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I castighi dell'Apocalisse

I castighi dell'Apocalisse

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Descrizione

L'atteso seguito de "Gli esclusi" (già tradotto in 21 lingue), l'appassionante thriller apocalittico degli ultimi giorni del mondo. Milioni di persone sono scomparse! Un triste destino attende i sopravvissuti.

Proprietà

ISBN: 9788834412718
Produttore:
Armenia
Codice prodotto: 9788834412718
Dimensioni:
150 x 220 x 27 mm
Peso: 0,480kg
Rilegatura: Brossura
Numero di pagine: 381
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

1.
Giunto il suo turno di pausa, Rayford Steele abbassò la cuffia sul collo e affondò le mani nella borsa da viaggio in cerca della Bibbia della moglie, meravigliandosi di come la sua vita fosse cambiata in un lampo. Quanto tempo aveva sprecato in quei momenti d’ozio a esaminare riviste e quotidiani che non avevano nulla da dirgli… Dopo tutto quello che gli era successo, un solo libro era degno del suo interesse.
Il Boeing 747, proveniente da Baltimora e atteso a O’Hare, Chicago, per le quattro di venerdì pomeriggio, volava in automatico. Ciò nonostante Nick, il nuovo primo ufficiale di Rayford, era rimasto a fissare il vuoto davanti a sé, come se stesse pilotando l’aereo. Non vuole più parlarmi, pensava Rayford. Sapeva dove volevo arrivare e mi ha chiuso la bocca prima ancora che potessi aprirla.
«Non ti dà fastidio se la leggo per un po’?» chiese Rayford.
Il giovane si voltò sollevando la cuffia dall’orecchio destro. «Come?»
Rayford riformulò la domanda indicando la Bibbia appartenuta alla moglie, scomparsa da più di due settimane e che forse non avrebbe più rivisto per altri sette anni.
«Fintanto che non ti aspetti che rimanga ad ascoltarti…»
«Ricevuto, Nick. Forte e chiaro. Lo sai che non m’importa nulla di quello che pensi di me, vero?»
«Prego?»
Rayford si chinò alzando la voce. «Quello che pensi di me sarebbe stato estremamente importante solo qualche settimana fa», riprese, «ma…»
«Già, lo so. OK? Ho capito, Steele. D’accordo? Tu e un sacco di altra gente credete che abbia tutto a che fare con Gesù Cristo. Io non me la bevo. Illuditi pure, ma tienimi fuori.»
Rayford inarcò le ciglia e scosse le spalle. «Avresti perso la stima nei miei confronti se non ci avessi provato.»
«Non esserne troppo sicuro.»
Quando però Rayford tornò alla sua lettura, il Chicago Tribune che sporgeva dalla borsa attirò la sua attenzione.
Il Tribune, come del resto i quotidiani di tutto il mondo, riportava la notizia in prima pagina:

«Nel corso di una riunione riservata alle Nazioni Unite, prima della conferenza stampa di Nicolae Carpathia, è avvenuto un raccapricciante omicidio-suicidio. Il neo segretario generale dell’ONU Nicolae Carpathia aveva appena nominato i nuovi dieci membri del consiglio di sicurezza allargato – a quanto pare, commettendo l’errore di presentare due dignitari con lo stesso titolo: ambasciatori presso l’ONU delle Grandi Nazioni Britanniche – quando, a detta dei testimoni, il miliardario Jonathan Stonagal, amico e sostenitore finanziario di Carpathia, improvvisamente ha sopraffatto una guardia, gli ha sottratto la pistola e si è sparato alla testa; il proiettile trapassando il capo di Stonagal ha raggiunto uno dei neo ambasciatori britannici, morto sul colpo.
«La sede delle Nazioni Unite è rimasta chiusa per l’intera giornata; Carpathia era visibilmente scosso per la perdita di due cari amici oltre che fidati consiglieri.»

Per quanto potesse suonare strano, Rayford Steele era una delle poche persone al mondo, le uniche quattro, a conoscere la verità: Carpathia era un impostore, un persuasore occulto dotato di poteri ipnotici, l’Anticristo in persona, insomma. Gli altri avrebbero anche potuto credere il contrario, soltanto Rayford, la figlia, il pastore e l’amico di fresca data, il giornalista Buck Williams, lo sapevano per certo.
Buck, uno dei diciassette presenti nella sala riunioni delle Nazioni Unite, era stato testimone di una meccanica dei fatti del tutto diversa: non omicidio-suicidio, ma bensì duplice omicidio. Lo stesso Carpathia, secondo Buck, con premeditazione si era fatto consegnare l’arma dalla guardia e aveva costretto l’amico Jonathan Stonagal a inginocchiarsi per poi sopprimerlo, unitamente all’ambasciatore britannico, con un sol colpo.
Carpathia aveva poi inscenato una specie di pantomima, spiegando ai testimoni, rimasti impietriti, che cosa avessero visto a suo dire: la stessa versione dei fatti riportata dai giornali. Tutti i presenti, tranne uno, l’avevano confermata e, fatto davvero sconfortante, ci credevano veramente. Persino Steve Plank, l’ex direttore di Buck ora addetto stampa di Carpathia, persino Hattie Durham, già assistente di volo di Rayford, divenuta assistente personale di Carpathia. Tutti tranne Buck Williams.
Rayford era rimasto scettico quando Buck gli aveva raccontato la sua versione nell’ufficio di Bruce Barnes due sere prima. «Lei è l’unico dei presenti in quella stanza che ha visto la scena alla sua maniera?» aveva domandato al giornalista in tono di sfida.
«Comandante Steele», aveva replicato Buck, «l’abbiamo vista tutti allo stesso modo. Ma poi Carpathia con calma ci ha descritto che cosa voleva che pensassimo di aver visto e tutti, tranne me, hanno subito accettato la sua verità. Mi piacerebbe tanto sapere da Carpathia come spiega il fatto che quando è avvenuto l’omicidio avesse già bell’e pronto il successore del defunto e che gli avesse già fatto prestare giuramento. Ma adesso manca persino la prova che c’ero anch’io; è come se Carpathia mi avesse obliterato dalla memoria dei presenti. Quelli che conosco ora sono pronti a giurare che non c’ero, e non scherzano».
Bruce Barnes e Chloe si erano guardati l’un l’altra e poi avevano fissato Buck, diventato credente qualche istante prima di recarsi al convegno presso le Nazioni Unite. «Sono assolutamente certo che se non fossi entrato in quella stanza senza aver accolto Dio», seguitò Buck, «anch’io sarei stato condizionato».
«Ma ora se lei è disposto a dire la verità al mondo intero…»
«Signore, mi hanno trasferito a Chicago perché il mio direttore editoriale crede che io non abbia partecipato all’incontro. Steve Plank mi ha chiesto perché avevo rifiutato il suo invito. Non ho ancora parlato con Hattie, ma sapete tutti che dirà di non ricordarsi di me.»
«Il punto più importante», precisò Bruce Barnes, «è capire che cosa Carpathia pensa che lei abbia nella testa. Crede di aver cancellato la verità dalla sua mente? Se lui sa che lei sa, lei è in grave pericolo.»

In quel mentre, mentre leggeva l’insolita notizia sul giornale, Rayford si avvide che Nick stava passando dal pilota automatico ai comandi manuali.
«Inizio discesa», fece Nick, «vuoi portare a termine la manovra?»
«è naturale», rispose Rayford. Nick sarebbe stato comunque in grado di atterrare, ma Rayford si sentiva responsabile: era il comandante, a lui era affidata l’incolumità dei passeggeri e dell’equipaggio. E anche se l’aereo avesse potuto atterrare da solo, lui non aveva perso il gusto di pilotarlo. Poche cose gli ricordavano di come fosse la vita solo qualche settimana prima: far atterrare un 747 era una di esse.

***

Buck Williams aveva passato la giornata a comprare una macchina – qualcosa di cui non aveva bisogno a New York – e a caccia di un appartamento. Aveva scovato un bel condominio in un punto a metà strada tra la redazione di Chicago del Global Weekly e la New Hope Village Church di Mount Prospect; nell’appartamento, come recitava l’annuncio, avevano già installato il telefono. Cercava di convincersi che era stata la chiesa a spingerlo a ovest della città e non la figlia di Rayford Steele. Chloe aveva dieci anni meno di lui e, per quanto ne fosse attratto, era sicuro che lei lo vedesse come una specie di mentore decrepito.
Buck aveva posposto la sua visita in ufficio; in ogni modo, non lo aspettavano che per il lunedì successivo e lui non faceva di certo i salti di gioia all’idea di affrontare Verna Zee. Quando gli era stato affidato il compito di trovare un sostituto dopo la scomparsa di Lucinda Washington, decana nonché direttore della redazione di Chicago, lui aveva diffidato la battagliera Verna a fare il passo più lungo della gamba trasferendosi nell’ufficio del suo ex direttore. Ora Buck era stato rimosso dal suo incarico mentre Verna era stata promossa. All’improvviso era diventata il suo capo.
Tuttavia, Buck non era intenzionato a trascorrere il fine settimana attanagliato dall’angoscia per l’appuntamento, né voleva sembrare troppo ansioso di rivedere subito Chloe Steele; quindi guidò verso l’ufficio giungendovi qualche minuto prima che chiudesse. Verna gliel’avrebbe fatta pagare per gli anni che aveva vissuto crogiolandosi nella sua fama di reporter, autore di cover stories oltre che vincitore di premi giornalistici? O, peggio, gli avrebbe lisciato il pelo fino alla nausea?
Buck avvertiva su di sé gli sguardi e le risatine del personale mentre passava per gli uffici esterni. A quel punto, sapevano tutti che cos’era successo: provavano dispiacere, erano stupiti per il suo errore di valutazione; come aveva potuto il grande Buck Williams perdersi una riunione che sarebbe certamente diventata una delle più memorabili nella storia del giornalismo, anche se non fosse sfociata nella morte di due partecipanti? Ma i più erano anche consapevoli delle sue doti; molti, senza dubbio, avrebbero considerato ancora un privilegio lavorare con lui.
Come previsto, Verna si era già trasferita nell’ufficio grande. Buck ammiccò all’indirizzo di Alice, la giovane segretaria di Verna che sfoggiava un’acconciatura punk con i capelli irti sulla testa, poi diede una sbirciatina dentro: sembrava che Verna fosse lì da secoli. Aveva già risistemato l’arredamento, piazzato i suoi quadri e targhette varie. Chiaramente, si trovava a suo agio e apprezzava ogni istante della sua nuova condizione.
Verna aveva la scrivania ingombra di una pila di carte e lo schermo del computer ancora acceso, ma sembrava fissare pigramente fuori della finestra. Buck fece capolino e si schiarì la gola. Notò un lampo di stupore nello sguardo di lei, che subito si ricompose. «Cameron», disse Verna con voce atona, «non ti aspettavo che per lunedì.»
«Ho pensato di fare un salto», rispose lui. «Chiamami pure Buck.»
«Continuerò a chiamarti Cameron, se non ti dispiace e…»
«Be’, mi dispiace. Per favore, chiamami…»
«Allora ti chiamerò Cameron anche se ti dispiace. Hai detto a qualcuno che saresti passato da queste parti?»
«Prego?»
«Hai un appuntamento?»
«Un appuntamento?»
«Con me. Ho un’agenda, sai?»
«E non c’è posto per me?»
«Mi stai forse chiedendo un appuntamento?»
«Se non sono inopportuno. Vorrei tanto sapere dove andrò a sbattere e che tipo di incarichi mi hai riservato, cose così…»
«Mi sembrano tutte questioni di cui potremo discutere nel nostro incontro», disse Verna. «Alice, guarda se ho un buco fra una ventina di minuti, per favore!»
«Sì», annunciò Alice. «E sarei lieta di mostrare al signor Williams il suo comparto mentre attende, se lei…»
«Preferisco farlo io stessa, Alice. Grazie. Chiudi pure la porta.»
Alice aveva un’aria dispiaciuta quando si alzò e oltrepassò Buck per chiudere la porta. Buck si chiese se non avesse addirittura strabuzzato gli occhi. «Tu puoi chiamarmi Buck», le sussurrò.
«Grazie», assentì lei timidamente indicando una sedia accanto alla scrivania.
«Devo proprio aspettare qui, come uno studentello convocato dal preside?»
Lei annuì. «Qualcuno ha chiesto di te, prima. Non ha lasciato il nome. Le ho detto che ti aspettavamo per lunedì.»
«Niente messaggi?»
«Mi spiace.»
«E allora, dov’è il mio comparto?»
Alice volse lo sguardo verso la porta chiusa, come se temesse che Verna potesse udirla. Si alzò indicando un angolino cieco sul retro, al di là di una serie di pareti divisorie.
«Ma lì c’era il distributore automatico del caffè, l’ultima volta che sono stato qui», obiettò Buck.
«C’è ancora», confermò Alice con un risolino. L’interfono emise un ronzio. «Sì, mi dica…»
«Vi dispiacerebbe abbassare la voce se proprio dovete parlare: sto lavorando!»
«Mi scusi!» Stavolta Alice gli occhi li strabuzzò sul serio.
«Darò una sbirciatina», sussurrò Buck alzandosi.
«No, ti prego», disse lei. «Mi metterai nei guai, tu sai con chi.»
Buck scosse la testa e tornò a sedersi. Ripensò ai luoghi dov’era stato, alle persone che aveva incontrato e ai pericoli che aveva affrontato nel corso della sua carriera. E adesso eccolo lì a parlare a bassa voce con una segretaria per non metterla nei pasticci con la sua sedicente boss, che, tra parentesi, non era mai stata capace di cavare un ragno da un buco.
Buck sospirò. Almeno si trovava a Chicago, tra le uniche persone di sua conoscenza che si curassero veramente di lui.

***

Nonostante avesse abbracciato la nuova fede, unitamente a Chloe, Rayford si ritrovava soggetto a sensibili sbalzi di umore. Mentre camminava a grandi passi all’aeroporto O’Hare, superato da un Nick brusco e silenzioso, improvvisamente iniziò a sentirsi triste. Come gli mancavano Irene e Raymie! Sapeva, al di là di ogni dubbio, che erano in paradiso e che, se non altro, si sentivano afflitti per lui. Ma il mondo era andato incontro a cambiamenti talmente drastici in seguito alle sparizioni che pochissimi dei suoi conoscenti avevano riacquistato il senso dell’equilibrio. Era felice di avere Bruce al suo fianco – una guida per lui e per Chloe – e ora c’era anche Buck ad affiancarlo nella missione, anche se talvolta la prospettiva di affrontare il futuro era sconfortante.
Quando scorse il volto sorridente di Chloe che l’attendeva al capo opposto del corridoio, comprensibilmente provò una gradevole sensazione di sollievo. In vent’anni di carriera nell’aviazione era abituato a imbattersi in passeggeri che ricevevano i saluti dei loro cari nel terminal. I piloti, invece, si limitavano perlopiù a sbarcare e a tornarsene a casa in macchina da soli.
Rayford e Chloe si capivano l’un l’altra a meraviglia, ora più che mai. Stavano diventando in fretta amici e confidenti e, benché non fossero d’accordo su tutto, erano avvinti dal dolore per la perdita dei propri cari, uniti nella nuova fede e come militanti della cosiddetta «Tribulation Force».
Rayford abbracciò la figlia. «C’è qualcosa che non va?»
«No, ma Bruce ha cercato di te. Ha convocato una riunione d’emergenza del gruppo di base in prima serata. Non so che cosa bolle in pentola, ma vorrebbe che rintracciassimo Buck.»
«Come sei arrivata qui?»
«Ho preso un taxi. Sapevo che avevi la macchina.»
«E Buck, dove si sarà cacciato?»
«Oggi era in cerca di un’auto e di un appartamento. Potrebbe essere ovunque.»
«Hai chiamato il Weekly?»
«Nel primo pomeriggio, ho parlato con questa Alice, una segretaria. Non lo aspettano che per lunedì, ma potremmo riprovare dalla macchina. Voglio dire, dovresti richiamarlo tu, non io, non ti pare?»
Rayford represse un sorriso.

***

Alice sedeva alla scrivania, protesa in avanti con la testa sollevata e intenta a fissare Buck, sforzandosi di non ridere fragorosamente alle sue battute, sapide e sussurrate. Nel frattempo Buck continuava a chiedersi quanti membri dello staff del sontuoso ufficio di Manhattan si sarebbero adattati a sistemarsi nel loculo accanto al distributore del caffè d’uso comune. Squillò il telefono; Buck riusciva a sentire dal viva voce entrambi gli interlocutori ai due capi del telefono. Dall’androne gli giunse la voce della centralinista.
«Alice, Buck Williams è ancora lì?»
«Proprio qui.»
«Chiamalo.»
Era Rayford Steele dalla macchina. «Stasera alle sette e trenta?» E Buck rispose: «Sicuro, ci sarò anch’io. Che succede? Uhm?! Be’, dille che la saluto anch’io e che ci vedremo in chiesa stasera.»
Stava riattaccando quando Verna si affacciò sulla porta fissandolo accigliata. «Problemi?» fece Buck.
«Avrai presto un tuo telefono personale», rispose lei. «Su, entra.»
Si era appena seduto, quando Verna l’informò in tono mellifluo che erano finiti i tempi in cui era la vedette del Global Weekly, faceva viaggi in tutto il mondo, scriveva storie di copertina e via discorrendo. «Qui a Chicago abbiamo un ruolo importante ma limitato nella rivista», spiegò. «Guardiamo alle notizie nazionali e internazionali da una prospettiva locale e regionale, e sottoponiamo i nostri pezzi a New York».
Buck sedeva rigido. «Verrò assegnato ai mercati di bestiame di Chicago, allora?»
«Non mi diverti, Cameron. Non ci sei mai riuscito. I tuoi compiti verranno stabiliti di settimana in settimana, a seconda delle esigenze. Il tuo lavoro sarà vagliato da un tuo diretto superiore, il direttore di sezione, e da me, che deciderò, in base alla rilevanza e alla qualità del pezzo, se è il caso di passarlo a New York.»
Buck emise un sospiro. «Non ho chiesto al grande capo che cosa avrei dovuto farci con i miei lavori in corso. Suppongo che tu non ne sappia nulla.»
«Da questo momento sarò io a filtrare i tuoi contatti con Stanton Bailey. è chiaro!?»
«Mi stai chiedendo se ho capito o se sono d’accordo?»
«Né l’una né l’altra cosa», rispose lei. «Ti sto chiedendo se hai intenzione di adeguarti.»
«è improbabile», fece Buck, sentendosi arrossare il collo e battere il polso. Non voleva rimanere coinvolto in una chiassata con Verna, ma non era neppure disposto a restare in balia e sotto la diretta supervisione di un’incompetente, per di più seduta sulla vecchia poltrona di Lucinda Washington.
«Ne discuterò con il signor Bailey», replicò lei. «Come potrai immaginare, dispongo di ogni sorta di mezzi in caso di insubordinazione di un sottoposto.»
«Lo immagino. Perché non alzi la cornetta e lo chiami adesso?»
«E perché mai?»
«Per scoprire che cosa dovrei fare. Ho accettato la destituzione e il trasferimento. Sappiamo bene entrambi che relegarmi a trattare argomenti marginali significa gettare alle ortiche i miei contatti e la mia esperienza.»
«E il tuo talento, ritengo tu voglia darmi ad intendere.»
«Pensa quello che vuoi. Ma prima di buttarmi nella spazzatura, sappi che ho investito decine e decine di ore sulla mia cover story riguardo alle teorie sulle sparizioni… accidenti, ma perché ne parlo proprio a te?»
«Perché sono il tuo capo e perché è improbabile che a un giornalista della redazione di Chicago venga affidata una cover story.»
«Nemmeno a uno che ne scritte parecchie? Ti sfido a chiamare Bailey. L’ultima volta che l’ho sentito mi ha detto che era sicuro che il pezzo sarebbe stato una bomba.»
«Davvero? L’ultima volta che gli ho parlato mi ha detto dell’ultima volta che ha parlato con te.»
«C’è stato un equivoco.»
«Macché, era una frottola. Hai raccontato di essere stato in un posto, ma tutti gli altri ti hanno sbugiardato. Io ti avrei licenziato in tronco.»
«Se tu avessi il potere di licenziarmi, dovrei andarmene.»
«Vuoi andartene?»
«Ti dirò quello che voglio, Verna. Voglio…»
«Mi aspetto che tutti i miei sottoposti mi chiamino signora Zee.»
«Non vedo tuoi sottoposti in questo ufficio», osservò Buck. «E non pensi che…»
«Stai superando ogni limite, Cameron. E a tuo rischio.»
«... non temi che qualcuno scambi il tuo cognome per il ronzio d’un insetto fastidioso?»
Verna si bloccò. «Seguimi», sbottò, rizzandosi di scatto e precipitandosi furente fuori dall’ufficio verso il corridoio con le sue scarpe da passeggio.
Buck si fermò alla scrivania di Alice. «Grazie di tutto, Alice», le disse svelto. «Dovrebbero mandarmi qui della roba, dovresti spedirla al mio nuovo appartamento».
Alice annuiva ma il suo sorriso si spense quando Verna lanciò un urlo dal corridoio. «Adesso, Cameron.»
Buck si voltò con calma. «Tornerò, Alice», disse, muovendosi con studiata lentezza tanto per mandare Verna fuori dai gangheri, mentre gli altri impiegati nei loro comparti facevano finta di niente soffocando a stento le risate.
Verna marciò verso l’angolo della pausa caffè, poi indicò una piccola scrivania con un telefono e uno schedario. Buck sbuffò.
«Ti arriverà un computer nel giro di una settimana o giù di lì», fece lei.
«Fallo spedire al mio appartamento.»
«Temo che sia fuori discussione.»
«No, Verna, qui fuori discussione è il fatto che stai dando sfogo in una volta sola a tutte le tue frustrazioni represse. Sai bene quanto me che nessuno con una briciola di amor proprio sopporterebbe una cosa del genere. Se proprio devo lavorare nell’area di Chicago, lo farò da casa: mi occorrono un computer, un modem e un fax. E se vuoi rivedermi in questo ufficio per una qualche ragione, chiama Stanton Bailey al telefono, subito.»
La donna sembrava disposta a cedere su quel punto, così Buck, seguito da Verna, puntò verso l’ufficio di lei; oltrepassò Alice, che sembrava scossa, e restò ad aspettare Verna accanto alla scrivania finché lei non lo raggiunse.

***

Rayford e Chloe si fermarono a mangiare un boccone sulla via del ritorno, nel frattempo ricevettero un messaggio dal supervisore di Rayford.
«Chiamami appena rientri.»
Rayford, con il berretto sotto il braccio e con ancora indosso il trench dell’uniforme, selezionò il numero che sapeva a memoria. «Che c’è, Earl?»
«Grazie per avermi richiamato subito, Ray. Ne abbiamo fatta di strada assieme, noi due…»
«Abbastanza perché tu venga subito al punto, Earl. Che cosa vuoi che faccia ora?»
«è una telefonata del tutto informale, OK? Non è un rimprovero, un avvertimento, niente del genere. è una chiacchierata tra amici, fra me e te.»
«E, detto fra noi, Earl, dovrei mettermi a sedere?»
«No, ma dammi retta, socio, è meglio che tu ci dia un taglio con la tua campagna di proselitismo.»
«La mia che…?»
«Il fatto di continuare a parlare di Dio in servizio, amico.»
«Earl, la smetto subito se qualcuno ha qualcosa da ridire, e comunque questo non interferisce con il mio lavoro. A proposito, che cos’hai da dirmi riguardo alle sparizioni?»
«Ne abbiamo già parlato, Ray. Te lo voglio proprio dire: Nicky Edwards vuol farti rapporto e io vorrei essere in grado di riferire che ne abbiamo parlato e che tu hai deciso di smettere.»
«Farmi rapporto!? Ho forse infranto la legge, violato la procedura, commesso un delitto?»
«Non so come lui lo definisca, ma io ti ho avvertito, d’accordo?»
«Credevo che mi avessi detto che non era ancora ufficiale...»
«Non lo è, Ray. Vuoi che lo diventi? Devo proprio richiamarti domani, trascinarti qui per un colloquio e magari stendere anche una nota ufficiale di biasimo nei tuoi confronti e tutto il resto? Oppure sei disposto a lisciare il pelo a tutti quanti, rassicurandoci che si tratta di un equivoco, che adesso sei tranquillo e che non si ripeterà…»
Rayford dapprincipio non rispose.
«E dai, Ray, non è una domanda da un milione di dollari. Non mi piace che tu ci debba riflettere.»
«Be’, ci voglio pensare, Earl. Ti sono grato per la dritta, ma non sono ancora pronto a cedere di un palmo.»
«Non puoi farmi questo, Ray.»
«Non lo sto facendo a te, Earl. Lo faccio a me stesso.»
«Già, e io sono quello che dovrà trovare un rimpiazzo per un pilota abilitato per i ’47 e i ’57.»
«Vuoi dire che è una faccenda così grave? Potrei perdere il posto per una cosa del genere?»
«Ci puoi scommettere.»
«Ci devo ancora pensare.»
«Sei messo male, Ray. Dammi retta, nel caso tu rinsavisca e se riusciamo a insabbiare la faccenda, devi pur sempre riottenere alla svelta l’abilitazione per i ’57. Nel giro di un mese o giù di lì ne entrerà in servizio almeno un’altra mezza dozzina e hanno tutta l’intenzione di dislocarli qui da noi. Ci sono in ballo dei quattrini, lo capisci?»
«Non è più un grosso affare per me, Earl.»
«Lo immagino.»
«Ma l’idea di pilotare un 754 mi attira ancora. Mi rifarò vivo.»
«Non farmi aspettare.»

***

«Vedrò di rintracciare il signor Bailey al telefono, se posso», disse Verna. «Ma lo capisci anche tu che a New York ormai è tardi.»
«Lui è sempre reperibile, lo sai. Usa la linea diretta attiva ventiquattrore su ventiquattro.»
«Non ho il numero.»
«Ti lascio un appunto. Probabilmente è a colloquio con qualcuno candidato a sostituirmi.»
«Lo chiamerò, Cameron, e lascerò anche che tu dica la tua, ma prima voglio parlargli a quattrocchi e mi riservo di riferirgli che ti sei dimostrato indisciplinato e irrispettoso. Per favore, aspetta fuori.»
Alice stava riordinando la sua roba come se fosse lì lì per uscire quando Buck spuntò con uno sguardo maligno. Gli altri stavano sciamando dall’ufficio verso il parcheggio e i treni.
«Hai sentito tutto?», disse Buck in un soffio.
«Ho sentito», rispose lei con una smorfia. «Sei al corrente di quei nuovi telefoni viva voce, di quelli per le teleconferenze?»
Buck annuì.
«Be’, li puoi usare di nascosto anche per ascoltare le telefonate altrui senza il rischio che ti scoprano. Basta disattivare il tasto di trasmissione, così; e poi, se succede qualcosa, avviare quello del viva voce, et voilà, ecco che puoi ascoltare tranquillamente una conversazione. è fico, non è vero?»
Dal viva voce sulla scrivania si udì lo squillo del telefono che suonava a New York.
«Stanton. Chi parla?»
«Uhm, signore, mi dispiace di disturbarla a quest’ora…»
«Lei ha il mio numero, dunque deve avere per le mani qualcosa di grosso. Allora, chi è?»
«Verna Zee da Chicago.»
«Già, Verna, che succede?»
«Ho un problema: Cameron Williams.»
«Già, stavo giusto per avvertirla di non pestargli i calli. Sta lavorando per me a un paio di grossi articoli. Avete un bel posticino lì, dove possa lavorare o è meglio che lo facciamo lavorare dal suo appartamento?»
«Ce l’abbiamo un posto, signore, ma lui oggi è stato scortese e indisciplinato con me, e…»
«Mi ascolti, Verna, non voglio che lei debba preoccuparsi di Williams. Non riesco ancora a raccapezzarmi sul motivo per cui gli abbiamo fatto le scarpe, ma guardiamo in faccia alla realtà, lui è ancora la nostra stella: farà più o meno le stesse cose che è abituato a fare. Prenderà meno soldi e avrà una mansione meno prestigiosa; inoltre non dovrà prendersi il disturbo di lavorare a New York, riceverà istruzioni direttamente da qui. Lei non deve preoccuparsi di lui, d’accordo? Difatti, credo che sia meglio per lei e anche per lui se Williams non va oltre le sue incombenze.»
«Ma, signore…»
«C’è qualcos’altro, Verna?»
«Be’, avrei voluto che lei mi avesse informata in anticipo. Ho bisogno del suo appoggio. Lui non si è comportato come si conviene con me e …»
«Che cosa intende? L’ha molestata, le ha fatto delle avance?
Buck e Alice portarono le mani alla bocca per reprimere una fragorosa risata.
«Nossignore, ma mi ha detto a chiare lettere che non voleva saperne di diventare un mio sottoposto.»
«Be’, mi dispiace, Verna, ma è proprio così, OK? Non ho la minima intenzione di sprecare il talento di Cameron Williams invischiandolo in questioni marginali, non che non apprezziamo ogni oncia del materiale che esce dalla vostra redazione, intesi!?»
«Ma, signore…»
«Mi dispiace, Verna, c’è dell’altro? Non sono stato chiaro, qual è il problema? Gli dica pure di ordinare la sua dotazione a spese della sede di Chicago e di mettersi a nostra disposizione. Ha capito?»
«Ma non dovrebbe chiedermi scu…»
«Verna, vuole sul serio che io faccia da paciere in una questione d’insofferenza caratteriale a migliaia di chilometri di distanza? Se lei non riesce a cavarsela da sola…»
«Posso farcela e ci riuscirò. Grazie, signore. Dolente di averla dovuta disturbare.»
L’interfono mandò un ronzio. «Alice, fallo entrare.»
«Sì, signora, e poi posso…»
«Sì, puoi andare.»
Buck sentiva che Alice se la prendeva con comodo nel raccogliere la sua roba e che comunque rimaneva a portata d’orecchio. Entrò nell’ufficio a grandi passi come se si aspettasse di parlare al telefono con Stanton Bailey.
«Non occorre che gli parli. Mi ha detto a chiare lettere che non si aspetta che io mi sorbisca i tuoi intrallazzi. Ti assegno l’incarico di lavorare dal tuo appartamento.»
Buck voleva dirle che non riusciva proprio a mandar giù le frecciatine che lei gli aveva tirato, ma si sentiva in colpa per aver origliato la conversazione al telefono. Una sensazione decisamente nuova per lui: il senso di colpa.
«Cercherò di tenermi alla larga», disse lui.
«Mi farebbe molto piacere.»
Quando raggiunse il parcheggio, Alice lo stava aspettando. «Grande!» gli fece lei.
«Dovresti vergognarti», rispose Buck con un largo sorriso.
«Anche tu hai ascoltato.»
«Infatti... Ci vediamo.»
«Credo proprio che perderò il treno delle sei e trenta», aggiunse lei, «ma ne valeva la pena.»
«Ti andrebbe uno strappo? Dimmi solo dove andare.»
Alice rimase in attesa mentre Buck apriva l’auto. «Bella macchina.»
«Nuova di zecca.» Esattamente come si sentiva lui, «nuovo di zecca».

***

Rayford e Chloe giunsero a New Hope in anticipo. Bruce era già arrivato e stava addentando un sandwich; sembrava più vecchio della sua età, benché superasse appena la trentina. Dopo averli salutati, inforcò gli occhiali dalla montatura metallica infilando le stanghette tra i capelli ricciuti e tornò ad appoggiare la schiena sulla sua poltrona cigolante. «Avete rintracciato Buck?» chiese.
«Ha detto che sarebbe venuto», lo rassicurò Rayford. «Qual è l’emergenza?»
«Avete visto il telegiornale?»
«Mi pare. è successo qualcosa di rilevante?»
«Credo proprio di sì. Aspettiamo Buck.»
«Allora lasciate che nel frattempo vi racconti di come sono riuscito a cacciarmi nei guai oggi», annunciò Rayford.
Quando ebbe finito, Bruce sorrideva. «Scommetto che finora non l’avevano mai registrato sulle tue note personali.»
Rayford scosse il capo e cambiò argomento. «Mi pare così strano che Buck faccia parte del gruppo ristretto, visto che è così inesperto.»
«Lo siamo tutti, no?» precisò Chloe.
«è vero.»
Bruce alzò lo sguardo e sorrise. Rayford e Chloe si voltarono verso Buck, comparso sulla soglia.
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Jerry B. Jenkins
Jerry Bruce Jenkins (Michigan, 23 settembre 1949) è uno scrittore e biografo statunitense. Jenkins ha scritto oltre 150 libri, vendendo complessivamente oltre 70 milioni di copie in tutto il mondo. Jenkins e Tim LaHaye, autori della serie Left Behind, si sono classificati al nono posto per numero di copie vendute su Amazon.com durante i primi dieci anni di attività di quel sito. Nel 1997 Jenkins ha scritto l'autobiografia Just As I Am. Jenkins e la moglie Dianna hanno avuto tre figli. È famoso soprattutto per alcune sue opere comiche, anche scritte dal figlio Chad, un assistente coach al Bethel College. La serie Left Behind, che ha riscosso un grande successo fino a vendere un totale di più di 60 milioni di copie in tutto il mondo, è stata recensita il 24 maggio 2004 dal magazine Newsweek. Le sue opere sono incentrate molto spesso sulla fine del mondo, scritte con l'autore americano LaHaye. Nel 2004 il suo libro Soon ha vinto il Premio Christy per il libro futuristico.

Tim LaHaye
Timothy "Tim" F. LaHaye (Detroit, 27 aprile 1926) è uno scrittore statunitense. Tim LaHaye è uno stimato studioso battista della Bibbia nonché presidente del Tim LaHaye Ministries. Tiene regolarmente conferenze sulle interpretazioni delle profezie bibliche in giro per gli Stati Uniti, ma, a questa attività, ha affiancato quella di romanziere, riscuotendo un successo straordinario: i suoi romanzi, infatti, a tutt'oggi hanno venduto più di 60.000.000 di copie. La serie intitolata Left Behind (scritta da Tim LaHaye insieme a Jerry B. Jenkins) e Babylon Rising, edita in Italia dalla casa editrice Nord, è composta da Il Serpente di Bronzo, L'enigma dell'Ararat, La Profezia di Babilonia ed Il Tesoro dell'Arca. Il protagonista dei romanzi è Michael Murphy, professore di archeologia biblica.

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