente ascolto alle sue domande”.
Per la prima volta mi ritrovai con orecchie per udire e sentii davvero il senso di ciò che andava dicendo. Ma, fatto ancora più importante, cominciai a sentire il suo dolore. “Mi sento come se dovessi fare di più. Dovrei fare di più e ci provo, onestamente, ma non sembra mai abbastanza”.
Compresi in seguito che ero incappato in qualcosa di molto differente dal malessere spirituale che deriva dal trascurare gli abituali strumenti della grazia e della crescita.
Questa esperienza indimenticabile ebbe luogo più di trent’anni fa. Da quell’incontro a quattr’occhi, corpo a corpo, cuore a cuore, emersero i primi incerti segnali di ciò che negli anni seguenti sarebbe divenuto un ministero a favore di un gran numero di cristiani feriti e scoraggiati, individui sensibili, sinceri, profondamente motivati ed estremamente laboriosi, incatenati al mulino della performance spirituale, senza modo di uscirne. In un certo senso erano prigionieri di un carcere che almeno in parte si erano costruiti da soli.

Performance

La conclusione di Devadas aveva detto tutto: “Dovrei fare, potrei, ci provo, ma non sembra mai abbastanza”. E’ la schiavitù inevitabile, il circolo vizioso dal quale non è possibile uscire ampliando e migliorando la propria performance. E’ il nocciolo della maledizione, l’orribile mozzo dal quale si dipartono tutti i raggi che tengono al proprio posto la ruota del mulino.
Ammessa l’esistenza di diversi livelli di concentrazione della performance, è indubbio che la sindrome di per sé è una malattia, un virus maligno che attacca il cuore dell’essere umano. E’ la menzogna definitiva dietro una miriade di bugie ordinarie che ci persuade del fatto che ogni relazione nella vita è basata sulla performance, cioè su quello che facciamo.
Secondo questa menzogna ogni cosa dipende da come la facciamo bene:
 la nostra salvezza e il nostro status - la nostra relazione con Dio
 la nostra autostima - la nostra relazione con noi stessi
 il nostro senso di sicurezza e di appartenenza - la nostra relazione con gli altri
 il nostro senso di riuscita e di successo - la nostra relazione con la società.
Come ogni malattia conosce diversi livelli, così ci sono diversi livelli di intensità nella sindrome da performance. Essi variano da leggero a forte, da grave a critico, da casi che rientrano nella normalità all’abnorme fino al patologico. I cristiani affetti dalla sindrome da performance rappresentano un’ampia gamma di umanità disperata. Abbiamo i cristiani novelli che lottano per credere in una grazia che sembra semplicemente troppo bella per essere vera. Poi abbiamo quelli che, come i Galati (destinatari di una lettera dell’apostolo Paolo, nel Nuovo Testamento) hanno cominciato vivendo per grazia ma ora mischiano legge (performance) e grazia (dono). Ci sono poi i perfezionisti che si sentono sicuri che niente di quello che fanno sarà mai buono abbastanza per Dio, per gli altri o per sé stessi.
Il quadro comprende anche alcune persone profondamente turbate con sintomi anormali e persino patologici, alcune delle quali lottano costantemente contro manie compulsive quali il lavarsi continuamente le mani o ossessioni come la convinzione di aver commesso il peccato imperdonabile (la bestemmia contro lo Spirito Santo; vedi le parole di Gesù in Matteo 12 e Marco 3) o fobie come la paura di contaminazioni batteriche. Individui con tali turbe potrebbero ricevere un qualche aiuto da un consulente cristiano o da un libro come questo, ma di solito hanno bisogno dell’aiuto di psichiatri e a volte di cure mediche specifiche. Il target di questo libro è costituito essenzialmente da cristiani che sperimentano ansia da performance e mania di perfezionismo in forme meno appariscenti. Tali persone non toccano gli estremi a cui ho accennato, ma soffrono comunque, sono spiritualmente legate, emozionalmente bloccate e relazionalmente impedite.
Sono convinto che alla base dei maggiori problemi spirituali ed emotivi che turbano i cristiani c’è l’incapacità di accogliere e di vivere la grazia incondizionata di Dio e quindi l’incapacità di comunicare ad altri quella grazia. E proprio questo è il problema che mi viene esposto con più frequenza durante le mie sedute di cura d’anima. Uno psicologo cristiano che esercita in California, il Dr. David Stoop, conferma la mia scoperta quando dice: “Non è che cercassi di identificare il problema con il perfezionismo, ma è un dato di fatto che questo aspetto emergeva con ogni persona che si presentava nel mio studio”. Purtroppo anche lui presta i suoi servizi essenzialmente a cristiani.

Dolore

Prima di descrivere alcuni dei problemi principali che affliggono i cristiani schiavi della performance, vorrei sottolineare come viene sentita la questione. A questo scopo citerò alcune affermazioni tratte da lettere che ho ricevuto o da appunti presi nel corso delle mie sedute di consulenza. Sono tutte grida di aiuto e rivelano alcuni dei più dolorosi sintomi della malattia. Forse vi identificherete nella situazione che le parole presentano oppure queste vi faranno pensare a qualcuno di vostra conoscenza. Fate attenzione alle espressioni in corsivo, perché dopo le esamineremo più da vicino.

“Sono un cristiano che negli ultimi trent’anni non ha fatto che lottare. Il mio problema è che non mi sento mai a posto, benché cerchi sempre di esserlo... cioè di essere migliore. Ho tanta paura di commettere errori”.

“Sono uno studente universitario e credo in Cristo. Ho letto un suo articolo e devo ammettere che ha colto proprio nel segno. Io sento costantemente l’ansia e il senso di colpa e di condanna di cui parla. Questi sentimenti invadono quotidianamente i miei processi mentali. Non riesco ad adempiere un compito, a leggere un libro o a esercitarmi con il mio strumento senza sentirmi giudicato. Ho accettato Cristo come mio Salvatore già diversi anni fa, ma mi sento come se ogni cosa che faccio non sia buona abbastanza per il mio Signore”.

“Mi riesce difficile continuare a frequentare la chiesa, perché il pastore insiste sempre sulla necessità di leggere la Bibbia ogni giorno. Io voglio leggere la Parola di Dio, ma ogni volta che leggo la Bibbia mi sento come se il Signore fosse lì pronto a fustigarmi per quello che faccio e per la direzione che prendo nella mia vita”.
“Quel capitolo del suo libro rifletteva perfettamente la mia vita! Persino mio marito me l’ha detto. Io coltivo ogni genere di aspettative non realistiche. Inoltre, cerco di adempiere compiti impossibili e ricerco l’approvazione di Dio attenendomi a un gran numero di regole legalistiche. Pensavo di dovermi guadagnare il suo amore e questo mi ha portata quasi al suicidio”.

“Voglio essere uno strumento più efficace per il Signore, ma mi sento così indegno e inutile. Sono un fallito e non mi sopporto più. La mia conversione è stata così meravigliosa e per molti versi posso dire di essere una nuova creatura in Cristo. Mi sono identificato nelle sue descrizioni di rabbia e risentimento. E’ come se attraversassi un ciclo di odio contro le persone che più amo per poi pentirmene e ritrovarmi tremendamente depresso. Penso di essere così perché non ho ancora ottenuto la vittoria spirituale”.

“Sono un missionario. Dio mi ha usato per convertire a lui le anime. Conosco tutte le risposte, tutta la Bibbia, al punto di poter citare a perfezione capitolo e versetto. Ma è tutto nella mia testa. Il Dio che servo non è contento di me e non assomiglia affatto all’amorevole Dio di grazia in cui dico di credere e di cui parlo agli altri. Perché non metto in pratica quello che vado predicando? Mi sento un ipocrita”.

“Ho fatto molta cura d’anima e Dio ha operato molti cambiamenti in me. So che devo liberarmi dalla falsa spiritualità con cui ho cercato di rivestirmi per così tanti anni. Ma sono spaventato a morte perché non so chi sono veramente e quello che potrei scoprire di essere. E’ possibile essere terrorizzato ed eccitato allo stesso tempo?”

“Tento con tutte le mie forze di risultare amabile, ma poi non faccio che criticare e giudicare, prendendomela con mia moglie e i miei figli. Basta una piccola mancanza da parte loro che mi cresce la rabbia dentro e finisco per esplodere. Poi mi sento colpevole e divento depresso. Ho una famiglia così amabile e pronta a perdonare, ma questo non fa che peggiorare la situazione. E’ quasi come un modello che si ripete”.

“Sembra che più mi impegno più fallisco. Quando non ce la faccio più e smetto di impegnarmi mi sento invadere da una sensazione di condanna. Pare un modello destinato a ripetersi a oltranza”.
Le parole e le espressioni riportate in corsivo descrivono chiaramente le principali aree di sconfitta e di disperazione nella vita di cristiani che non hanno ancora pienamente afferrato il significato di una vita basata sulla grazia.
 Continui sensi di colpa, condanna, giudizio e disapprovazione divina. Spesso mi sento dire: “Sono costantemente afflitto dai sensi di colpa”. Quando chiedo a quei cristiani: “Ma non c’è nemmeno un momento in cui non ti senti in colpa, in cui ti senti a posto con Dio?” il più delle volte mi rispondono: “A dire il vero no, perché allora mi sento in colpa perché non mi sento in colpa”!
Tale senso di colpa non deriva da atti o atteggiamenti peccaminosi specifici. E’ invece un senso di colpa generale, globale che penetra l’intera personalità, un po’ come una nebbia di prima mattina invade una valle. E come la nebbia, varia di intensità. Alcuni cristiani sperimentano una lieve foschia di disapprovazione divina che li avvolge costantemente e poiché non hanno mai conosciuto niente di diverso presumono erroneamente che tutti i cristiani vivano a quel modo. Per altri la nebbia è così spessa che sono quasi paralizzati e per loro è estremamente difficoltoso muoversi in qualsiasi direzione o anche prendere decisioni di poco conto. Sanno che si sentiranno comunque in colpa: “Guai a te se lo fai e guai a te se non lo fai”. E’ difficile peccare di esagerazione riferendosi al dolore emozionale e alla disperazione spirituale di questi cristiani.
 Un senso di indegnità, con sentimenti di scarsa autostima e la tendenza ricorrente a sminuirsi e perfino a disprezzarsi. Il termine autostima è soggetto a parecchi fraintendimenti, perciò è meglio chiarire che cosa si intende con esso in questo contesto. La definizione comune di stima riportata dai dizionari parla di “alta considerazione, attenzione, apprezzamento, rispetto”. Con il termine autostima ci riferiamo al valore che gli individui attribuiscono a sé stessi come persone. Chi ha autostima, quindi, si considera una persona di valore, degna. I cristiani presi nella trappola della performance non si vedono bene come persone, indipendentemente da ciò che possono aver realizzato. Per quanto gli altri possano considerarli individui di successo, loro si sminuiscono immancabilmente, ripetono letteralmente a sé stessi d’esser poca cosa, in modo da non dimenticarsi quanto poco valore si attribuiscono e da avallare la loro presunta insignificanza di fronte a Dio e agli altri.
 Un senso di falsità e di irrealtà, la sensazione di essere ipocrita, di aver perso contatto con la propria vera identità, di non sapere più chi si é. Le tante contraddizioni che riscontrano nella propria vita fanno temere a questi cristiani di aver perduto la propria vera identità. C’è un tale abisso tra chi essi sono e chi dovrebbero essere - cioè chi dovrebbero essere poiché sono cristiani - che la sofferenza è insopportabile. Si alienano talmente dall’io per cui nutrono una così profonda avversione che cercano di negarne l’esistenza. Ma l’io continua ad affermare la propria presenza e lo rivelano dichiarazioni come: “Conosco tutte le risposte, ma sono solo nella mia testa. Non le sento davvero nel cuore. Parlo ad altri di Cristo, ma a conti fatti io non sento né vivo la vita cristiana. Ho paura di scoprire chi sono e sono terrorizzato all’idea che gli altri sappiano come sono in realtà”. Ovviamente tale incoerenza inficia tanto il loro desiderio quanto la loro capacità di essere testimoni efficaci di Cristo. E se si provano a esserlo per un’ostinata determinazione a fare il loro dovere, allora non fanno altro che accrescere la propria sensazione di ipocrisia e di vanità. La cosa più triste è che queste persone perdono la propria vera personalità, quell’identità unica e insostituibile che Dio ha dato loro perché la usassero per i suoi scopi.
 Molte emozioni negative, soprattutto ansia e rabbia, che sfociano in paure irrazionali, rancori repressi, accessi d’ira, mutamenti d’umore eccessivi e depressione. E’ facile intuire che se essere accettati e amati dipendesse dalla bontà delle nostre prestazioni, la rabbia sarebbe una conseguenza inevitabile. Saremmo in un continuo stato di ansia e ogni fallimento ci porterebbe ad adirarci con noi stessi e con gli altri. Questo circolo vizioso di rabbia e rancore include purtroppo l’ira nei confronti di Dio, perché sembra che egli venga meno alle sue promesse.
Queste persone senza grazia, avendo ben poca grazia da dare assumono atteggiamenti privi di grazia verso gli altri. Adottano per gli altri gli stessi parametri di performance che adottano per sé stessi. Nutrono rancore e rabbia per i fallimenti degli altri proprio come per i loro. Quando la pressione diventa eccessiva, scivolano facilmente nella depressione che deriva dalla rabbia repressa, dal covare rancori e dall’inevitabile esplosione. Tutto ciò ci porta all’ultimo sintomo.
 Difficoltà nelle relazioni interpersonali, soprattutto quando c’è di mezzo una certa intimità. Nei contatti più superficiali la maggior parte degli individui affetti dalla sindrome da performance se la cavano molto bene. Molti di loro sono gran lavoratori, tranquilli, controllati e talvolta sembrano modellati sullo stampo del Gesù mansueto e umile di cuore. Ma quando la distanza emozionale si accorcia, quando una relazione si approfondisce e viene richiesto un certo livello di intimità, allora possono emergere molti dei fattori che abbiamo considerato e diventare distruttivi, influenzando profondamente la loro capacità di farsi degli amici e conservarli.
Ma è nel matrimonio e nella famiglia che vediamo la devastazione maggiore. Ammettiamolo, è difficile vivere con cristiani presi nella trappola della performance. Sono duri con sé stessi, con la persona che hanno sposato e con i propri figli. In gran parte delle mie consulenze matrimoniali e familiari c’è coinvolto un partner di questo tipo. Qualcuno ha detto: “I perfezionisti sono quelli che si procurano tanti affanni e poi li passano agli altri”. Al che aggiungerei: “Soprattutto nel collo!” Il grande Sam Shoemaker affermò: “Chiunque ha un problema, è un problema, o deve vivere con un problema. Potremmo riformulare la frase così: “I perfezionisti hanno un problema, sono un problema e creano problemi a coloro con cui vivono”.
Abbiamo descritto i cinque sintomi principali della sindrome da performance che necessitano dell’intervento guaritore della grazia. Tuttavia c’è un altro fattore importante da considerare in questo capitolo introduttivo.

Modello di personalità dilagante

Le ultime due lettere citate poco sopra contengono entrambe il termine modello. Il dizionario ci dice che un modello è “un prototipo di origine naturale o accidentale; un insieme di tratti o fattezze caratteristici di un individuo”. E’ essenziale comprendere che il cristiano che vive una vita basata sulla performance non ha un problema isolato in un qualche angolo nascosto della sua vita che spunta fuori una volta ogni tanto per causare sconvolgimenti emozionali e spirituali. Questo modello è piuttosto uno stile di vita, un modo di essere che include tutto, un modo imperfetto di percepire, pensare, volere, agire e reagire e relazionare. Questo modo errato di essere sfocia in un modo errato di fare; cioè un modo errato di affrontare la vita e relazionare con la gente.
L’opposto di una vita orientata verso la performance, cioè una vita orientata verso la grazia, è anche un modello di essere. Un tal modo di vivere è più di una esperienza elementare di Cristo, come la conversione e la nuova nascita, o come essere ripieni di Spirito Santo, o come sperimentare occasionalmente periodi di grande spiritualità. Uno stile di vita che rispecchia il giusto modo di essere voluto da Dio si manifesta come giusto modo di fare, di affrontare le circostanze della vita e le relazioni. E’ importante considerare sia il problema sia la soluzione sotto la stessa luce, come modi di vivere la vita e di socializzare del tutto sbagliati o del tutto giusti.
Ecco perché all’inizio è necessario chiarire che non ci sono cure istantanee o soluzioni affrettate. Né un’esperienza miracolosa cristiana né una guarigione interiore istantanea libereranno un individuo dai legami della trappola della performance, soprattutto quando essa si presenta nelle sue forme perfezionistiche estreme. Nessuno più di me crede nella necessità della nuova nascita e della vita nello Spirito come gli ingredienti di base della vita cristiana. Tuttavia credo anche che molti cristiani con emozioni ferite e ricordi che necessitano di guarigione abbiano bisogno di un tipo particolare di guarigione interiore che li metta in grado di vivere una vita davvero vittoriosa. Reputo ciò in perfetto accordo con i principi biblici, ma è necessario ch’io metta in guardia contro soluzioni che sono più magiche che miracolose e che non fanno altro che seminare confusione nel cuore dei cristiani che soffrono. Nella mia attività di consulenza passo una quantità di tempo sproporzionata a cercare di raccogliere i cocci di cristiani disillusi che hanno tentato senza successo una qualche cura istantanea.
Voglio ricordare al lettore che tale avvertimento riguarda anche il libro che ha in mano. Giungere a una migliore comprensione della natura del problema non è sufficiente a rendere liberi dal malsano e frustrante mulino della performance. Capacità di penetrazione e conoscenza sono sì importanti, ma non guariscono o cambiano un individuo automaticamente. L’idea che lo facciano è un’antica fallacia greca sviluppata in seguito da Freud e, purtroppo, portata avanti persino da certi psicologi cristiani di oggi. L’apostolo Paolo smaschera l’errore con una sua affermazione cristallina: “Ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio... in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no” (Romani 7:15 e 18). Consapevolezza e capacità di penetrazione sono per molti versi di grandissimo aiuto, soprattutto nel mostrarci che cosa dobbiamo ricercare e come dobbiamo pregare. Inoltre rivelano le aree della nostra vita in cui abbiamo bisogno della grazia che guarisce al fine di manifestare pienamente la grazia salvifica e santificatrice che abbiamo sperimentato in Cristo. La grazia che guarisce può a volte comprendere momenti di crisi, ma sarà sempre un processo che ci farà cambiare i nostri modelli di vita.

Da servo a figlio

Ecco che cosa successe a Devadas, il giovane indiano di cui ho scritto all’inizio del capitolo. Cominciando a incontrarci regolarmente per le sedute di consulenza e di preghiera scoprimmo diverse aree in cui c’era una reale deficienza di grazia. I cristiani in India sono una piccolissima minoranza rispetto alla totalità della popolazione; perciò è comprensibile che a volte essi sentano il bisogno di provare sé stessi di fronte ai loro vicini non cristiani. Per Devadas ciò aveva portato a una vita domestica legalistica e priva di gioia in cui l’accettazione e l’approvazione erano altamente condizionanti.
Ricordate l’immagine del fratello maggiore nel vangelo di Luca? Era arrabbiato quando suo fratello minore tornò a casa e ricevette la grazia del padre che gli organizzò una grande festa. “Egli rispose al padre: Ecco, da tanti anni ti servo e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa con i miei amici” (Luca 15:29). Fu in questa parabola che Devadas ritrovò sé stesso, mentre lo Spirito Santo lo liberava lentamente da tutti i suoi sforzi meticolosi e gli mostrava un cuore senza grazia e in condizioni critiche.
Una domenica usai John Wesley come esempio in un sermone. Wesley, figlio del clero, membro del Club della Santità di Oxford, ordinato ministro anglicano e missionario per l’estero, ricercava con devozione la santità personale. Ma nonostante tutti i sacrifici e le buone opere egli non riusciva a trovare pace con Dio e chiamava sé stesso “un quasi cristiano”. Poi, il 24 maggio del 1738, scoprì la grazia mentre ascoltava la lettura della prefazione di Lutero alla lettera di San Paolo ai Romani. Nelle stesse note parole di Wesley:
“Mancava un quarto alle nove, egli stava descrivendo il cambiamento che Dio opera nel cuore mediante la fede in Cristo, quando sentii una strana sensazione di calore al cuore. Sentii di confidare in Cristo, solo in Cristo, per la salvezza; e mi fu data la rassicurazione ch’egli aveva cancellato tutti i miei peccati e mi aveva salvato dalla legge del peccato e della morte”.
Wesley dichiarò di essere diventato un “cristiano completo” e che mentre prima coltivava la religione di un “servo”, adesso aveva quella di un “figlio”.
La volta successiva che Devadas venne a trovarmi era visibilmente eccitato. “Fino a domenica non avevo mai compreso di aver letteralmente vissuto all’altezza del mio nome: ‘servo di Dio’. Pensavo, sentivo e vivevo non come dovrebbe uno della famiglia, ma come un servo”. Poiché chiunque in India comprende chiaramente la differenza tra servo e figlio, dissi a Devadas: “Facciamo ora un gioco di ruolo. Tu sarai il servo della famiglia e io sarò il figlio. Viviamo un giorno della nostra vita, dal mattino all’ora di andare a dormire, e vediamo che differenze ci sono”. Fu d’accordo. Non passò molto che ci eravamo immedesimati nella cosa ed esprimevamo a parole le ampie differenze tra i nostri ruoli.
Il servo è accettato e apprezzato in base a ciò che fa, il figlio in base a ciò che è.
Il servo comincia la giornata ansioso e preoccupato, chiedendosi se il suo lavoro riuscirà davvero gradito al suo padrone. Il figlio riposa nell’amore sicuro della sua famiglia.
Il servo è accettato a causa del suo rapporto di lavoro, il figlio o la figlia per una relazione.
Il servo è accettato a causa della sua produttività e della performance di cui è capace. Il figlio fa parte della famiglia a causa della sua posizione come persona.
Alla fine del giorno il servo è tranquillo perché è sicuro di aver dimostrato il suo valore con il suo lavoro. Il mattino dopo la sua ansia riprenderà. Il figlio può essere sicuro tutto il giorno e sapere che domani il suo status non cambierà.
Quando un servo sbaglia, l’intera sua posizione è messa in gioco; potrebbe perdere il lavoro. Quando un figlio sbaglia, sarà addolorato per aver ferito i suoi genitori e sarà corretto e disciplinato. Ma non ha paura di essere gettato fuori. Ha la fiducia di base di appartenere ed essere amato e la sua performance non cambia la stabilità della sua posizione.
Devadas e io leggemmo insieme queste elettrizzanti parole dell’apostolo Paolo:
“Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione. E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: Abbà, Padre. Così tu non sei più servo, ma figlio; e se sei figlio, sei anche erede per grazia di Dio” (Galati 4:4-7).
Nelle settimane seguenti Devadas mi disse che ogni volta che si ritrovava a sentire e a vivere come un servo, si fermava e ricordava a sé stesso: “Padre, caro Padre, sono un tuo figlio e vivrò e sentirò come un tuo figlio!”
Nel corso degli anni ho visto questo miracolo della grazia compiersi in molti cristiani prigionieri della trappola della performance. Oso credere che possa accadere anche a voi.
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David A. Seamands
David Seamands è figlio di missionari in India. Laureato all'Asbury College, si è specializzato in teologia al drew theologic seminary e il dottorato in lettere all'Hartfort seminary foundation. con la moglie Helen sono stati missionari metodisti in India per sedici anni. Pastore della united methodist church di Wilmore, nel Kentucky, è stato professore di ministeri pastorali e consulente all'asbury.

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