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Cristo, non io
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Questo libro espone con semplicità ed efficacia il profondo “segreto” per vivere la vita cristiana nel modo pieno e potente indicato da S. Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Galati 2:20). Se anche una piccola minoranza di cristiani leggesse e seguisse quanto qui scritto, avremmo il più grande risveglio spirituale della storia del nostro paese. Illustrato con coinvolgenti aneddoti personali, con storie tratte dalla vita di grandi cristiani del passato e del presente e con forti esempi biblici, il libro Cristo, non io è davvero necessario per i cristiani del secolo XXI e per una nuova generazione.
ISBN: 9788880772385
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772385
Peso: 0,170kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1

Non io, ma Cristo

“Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo,
ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne,
la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato
e ha dato sé stesso per me”
(Galati 2:20)

“Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei? Noi Giudei di nascita, non stranieri peccatori, sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me. Io non annullo la grazia di Dio; perché se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge, Cristo sarebbe dunque morto inutilmente”.

(Galati 2:11-21)

Spesso mi viene chiesto di fare il mio autografo nella Bibbia o nei libri, mentre viaggio e predico la Parola di Dio intorno al mondo. Quando debbo farlo, di solito, metto, vicino al nome, la citazione: Galati 2:20. Questo mi dà l’opportunità di dire alle persone ciò che significa questo versetto e perché sia diventato sempre più prezioso per me con il passare degli anni. Veramente la mia testimonianza è ora diventata il soggetto di questo libro!
Perché questo versetto è così importante per me? Perché arriva al cuore dei fatti essenziali della vita cristiana. Come dice F.B. Meyer, questa è “la confessione di Paolo della potenza della croce nella sua vita; essa era il punto di separazione fra lui e il passato. La vita del suo io era inchiodata là e questa nuova vita non veniva più da vani sforzi per osservare la Legge, ma dalla vita di Gesù che dimorava in lui e da lui fluiva - la fonte perenne di Giovanni 4:14”.
Prima che possiamo guardare Galati 2:20 in dettaglio, però, dobbiamo esaminare brevemente il contesto, il contenuto e la sfida lanciata da questo versetto ineguagliabile.

Il contesto di questo versetto. “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare” (Galati 2:11). L’opposizione Paolo-Pietro, che fa da sfondo, va oltre lo scopo di questo libro, infatti, menti ben più grandi della mia si sono arrovellate sul gran numero di “interrogativi senza risposta”. Ciò che è chiaro è che Paolo “si oppose” a Pietro per un buon motivo. Pietro era in errore, infatti non agiva solo contro la sua coscienza, ma, ciò che è più importante, contro la rivelazione che aveva ricevuto da Dio (Atti 10 e 15).
Quello che muoveva la santa indignazione di Paolo erano l’inganno e il compromesso di Pietro. Ad Antiochia Pietro aveva condiviso i pasti (e fra questi, forse, anche la santa Cena) con cristiani non giudei; tutti lo sapevano e tutti ne gioivano. Pietro fu il primo apostolo che evangelizzò i gentili (Atti 10, 11, 15) e, perciò, era degno di fiducia. Ma quando arrivarono “alcuni da parte di Giacomo [il pastore della chiesa di Gerusalemme]... cominciò a ritirarsi [da questa comunione con i gentili]... per timore dei circoncisi [i giudei]” (Galati 2:12). Questo comportamento incoerente influenzò seriamente “gli altri giudei” [della chiesa] che “si misero a simulare con lui” compreso Barnaba che “fu trascinato dalla loro ipocrisia” (Galati 2:13).
Questo inganno e compromesso portavano a qualcosa che andava oltre un semplice modo di agire, avevano un’influenza negativa sul Vangelo della grazia di Dio e sull’unità della Chiesa di Dio. Con il suo cattivo esempio, Pietro faceva intendere che i credenti gentili, salvi solo per grazia, mediante la sola fede, dovevano “vivere come i giudei” (Galati 2:14) e che, per essere accettevoli a Dio, erano necessari l’osservanza della legge e i riti della circoncisione. In breve, questa era eresia!
Possiamo dire tante cose di Pietro, ma in quel momento stava compromettendo il messaggio della croce! Perché, come vedremo fra un momento, essere giustificati mediante la grazia di Dio significa morire alla legge ed essere viventi in Dio.
E questa non è la prima volta in cui Pietro fu rimproverato per aver compromesso la vita crocifissa. Accadde dopo la sua grande proclamazione a Cesarea di Filippi. Che cosa poteva essere più chiaro delle sue parole: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente?” Questa dichiarazione fu così profonda e forte che Gesù gli disse: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere.
Matteo 16:19 Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16:17-19).
Poco dopo, quando “Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno” (Matteo 16:21), allora leggiamo che: “Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai” (Matteo 16:22). Ma il Signore, voltatosi, disse a Pietro: “Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini” (Matteo 16:23). Poi il Maestro aggiunse: “Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà. Che gioverà a un uomo se, dopo aver guadagnato tutto il mondo, perde poi l’anima sua? O che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?” (Matteo 16:24-26).
Il rifiuto di Pietro di accettare la via della croce, alla fine lo portò al vergognoso rinnegamento del suo Signore, anche dopo aver affermato con sicurezza che avrebbe dato la sua vita per amore di Gesù (Giovanni 13:37; anche Matteo 26:30-35; Marco 14:30-31; Luca 22:31-34). Ma questo accadde prima di Pentecoste e, perciò, fu comprensibile.
Ma per voi e me non ci sono scuse, perché abbiamo lo Spirito Santo, eppure viviamo in un momento in cui il messaggio della “vita crocifissa” è l’ultima cosa che molti cristiani che si professano tali, vogliono sentire. Adorano la culla di Cristo, aspettano la venuta di Cristo, ma non amano la croce di Cristo. Per molti religiosi, la croce è o una pietra di scandalo o pazzia (1 Corinzi 1:23). Per questo motivo il messaggio di questo libro è tanto necessario per coloro che sono davvero vincitori nella vita cristiana.

Il contenuto di questo versetto. Paolo lo comunica in modo molto chiaro: “sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato. Ma se nel cercare di essere giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, vuol dire che Cristo è un servitore del peccato? No di certo! Infatti se riedifico quello che ho demolito, mi dimostro trasgressore. Quanto a me, per mezzo della legge, sono morto alla legge affinché io viva per Dio” (Galati 2:16-19). Qui, in sostanza, è espressa la grande dottrina della giustificazione per grazia mediante la fede. Martin Lutero disse, a proposito di questo passo:

Questa è la verità del Vangelo ed è anche l’articolo principale di tutta la dottrina cristiana, in esso consiste la conoscenza di tutta la deità. Perciò è assolutamente necessario che conosciamo bene questo articolo, che lo insegniamo ad altri e che li martelliamo in continuazione.

Leggiamo i versetti da Galati e seguiamo il pensiero di Paolo. Prendendo il suo testo dal Salmo 143:2 Paolo interpreta ciò che egli intende con la parola giustificazione. La parola giustificato ricorre quattro volte come verbo nei versetti 16 e 17 e una volta come nome al versetto 21. Per riassumere ciò che Paolo insegna in questo passo, cito uno scritto di John R.W. Stott:

Gesù Cristo venne nel mondo a vivere e a morire. Nel corso della sua vita la sua ubbidienza alla legge fu perfetta. Al momento della sua morte soffrì per la nostra disubbidienza. Sulla terra visse la sola vita di ubbidienza senza peccato alla legge, che sia mai stata vissuta. Sulla croce egli morì perché noi siamo venuti meno ai dettami della legge, infatti la penalità per la disubbidienza alla legge è la morte. Perciò, perché possiamo essere giustificati, dobbiamo riconoscere il nostro peccato e la nostra insufficenza, dobbiamo pentirci degli anni trascorsi ad affermare noi stessi e la nostra giustizia e dobbiamo mettere tutta la nostra fede e fiducia in Gesù Cristo che ci salva.
“Fede in Gesù Cristo”, quindi, non è solo una convinzione della mente, ma un impegno personale. L’espressione a metà del versetto 16 è (letteralmente) “abbiamo creduto dentro (eis) Gesù Cristo”. è un atto di impegno, non una dichiarazione di accordo con il fatto che Gesù sia vissuto e morto, è un correre a lui per avere rifugio ed è una invocazione a lui per avere misericordia. Perciò la giustificazione non è solo un fatto legale mediante il quale siamo dichiarati giusti da un Dio santo; è anche una esperienza che trasforma mediante una identificazione vivente con Cristo (versetto 17). Mediante l’unione con Cristo, siamo radicalmente trasformati; non possiamo più ritornare alla nostra vecchia vita, perché in Cristo siamo “una nuova creatura” (2 Corinzi 5:17).

Questo ci porta alla:

Sfida contenuta nel versetto: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Galati 2:20). In questa affermazione incomparabile, l’apostolo Paolo racchiude il Vangelo della grazia di Dio. è il Vangelo della vita che si è estinta. “Sono stato crocifisso con Cristo” (Galati 2:20). Siamo morti alla legge. Morendo con Cristo, che morì secondo la pena inflitta dalla legge, scopriamo che tutte le richieste della legge trovarono risposta in lui; non hanno più presa su di noi. Essere crocifissi, inoltre, significa che siamo morti al nostro io, che il controllo dominante della natura caduta è stato spezzato. Se non comprendiamo questo, perdiamo qualcosa di molto importante, perché la vita estinta significa morte a sé stessi e al peccato.
Nel suo libro The Christ-Life for the Self-Life (La vita di Cristo al posto della vita dell’io) - sermoni trattati a Carnegie Hall, New York - durante una indimenticabile settimana F.B. Meyer scrive:

La maledizione del cristiano e del mondo è che il nostro io è il perno su cui ruota la vita, e questo perché satana ha fatto dell’io il suo perno e quindi è diventato un demone. Prendete il cielo, distoglietelo dal suo centro: Dio e mettete il suo centro sull’io e il cielo si trasforma in inferno. Lo scopo della Bibbia è di indurci a liberarci del nostro io e di fare di Cristo tutto in tutti. Quando ho a che fare con un ubriaco, sono portato a dirgli, “Sii un uomo”. Come sono stolto! Cerco di cacciare il male del bere con il male dell’autostima. Se voglio salvare un uomo, debbo cacciare lo spirito dell’esaltazione dell’io e sostituirlo con il Signore Gesù Cristo, Alfa e Omega, tutto in tutti. Ma come? ...Questa epistola ai Galati è la mia arma di battaglia. Lutero la usò per la giustificazione, ma io penso che sia per la santificazione [vedere Appendice B]. Come? Mediante la croce e mediante la croce come è presentata nell’epistola ai Galati [vedere 2:20; 3:1; 5:24; 6:14]
In Galati 1:4 l’apostolo ci dice: “Che ha dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre”. Egli guarda la croce come strumento verso la santificazione e dice: “ci ha sottratto al presente secolo malvagio”. In Romani ci viene presentata la croce per la giustificazione, per l’abbandono del peccato; in Galati per la santificazione. La croce sta fra me e il mio passato, fra me e il mondo, fra me e me stesso.

Quindi in Galati 2:20 abbiamo il Vangelo della vita estinta. Ma è anche il Vangelo della vita ceduta. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. La nostra vita non è più concentrata sul nostro io, ma su Cristo. Mediante il ministero dello Spirito Santo, come vedremo più avanti, il Signore Gesù vive la sua vita in noi giorno dopo giorno, se manteniamo una dipendenza totale da lui. L’apostolo dice la stessa cosa nella sua lettera ai Romani quando esorta i lettori a presentarsi a Dio come morti fatti viventi e a offrire le loro membra come strumenti di giustizia a Dio (Romani 6:13). Non abbandoniamo noi stessi a un nemico, ma presentiamo noi stessi come una sposa allo sposo che l’ha corteggiata e vinta con l’amore.
Come pastore ho avuto il privilegio di sposare tantissime coppie. Quando stanno davanti a me, dico alla sposa “Vuoi tu prendere quest’uomo come tuo legittimo sposo?” Lei risponde con due parole: “Lo voglio” e sono uniti per tutta la vita. Questo è il genere di presentazione a cui pensiamo quando parliamo di vita ceduta. è come se dicessimo: “Signore, sono sposato a te, sono vivo dopo la mia morte, per portare frutto per Dio. Signore, da ora in avanti la mia lingua e la mia vita si riassumono in due parole: Lo voglio”. Ogni giorno dobbiamo ripetere quell’interazione che vale una volta per tutte “Signore, sono completamente tuo; usami per la tua gloria”.
Ed è anche il Vangelo della vita speciale. “La vita che vivo ora nella carne la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato la sua vita per me” (Galati 2:20). Quella frase “fede nel Figlio di Dio” è piena di ricco significato. Grazie alla nostra unione con Cristo crocifisso e risorto, noi siamo “partecipi della natura divina” (2 Pietro 1:4), davvero condividiamo una vita speciale con il Figlio di Dio.
Conosciamo due aspetti di questa vita speciale. Come Figlio di Dio, il nostro Signore, nella sua perfetta umanità, scelse di vivere una vita dipendente. Visse per fede (Giovanni 5:19, 30; 6:57; 8:28 e 14:10). Anche noi dobbiamo vivere per fede (Romani 1:17; Ebrei 11:6). Questa vita di dipendenza dovrebbe essere ciò che ci distingue. Quando non si fa questo, si vive nel peccato “tutto quello che non viene da fede è peccato” (Romani 14:23).
L’altro segno distintivo è che il Figlio di Dio visse una vita dedicata agli altri. Egli “ha dato sé stesso per noi” (Galati 2:20). Questo comprende tutto il corso della sua vita, il suo servizio e anche la sua morte in risposta alla volontà di suo Padre. Allo stesso modo noi siamo chiamati all’alto e santo compito di sottometterci a Dio come sacrifici viventi in modo da “conoscere per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà” (Romani 12:1-2). I segni della impronta divina sono la dipendenza da Dio e la devozione a lui. Tale impronta può essere riconosciuta in qualsiasi luogo e in ogni circostanza da un mondo che ci guarda e da una vita di questo tipo escono fiumi di acqua viva che diventano benedizione per gli altri.
è certamente la testimonianza del popolo di Dio nel corso dei secoli. Martin Lutero conobbe per esperienza questa benedizione:

Era un esempio di disciplina, rigore, rinnegamento di sé e tortura inflitta a sé stesso. Disse: “Se mai un uomo poté essere salvato perché monaco, quell’uomo ero io”. Era andato a Roma ed era considerato un grande merito salire la Scala Santa, la grande scala sacra, sulle mani e sulle ginocchia. Lutero si affaticò per salire, cercando di conquistare qualche merito e all’improvviso udì una voce dal cielo “Il giusto vivrà per fede”. La vita in pace con Dio non poteva essere ottenuta con uno sforzo vano, infinito e sempre perdente, poteva essere ottenuta soltanto affidandosi all’amore e alla misericordia che Gesù Cristo aveva rivelato agli uomini. Quando un uomo abbandona la lotta che l’io orgoglioso pensa di poter vincere, ma deve sempre perdere, e si affida all’amore di Dio che perdona, allora quella pace deve arrivare.

La benedizione che fluì dalla vita di Lutero cambiò la faccia dell’Europa e, di conseguenza, la vita di milioni di persone.
John Wesley fu una di quelle persone. Era un uomo colto, spiritualmente sensibile, con un atteggiamento servizievole e un interesse spiccato per la società, ma era un uomo scoraggiato quando ritornò in Inghilterra da Savanna in Georgia. Aveva incontrato grandi problemi cercando di trattare con i coloni del Nuovo Mondo e quelle battaglie interiori ed esteriori lo portarono a pensare perfino di non essere accettato da quel Dio che amava e serviva. Con questa disposizione d’animo andò una sera, con riluttanza, a un incontro dove veniva letta la Prefazione all’Epistola ai Romani scritta da Lutero. Durante la lettura il cuore di Wesley si riscaldò in modo strano. Nel suo diario scrisse:

Avvertii che confidavo solo in Cristo per la salvezza; e mi fu data assicurazione che egli aveva portato via i miei peccati, anche i miei, e mi aveva salvato dalla “legge del peccato e della morte”.

Armato con questo messaggio di unione con Cristo nella sua morte e risurrezione, John Wesley iniziò quaranta anni di un ministero che va oltre ogni possibilità di descrizione. Lo Spirito di Dio lo usò in modo così potente che il risveglio infiammò l’Inghilterra e l’America nei secoli XVIII e XIX e il corso della storia fu cambiato.
Nel suo libro They Found the Secret (Essi scoprirono il segreto) di V. Raymond Edman, il caro primo presidente e cancelliere di Wheaton College, il dottor V. Raymon Edman, riporta le testimonianze di donne e uomini che sperimentarono la benedizione della vita “in Cristo”. Il suo scopo era di dimostrare che la potenza di Cristo, che egli chiamava “la vita dimorante in noi di Cristo” era la sorgente di ogni forza spirituale del credente”. Sapendo che molti credenti avevano trascurato questo tema per molti anni, il dottor Edman pensò fosse importante “mettere l’idea nel corso del pensiero cristiano in modo che tutti potessero trarre beneficio da un nuovo rapporto con Cristo capace di trasformare la vita. Non serve sapere solo cose su Cristo o sapere quello che ha fatto per noi e neanche serve avere esperienza della sua opera in noi. Quello che è necessario è avere esperienza di lui in noi mentre porta avanti in noi l’imperscrutabile volontà di Dio”. Qui di seguito leggerete le testimonianze di alcuni credenti che hanno scoperto il segreto della vita scambiata.

Il momento cruciale in cui arrivò il desiderio di una vita più profonda per John Bunyan stava camminando nei campi. Disse: “All’improvviso arrivò con forza, sulla mia anima, la frase ‘La tua giustizia è nei cieli’. E ripenso ancora con santo timore che vidi, con gli occhi dell’anima, Gesù Cristo seduto alla destra di Dio... Fu glorioso per me vederlo esaltato lassù e avere consapevolezza del valore e dell’abbondanza di tutti i suoi benefici”. Efesini 5:30 diventò per lui “una parola dolce”. “Poiché siamo membra del suo corpo, della sua carne e delle sue ossa” John Bunyan poté dire “...il Signore mi condusse al mistero dell’unione con il Figlio di Dio... Da questa unione derivava la mia fede in lui e la mia giustizia diventava sempre più reale per me, perché se io e lui eravamo uno, allora la sua giustizia era la mia, i suoi meriti erano i miei, la sua vittoria era pure mia. Ora ero in grado di vedere me stesso contemporaneamente in cielo e sulla terra, in cielo mediante il mio Cristo, il mio capo, la mia giustizia e la mia vita e in terra mediante il mio corpo o la mia persona”.
E quali furono i risultati della liberazione di Bunyan dai suoi dubbi e dai suoi timori? ...Fra di essi egli elenca la grazia che lo tenne saldo nelle più grandi difficoltà, comprensione delle Scritture, assenza di timore della morte, sicurezza della presenza del Signore in lui, servizio fruttuoso per il Salvatore sul pulpito e in prigione.
Il 18 settembre 1884 segnò la grande crisi nella vita di Handley Moule. Successivamente egli fece spesso riferimento a quella data indicandola come un nuovo inizio nella sua vita, un momento in cui ebbe rivelazione della realtà e del segreto di una vita santa.
La convenzione Keswich a Polmont si tenne in una grande stalla. Moule era seduto fra i presenti in uno stato mentale critico, ma anche con “fame di grazia, se era possibile trovarla”. Un uomo di affari cristiano, William Sloan, parlò prendendo spunto da una frase di Aggeo 1:6: “Mangiate, ma senza saziarvi”. Il nostro io, fece notare l’oratore, è responsabile per la magrezza dell’anima. Poi parlò Evan H. Hopkins e pose l’enfasi sul fatto che l’uomo, anche un cristiano onesto, non può vivere nella vittoria per i suoi meriti e per i suoi sforzi, ma ciò che l’uomo non può fare, lo può fare in lui lo Spirito di Dio. Moule osservò: Fece vedere all’anima tutte le promesse di Dio; due cose sole deve fare l’anima: arrendersi nelle sue mani e confidare in lui per le sue potenti vittorie interiori”.
Fermo dove era seduto, il Vescovo Moule, quell’uomo di Dio insoddisfatto, fece due cose: si sottomise completamente e senza riserve al Salvatore come uno schiavo e confidò definitivamente nel fatto che il Signore Gesù avrebbe compiuto in lui quella trasformazione nella sua immagine che solo il Signore Gesù può attuare...
Nella sua esposizione ricca e analitica: The Spiritual Unfolding of Bishop H.C.G. Moule (Svelamento spirituale del Vescovo H.C.G. Moule), John Baird riassume in modo meraviglioso la trasformazione che avvenne. “Egli spalancò le porte del cuore dando il benvenuto a Gesù e chiedendogli di essere sempre di più il suo Signore. Trovò conforto nel pensiero che ora era nelle mani di un Redentore pieno di grazia e si appropriò dell’abbondanza delle benedizioni e della pienezza di vita... non una vita solamente sopportata, non una vita vista come un compito, non una vita vista come battaglia, ma una vita vista come gioia e vittoria con le forze spirituali dell’anima non divisa.
La verità vivificante fu la consapevolezza che Gesù è tutto ciò che serve per la santificazione. Aveva abbandonato l’idea che la santità fosse uno sforzo vano fatto con la propria forza. La speranza cristiana assunse un nuovo splendore; fu riempito da una pace simile alla calma che scende su un mare agitato mentre si sentiva trasportato, con la sua mente consenziente, verso una accettazione rapida ed esultante. Non si pentì mai della sua decisione e non vi tornò mai sopra, anzi, fu ripetuta e riconfermata giorno dopo giorno. La fiducia che riponeva in Gesù era stata abbondantemente onorata e soddisfatta.
E qual era il segreto che si aprì davanti agli occhi di quel santo? Semplicemente questo: “Santità per fede, una vita umilmente sincera per Dio resa possibile e reale dall’esercizio di una fede che sa che Cristo è dentro di noi, è degno di ogni fiducia, ed è la nostra vittoria”
Quello che sperimentò Charles G. Trumbull è simile all’esperienza che hanno tutti gli uomini di Dio che sono arrivati a questa verità: “Cristo vive in me e la vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio”. Prima si rendeva conto che la sua vita spirituale era piena di alti e bassi... poi c’era il problema dei fallimenti davanti a peccati radicati... nonostante la preghiera sincera per esserne liberato, non aveva esperienza di una vittoria interiore. La terza mancanza consapevole era “nel campo della potenza spirituale dinamica e convincente capace di operare cambiamenti miracolosi nella vita degli altri uomini”. Era un cristiano attivo, impegnato in molti doveri e in molte responsabilità... faceva molto lavoro personale... ma... non vedeva risultati.
Il desiderio del suo cuore divenne più intenso quando udì un predicatore parlare su Efesini 4:12-13... Parlava di Cristo in un modo che gli era assolutamente sconosciuto... “Mi aspettavo che ci dicesse una serie di cose specifiche da fare per rafforzare la nostra vita cristiana, ma le sue prime parole mi fecero vedere il mio errore e contemporaneamente mi fecero sobbalzare il cuore con una gioia nuova. Disse semplicemente: “Le risorse della vita cristiana, amici miei, sono semplicemente: Gesù Cristo!” Fu tutto, ma fu più che sufficiente...”
Quell’estate frequentò un congresso di giovani missionari e di nuovo sentì dire che i “fiumi di acqua viva” nella vita di un cristiano dovrebbero fluire in modo continuo e inarrestabile, non in modo intermittente.
Il mattino seguente Trumbull pregò Dio... e Dio gli diede una nuova esperienza di Cristo. Dov’era il cambiamento? “Per cominciare, mi resi conto per la prima volta che tutti i riferimenti del Nuovo Testamento a Cristo in noi, a noi in Cristo, a Cristo nostra vita e al dimorare in Cristo, sono fatti reali, da prendere alla lettera, benedetti e non figure retoriche. Che luce nuova sul capitolo 15 del Vangelo di Giovanni quando lo lessi! Ed Efesini 3:14-21 e Galati 2:20 e Filippesi 1:21!
La fede del dottor Trumbull non era più posta solamente sul Cristo che era morto sulla croce per i nostri peccati; ora la sua fede era anche nel Salvatore che dimora dentro il credente. Dichiarò: “Finalmente mi resi conto che Gesù Cristo era davvero dentro di me e, cosa ancora più importante, che era diventato lui stesso la mia vita, prendendomi per unirmi a sé completamente con il mio corpo, la mia anima e il mio spirito, anche se conservavo la mia identità, la mia libera volontà e la mia piena responsabilità morale. Questo significava che non avevo più bisogno di chiedergli di aiutarmi come se lui fosse una persona e io un’altra persona, ma che dovevo semplicemente fare il suo lavoro, la sua volontà in me, con me e mediante me. Gesù Cristo era diventato la mia vita, e non era un modo di dire, ma un fatto vero e concreto”.
Il dottor Trumbull imparò che il fluire di quella vita dipendeva da due semplici condizioni. Dopo aver ricevuto il Signore Gesù come personale Salvatore c’è la prima resa, una resa completa e incondizionata al Salvatore come Signore e Padrone della propria vita, senza considerazioni sul costo da pagare; poi c’è la seconda cosa: un quieto atto di fede che va oltre i sentimenti o la prova immediata che Dio libera completamente l’anima che crede dalla legge del peccato.
“Gesù Cristo non vuole essere colui che ci aiuta, vuole essere la nostra vita; non vuole che noi operiamo per lui, vuole che gli lasciamo fare la sua opera attraverso di noi usandoci come noi usiamo una matita per scrivere o, ancor meglio, usandoci come una delle dita della sua mano”. Il dottor Trumbull, grazie a quella vita, fu in grado di portare molte altre persone a una vita di vittoria.

La letteratura cristiana è piena di testimonianze simili, ma i pochi esempi citati fanno vedere con chiarezza la benedizione che possiamo sperimentare quando comprendiamo e facciamo nostra la verità racchiusa in Galati 2:20. Poiché siamo il popolo di Dio, dobbiamo essere desiderosi di pregare ed essere convinti che ognuno dei suoi figli può dichiarare:

Crocifisso con Cristo, mio Salvatore,
morto al peccato, vergogna e disonore;
or la sua vita dirige i miei passi
per dargli gloria con tutti i miei atti! Amen.

(Stephen Olford)


Domande riassuntive

1. Considerando il contesto di Galati 2:20, in che modo Pietro comprometteva il messaggio della croce? In che modo lo facciamo noi? Quali sono i risultati?

2. Perché ai cristiani dei nostri giorni, noi compresi, piace pensare alla nascita di Cristo e parlare del suo futuro ritorno, ma a volte si evita di considerare la sua croce e le sue implicazioni nella vita di ogni giorno? La croce è scandalo o pazzia per te? (vedere 1 Corinzi 1:23). Se è così, perché?

3. Qual è il significato profondo del termine biblico giustificazione (vedi Galati 2:16-19)? Che cosa significa per te personalmente?

4. Che cosa ne pensi dell’affermazione dell’autore che la fede non è solo convinzione intellettuale, ma impegno personale? Spiega con le tue parole.

5. La giustificazione è una proclamazione legale che ci dichiara giusti davanti a Dio o una esperienza che trasforma o entrambe le cose (vedere Galati 2:17)? Che cosa significa “giustificazione” per la tua vita oggi... domani... in eterno?

6. Che cosa significa per te la frase “vita scambiata”? Che cosa ti fa pensare il fatto di essere crocifisso con Cristo (morto al tuo io) e il fatto che Gesù vive la sua vita attraverso di te (vedere Galati 2:20)? Come capisci praticamente queste frasi chiave?
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