Dio ti chiama, il Vangelo nel mondo

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ISBN: 9788888428079
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Codice prodotto: 9788888428079
EAN: 9788888428079
Dimensioni:
145 x 210 x 11 mm
Peso: 0,200kg
Rilegatura: Brossura
Numero di pagine: 141
Lingua: Italiano

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Dio ti chiama, il Vangelo nel mondo

Paul Helm

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Prefazione

A volte si dimentica che la maggior parte dei cristiani non sono coinvolti nel “servizio a tempo pieno” né sono chiamati ad esserlo. Sono invece chiamati ad essere dei cristiani fedeli in altri modi. Tra gli evangelici in particolare si è diffusa l’idea che un credente impegnato in un “lavoro ordinario” non può essere un cristiano nel senso più pieno della parola. Il presupposto dietro a questo punto di vista è che la “testimonianza” costituisca la totalità e la sostanza della vita cristiana. Quanti non sono impiegati nel testimoniare a tempo pieno sarebbero dunque cristiani di seconda categoria. Di conseguenza i credenti sono portati a pensare che la prima domanda da farsi sulla loro vita e sul loro lavoro non è se sia soddisfacente o utile, o se ne valga la pena, ma se dia loro la possibilità di testimoniare.

Nonostante le buone intenzioni, è facile che questo atteggiamento produca in effetti un mucchio di problemi. Paradossalmente, anche se i difensori di questa idea della vita cristiana intendono promuovere la testimonianza, in pratica finiscono per svalutarla. A volte, essendo esposti a questo tipo di insegnamento, i giovani si abituano a considerare il “servizio a tempo pieno” come la sola occupazione adatta ad un cristiano veramente consacrato. Di conseguenza si sentono spinti (da se stessi se non da altri) a pensare che la sola vita appropriata, agli occhi di Dio, sia quella dedicata a qualche attività di chiesa. Come si può spiegare altrimenti la crescita di tanti ministeri para-ecclesiali nel ventesimo secolo?

Questo modo di vedere le cose produce tra i cristiani quella che si può chiamare una scissione. Ci si abitua a pensare di avere una “vita spirituale” decisamente distinta dalla vita di ogni giorno in famiglia, al lavoro o nel divertimento. La “vita spirituale” è una vita di preghiera e devozione, nella quale si legge la Bibbia e si va in chiesa. Il risultato è che la vita cristiana, anziché essere considerata un tutto unico, è artificialmente divisa in compartimenti che hanno poco a che vedere l’uno con l’altro. La dimensione “verticale”, la relazione con Dio, sembra non essere collegata né collegabile alla dimensione orizzontale: la vita sul pianeta terra. è come se la responsabilità cristiana terminasse sul portico della chiesa, come se il vangelo non avesse nulla a che vedere con il marciapiedi lì davanti o con le vie e le strade del quartiere.

Ci sono altri protestanti evangelici che interpretano la vita cristiana soprattutto in termini culturali. Essi considerano la Riforma, per esempio, non tanto come riscoperta del vangelo ma soprattutto come rifiuto dei modelli sociali e culturali del cattolicesimo medioevale. La Riforma provvede, secondo questo punto di vista, gli elementi di una “visione cristiana del mondo e della vita”. La lettura della Bibbia, la preghiera e l’introspezione, così come l’impegno evangelistico e missionario vengono screditati come espressioni di “pietismo”.

Queste posizioni estreme non si ritrovano solo nella chiesa di oggi. Lungo il corso della storia, certi settori della chiesa sono stati talmente affascinati dal lato “eterno” della fede che hanno tentato di separarsi dal mondo e dalle sue influenze. Il movimento monastico del medioevo e l’ala anabattista della Riforma sono esempi di questo atteggiamento. Più recentemente, finché l’influenza dell’illuminismo si è fatta sentire, molti hanno sottolineato il lato “concreto” della fede, i doveri sociali nel presente e le opportunità politiche. Gli eccessi della teologia della liberazione sono solo l’ultima espressione di questo atteggiamento. La sottolineatura di certi teologi è stata così forte che c’è il rischio di interpretare la fede cristiana in termini molto riduttivi.

Ma queste divisioni nella mentalità cristiana, sia che si verifichino tra gli evangelici o in altre confessioni, sono del tutto estranee al Nuovo Testamento. Gli apostoli hanno molto da dire, così come Cristo stesso, sulle tensioni della vita cristiana: tensioni tra la carne e lo spirito o tra le responsabilità presenti e la gloria a venire. Ma ci indicano anche l’ideale di uomini e donne che vivono una vita di fronte a Dio, non due o più vite in opposizione e in conflitto tra di loro. Gli apostoli sembrano in grado di mantenere l’equilibrio tra dimensione orizzontale e verticale, e di evitare certi schemi.

Questo libro cerca di riparare la scollatura e di correggere un atteggiamento poco equilibrato verso il ministero, che è in parte la causa ed in parte l’effetto della scollatura stessa.

Il posto dal quale cominciare, per quanto riguarda il cristianesimo, è sempre dove il Nuovo Testamento comincia: l’opera della grazia di Dio in Cristo nella vita dell’individuo. Al centro della vera vita e della vera responsabilità cristiana c’è il messaggio della nuova nascita, rivolto a persone che sono morte agli occhi di Dio. Una nuova vita che richiede la riconciliazione con Dio per mezzo di Cristo, e poi la presenza dello Spirito che rinnova e santifica. Bisogna ricordarsi che ogni tentativo di vincere il dualismo, di reintegrare la vita e le responsabilità dei cristiani, deve cominciare da questo punto, e in un certo senso non deve andare oltre. Non si deve mai perdere di vista la relazione fondamentale con Dio.

La Bibbia parla di questa relazione in molti modi diversi. è come un’adozione, una riconciliazione, una nuova nascita, una resurrezione, una creazione nuova, un essere concepiti di nuovo. è anche una chiamata: si accoglie la voce di Dio che si imprime nella mente e nella coscienza come verità del messaggio biblico che riguarda Gesù Cristo. Questa chiamata è efficace. Non è solo un annuncio a tutti e a ciascuno che Gesù salva, per quanto questo annuncio sia importante. è soprattutto il fatto che Dio porta un individuo al punto in cui viene reso capace di rispondere a Cristo in termini di fede e pentimento. Questa è la chiamata che produce una risposta. è questa chiamata che fa di un individuo un cristiano e lo mantiene tale. Ogni proposito di servizio cristiano che neghi questa verità fondamentale, o che la onori solo con le labbra, o che non le riconosca la priorità vitale che ha nelle Scritture, non può essere autenticamente cristiano.

Ma se è vero che la chiamata efficace di Dio per grazia deve essere sempre al centro del pensiero cristiano, è precisamente su questo punto che c’è una tendenza a venir meno, a non seguire il resto dell’insegnamento biblico. Come può il credente integrare il resto della sua vita con la nuova vita che riceve nella conversione? Secondo il Nuovo Testamento la conversione è qualcosa di talmente radicale da riorientare tutto il resto della vita. Che cosa può avere a che fare la seconda nascita di una persona con la sua prima nascita? O la nuova vita in Cristo con la routine di ogni giorno? Com’è collegata la resurrezione in Cristo con l’alzarsi dal letto ogni mattina? Non molto, viene solitamente insegnato ai credenti, e così vengono sparsi i semi del dualismo.

Così si dimentica che la Bibbia, e specialmente il Nuovo Testamento, insegna non solo che il cristiano è chiamato per grazia in modo efficace, ma anche che è chiamato in altri sensi che sono complementari. La Bibbia insegna che quando una persona raggiunge la salvezza, l’intera situazione in cui si trova a vivere costituisce la sua chiamata. Non è per caso che quella persona si trovi lì dov’è ed abbia certe caratteristiche, quando si converte. A meno che non si trovi in circostanze pesantemente segnate dal peccato, la condizione in cui vive dovrebbe essere considerata la sua chiamata. Perlomeno questo è quanto insegna Paolo ai credenti di Corinto (1 Cor. 7). Oggi l’idea di chiamata o vocazione, dove ancora viene menzionata, è limitata a professioni particolari quali assistente sociale o infermiere. Ma l’idea biblica è che ogni occupazione legittima può essere considerata una chiamata, e per di più l’intera vita di una persona è una chiamata da parte di Dio. Dio è in essa e c’è la Sua benedizione. è una conseguenza del Suo governo provvidenziale. Il credente deve vivere la sua vita nella fiducia che Dio continua a chiamarlo ad operare là dove si trova e ad usare i Suoi doni pienamente. Quest’idea era molto rilevante ai tempi della Riforma, ma oggi è stata di solito dimenticata.

Ma c’è di più: il Nuovo Testamento insegna anche che il credente è chiamato alla libertà. è chiamato a liberarsi dal legame del peccato e dalla spaventosa responsabilità di osservare le intricate ed impegnative prescrizioni cerimoniali dell’Antico Testamento. Cristo lo ha reso libero. Però la libertà non è anarchia. Il cristiano non è semplicemente libero di vivere come più gli piace. La libertà è strutturata dalla legge morale di Dio e dall’esempio ed ispirazione di Cristo, il quale umiliò se stesso e divenne obbediente fino alla morte, la morte sulla croce. Molti elementi entrano in questa struttura: responsabilità nella famiglia, al lavoro, verso lo stato e la società in generale. Non è facile integrare tutte queste cose nella vita cristiana. Ma il cristiano è chiamato proprio a questo servizio che coinvolge tutta la mente e tutto il cuore.

La chiamata del cristiano non si esaurisce nemmeno qui. è anche chiamato al regno ed alla gloria (1 Tess. 2:12), ad un regno celeste. Il suo orizzonte non è limitato a questa vita, per quanto essa sia importante, impegnativa o piacevole, ma riguarda anche la vita a venire. In questo senso la vita cristiana è una chiamata celeste, una vita che continuerà nella vita eterna. Ma la gloria futura non è separata dalla vita che viviamo nel presente. è piuttosto la sua realizzazione. Le scorie saranno tolte ed il cristiano si ritroverà ad essere completo in Cristo, con la mente di Cristo. Una mente che si è cominciata a formare sulla terra e che sarà completa solo alla fine dei tempi. è importante sottolineare la continuità. Se è vero che la perfezione senza peccato e l’essere simili a Cristo appartengono alla vita futura, é però vero che sono i punti di arrivo di un processo. Il carattere personale viene riformato dall’influenza dello Spirito, mentre il credente s’impegna fedelmente nella chiamata che gli è stata assegnata. Il carattere, i doni e le abilità formati in queste circostanze saranno portati a compimento in cielo. Così come il Figlio di Dio ha portato con se nella gloria ciò che ha imparato sulla terra come uomo-Dio, così come ha portato là le sue ferite, anche il credente porterà con se il carattere formato quaggiù, raffinato e reso perfetto in cielo.

Abbiamo così accennato a quattro tipi di chiamata. La responsabilità del cristiano di integrare il proprio modo di pensare e di vivere di fronte a Dio si basa proprio su queste chiamate:

1. La chiamata efficace di Dio alla conversione

2. la chiamata nella propria vita

3. la chiamata alla libertà e

4. la chiamata celeste.

Spero che, rimanendo vicini all’insegnamento del Nuovo Testamento, si potrà evitare quel teorizzare astratto che spesso affligge la discussione di questi argomenti perfino in ambienti cristiani. Infatti, una considerazione importante che emerge dal vangelo è che non ci dovrebbero essere “linee di partito”. Siccome ognuno è diverso, sono diverse anche le condizioni di vita di ciascuno e richiedono una diversa applicazione della Verità rivelata da Dio.

Riconosco perciò di buon grado che lo sforzo di provvedere per iscritto un suggerimento volto ad integrare la vita cristiana è solo un inizio. Un libro o uno studio come questo ha un valore limitato. Nessun libro dovrebbe avere la pretesa di fornire tutte le risposte. Ma dovrebbe mettere in movimento riflessioni che ognuno possa poi continuare per conto suo, conducendo così ad un’autentica azione cristiana. E questo infatti è lo scopo di questo libro.
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