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Predicazione espositiva sotto l'azione dello Spirito Santo

Predicazione espositiva sotto l'azione dello Spirito Santo

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Descrizione

La predicazione è stata sempre al centro del piano di Dio per comunicare all'umanità la Sua volontà. Molte cose nel mondo potrebbero cambiare in modo radicale, drammatico e veloce, in vista di Dio e del bene, se da ogni pulpito si predicasse l'insegnamento della Bibbia. Abbiamo bisogno di uomini chiamati da Dio che aprano la Bibbia e predichino il Figlio di Dio sotto l'azione dello Spirito Santo. Abbiamo bisogno di uomini dal cuore ardente, dagli occhi umidi, dalla mente lucida e dalla lingua infuocata. Predicare è un'arte, una scienza o un dono spirituale? Si tratta di ognuna di queste tre cose. Stephen Olford e il figlio David hanno formato una squadra meravigliosa insegnando l'arte, la scienza e il dono della predicazione. Gli insegnamenti contenuti in queste pagine sono profondamente spirituali e al tempo stesso estremamente pratici e toccano mente e cuore. Presentiamo questo libro al lettore con la preghiera fervente e la sincera speranza che Dio ne usi le pagine per elevare l'arte della predicazione e per motivare il cuore di ogni predicatore a veramente predicare la Parola.

Proprietà

ISBN: 9788880772378
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772378
Peso: 0,560kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Contenuto libro

Prefazione; La nostra Riconoscenza; Introduzione; IL CAMMINO DA SEGUIRE - Il predicatore e la chiamata divina; Il predicatore e la Parola di Dio; Il predicatore e la vita di Dio; Il predicatore e l'uomo di Dio; Il predicatore e l'opera di Dio; L'OPERA DA COMPIERE - Il predicatore e l'esposizione; Il predicatore e la preparazione: la selezione; Il predicatore e la preparazione: l'investigazione; Il predicatore e la preparazione: l'organizzazione; Il predicatore e la preparazione: la finalizzazione; Il predicatore e la comunicazione; LA PAROLA DA PROCLAMARE - Il predicatore e la consacrazione; Il predicatore e la proclamazione; Il predicatore e la comprensione; Il predicatore e l'applicazione; Il predicatore e l'appello; Il predicatore e la conservazione; Il predicatore e la persuasione; Il predicatore e la motivazione; CONCLUSIONE - Appendici: Il predicatore e l'adorazione; Il predicatore e la musica; Il predicatore e l'evangelizzazione; Il predicatore e la lettera ai Romani.

Capitolo gratuito

Capitolo 1

Il predicatore e la chiamata divina


"Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri" (Galati 1:15-16a)

Testo di studio: Galati 1:1-17

Tutti i cristiani sono “chiamati”. La “chiamata” fondamentale è a Cristo come Signore e Salvatore (Efesini 1:18 e 4:1; 2 Timoteo 1:9; Ebrei 3:1; 2 Pietro 1:10). Ma Dio chiama anche in vista delle “opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo” (Efesini 2:10). Tra le “opere buone” c’è la chiamata a predicare. Ottimi esempi sono la chiamata di Mosè (Esodo 3:4-22), di Samuele (1 Samuele 3:4), di Geremia (Geremia 1:4-10) e, nel Nuovo Testamento, la chiamata dei discepoli (Marco 3:13-19), di Paolo (Romani 1:1; 1 Corinzi 1:1; Galati 1:15) e di Barnaba (Atti 13:2).
La chiamata a predicare non deve essere confusa con il desiderio di servire come anziano o diacono (1 Timoteo 3:1), sebbene il desiderio stesso (se nobile) sia “ispirato dallo Spirito di Dio” (Thomas D. Lea).
La chiamata a predicare non deve essere condizionata dal bisogno dell’Evangelo, sebbene ci sia stato comandato: “Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura” (Marco 16:15). “Ciò va contro le inclinazioni di gran parte del pensiero moderno. Ma ai tempi del nostro Signore nessuno dei dodici decisi di seguire Cristo volontariamente. Non fecero alcuna domanda, non compilarono formulari. Al contrario, fu l’autorità magnetica del Signore che li costrinse… Per i discepoli la chiamata fu il comandamento orale del Signore” (Tony Sargent).
La chiamata a predicare non deve essere controllata dalla chiesa, sebbene gli anziani della chiesa locale debbano confermare la chiamata (1 Timoteo 4:14; 2 Timoteo 1:6). In ultima analisi, la chiamata a predicare è l’iniziativa sovrana di Dio nella vita e nell’esperienza di colui che è predestinato a ricoprire quella funzione.
Quando Paolo scrive della sua esperienza di conversione, ne parla come di un “esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita eterna” (1 Timoteo 1:16). Si notano due punti importanti in questa “manifestazione pubblica della grazia di Dio nei confronti di un grande peccatore” (Thomas D. Lea).
l Il primo è la misericordia mostrata da Dio a Paolo. La parola “misericordia” è nella forma verbale. Letteralmente si legge: “Sono stato graziato”.
l Il secondo è la chiamata di Dio. Paolo afferma categoricamente: “Io ringrazio colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù, nostro Signore, per avermi stimato degno della sua fiducia, ponendo al suo servizio me” (1 Timoteo 1:12). A questo proposito è appropriata una citazione di Agostino: “Dio non sceglie una persona degna, ma quando la sceglie la rende degna”.
Nella sua lettera ai Galati l’apostolo Paolo amplia la storia della sua esperienza di conversione includendovi la chiamata a predicare l’Evangelo agli stranieri. Faremmo bene, dunque, a esaminare la testimonianza dell’apostolo per ricavare dalle sue parole i principi universali che definiscono e delineano la chiamata divina.
Ricordando il suo primo incontro con Gesù Cristo disse: “Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri” (Galati 1:15-16). Tre aspetti importanti della testimonianza di Paolo richiamano la nostra attenzione: la natura, la conoscenza e lo scopo della chiamata di Dio a predicare.

La natura della chiamata di Dio a predicare

“Ma quando piacque a Dio, che mi aveva appartato fin dal grembo di mia madre e mi ha chiamato per la sua grazia” (Galati 1:15, versione Nuova Diodati). Il verbo “appartare” significa “delimitare mediante confini”. In questo contesto la parola denota “l’atto divino di mettere da parte l’uomo per l’opera dell’Evangelo” (W. E. Vine). Nei versetti precedenti l’apostolo ha riferito della sua vita precedente. Con il cuore gonfio ha confessato il suo fanatismo nei confronti della Legge. Era stato infatti a causa del suo cieco zelo per la Legge che era divenuto un feroce persecutore della chiesa. Aveva distrutto le assemblee locali. Ma nonostante ciò, piacque a Dio chiamarlo al servizio dell’Evangelo. Per l’apostolo Paolo era incomprensibile. Era un favore talmente immeritato e una grazia così ineffabile! L’apostolo Paolo poté suggerire soltanto due spiegazioni per questo atto divino:

La chiamata eterna della grazia di Dio

“Ma Dio che m’aveva prescelto fin dal seno di mia madre” (Galati 1:15). Per l’apostolo la chiamata di Dio non era un evento senza premeditazione. Prima che il tempo fosse stabilito, Paolo era nella mente di Dio. è questo il significato della frase: “…prescelto fin dal seno di mia madre”. Prima che Paolo potesse pensare, parlare o agire, Dio lo aveva prescelto per predicare l’Evangelo agli stranieri (vedi Giovanni 15:16).
Secoli prima Dio aveva “prescelto” Geremia come predicatore. “La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni” (Geremia 1:4-5). Era la chiamata eterna della grazia di Dio a Geremia.
Warren W. Wiersbe lo riassume così: “Rivolto al suo profeta Dio disse: ‘Sarai ciò che io voglio che tu sia, andrai dove io voglio che tu vada e dirai ciò che io voglio che tu dica. Ho sovrinteso al tuo concepimento, ti ho consacrato e adesso ti consacro’. Se Dio ti chiama credi in quello che dici e ubbidiscigli. Potresti non sentirti all’altezza, ma la tua adeguatezza viene da Dio, non da te stesso” ( Geremia 1:6-9). La chiamata di Geremia respinge l’idea che l’opera dei servitori di Dio fosse sempre provinciale (Geremia 25:15-29 e 46-51).
Dio è il Signore delle nazioni e quando egli chiama, la nostra risposta deve essere: “Dovunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo io sono pronto, Signore; manda me”.
A.J. Gossip riferisce come Alexander Whyte affrontò l’ordinazione nella sua prima chiesa. Nel messaggio rivolto alla congregazione Whyte dichiarò: “Sin dall’inizio dei tempi e per tutta l’eternità Dio ha preparato me per questa congregazione e questa congregazione per me e, puntuale al minuto, ci ha messi insieme”. è un concetto stupefacente e dobbiamo ricordarlo ogni volta che abbiamo la tentazione di parlare in modo superficiale della chiamata di Dio!

La chiamata effettiva della grazia di Dio

“Ma Dio… mi ha chiamato mediante la sua grazia” (Galati 1:15). Ciò che era eterno divenne effettivo nell’esperienza dell’apostolo Paolo quando incontrò il Cristo vivente. Tre volte negli Atti degli apostoli (Atti 9:4; 22:7 e 26:14). Luca descrive con vividi dettagli la natura della sua crisi spirituale e della sua chiamata. Nel capitolo 9 riferisce che tutto ebbe inizio quando Paolo vide un volto: “E durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che, d’improvviso, sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo” (Atti 9:3). In seguito Paolo interpretò quella luce come la “visione celeste” (Atti 26:19) in cui egli “apparve anche a me” (1 Corinzi 15:8). Quella visione non era altro che il volto del Cristo risorto (2 Corinzi 4:6).
Poi Saulo udì una voce: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (Atti 9:4). Che shock dovettero essere quelle parole per Saulo! Come poteva perseguitare Colui che era in cielo? Eppure, in quel momento del destino, imparô una delle più grandi verità del Nuovo Testamento: che la chiesa è il corpo, di cui Cristo è il capo. in seguito avrebbe scritto: “Cristo è capo della chiesa, lui, che è il Salvatore del corpo” (Efesini 5:23). La rivelazione di Cristo Salvatore irruppe nell’anima di Saulo quando si inginocchiò nella polvere della via di Damasco.
In seguito a ciò Saulo prese una decisione. Implorò: “Signore, che vuoi che io faccia?” (Atti 9:6). Riconobbe Gesù come Signore e arrese spirito, anima e corpo alla sovranità di Cristo. Con quella riposta Saulo da Tarso fu convertito e chiamato mediante la grazia di Dio. la chiamata eterna era ora divenuta la chiamata effettiva. Da quel momento in poi Paolo seppe di essere un vaso scelto. Non si considerò scelto per l’onore, ma per il servizio; non per l’agio, ma per la battaglia; non per la vita, ma per la morte, nella causa dell’evangelizzazione del mondo (vedi Atti 26:16-18).
Questo è ciò che Dio ha fatto nel corso dei secoli. Hai sentito la chiamata? Se è così, non essere “disubbidiente alla visione celeste” (Atti 26:19). Geremia cercò di astenersi dalla predicazione, ma finì per ammettere: “Se dico: Io non lo menzionerò più, non parlerò più nel suo nome, c’è nel mio cuore come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzo di contenerlo, ma non posso” (Geremia 20:9). Dovrebbe essere questa l’esperienza di ogni vero predicatore. “Qualcuno così avrà un mandato divino dietro di sé, una chiamata divina davanti a sé e una convinzione divina dentro di sé, e che cosa si può volere di più?” (W. Graham Scroggie).

La conoscenza della chiamata di Dio a predicare

La seconda cosa che l’apostolo Paolo ci dice in questa stupefacente testimonianza concerne la conoscenza della chiamata di Dio a predicare. “Ma Dio che… mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo” (Galati 1:15-16). Giungiamo adesso al nocciolo della questione. Le parole “in me il Figlio suo” sono dinamite! Corrispondono a “Cristo vive in me!” (Galati 2:20) e a “Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori” (Galati 4:6).

La rivelazione del Figlio dimorante

“In me il Figlio suo” (Galati 1:16). La consapevolezza del Figlio di Dio in noi è la “testimonianza interiore” indispensabile della chiamata di Dio a predicare. è vero, ovviamente, che ogni cristiano può dire: “Cristo vive in me” e che la manifestazione di Cristo in noi è la vita cristiana normale. Ma per il predicatore le parole: “In me il Figlio suo” (Galati 1:16) hanno implicazioni di vasta portata. La predicazione è essenzialmente un fatto di incarnazione. Se vogliamo essere seguaci del Principe dei predicatori, allora la nostra predicazione deve tendere a “rimpolpare” il modello che Gesù ci ha lasciato. Giovanni propone questo modello nel prologo al suo vangelo: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità… Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Giovanni 1:14 e 18). Gesù era l’Esegeta incarnato del Padre. Mediante la potenza dello Spirito Santo rivelò il Dio che “nessuno ha mai visto” in termini visibili e udibili alla “gente comune”.
In modo analogo, noi dobbiamo predicare l’Evangelo”. Tutta la pienezza dell’Evangelo è racchiusa in Gesù e Gesù vive in noi. Quando interpretiamo la Parola con la potenza dello Spirito Santo Dio deve essere rivelato con “grazia e verità”. è esattamente ciò che Paolo afferma nel nostro testo: “Il Figlio suo perché io lo annunziassi” (Galati 1:16). Avrebbe potuto scrivere: “Perché io annunciassi l’Evangelo; ma per Paolo l’Evangelo era Cristo. Perciò la conoscenza della chiamata di Dio è inestricabilmente collegata al mistero e al ministero del Figlio di Dio in noi.

La rivelazione del Figlio pungolante

“In me il Figlio suo” (Galati 1:16). Osserva Richard N. Longenecker: “Il titolo cristologico ‘Figlio di Dio’, ‘il Figlio suo’ o semplicemente ‘il Figlio’, appare quindici volte negli scritti dell’apostolo Paolo (‘Figlio di Dio’: Romani 1:4; 2 Corinzi 1:19; Galati 2:20; ‘Figlio suo’ o ‘il Figlio’: Romani 1:3 e 9; 5:10; 8:3, 29 e 32; 1 Corinzi 1:9 e 15:28; Galati 1:16; 4:4 e 6; 1 Tessalonicesi 1:10)”. Studiando ogni riferimento nel suo contesto risulta chiaro che il titolo comunica le idee di potenza e di azione. Scrivendo alla chiesa di Roma, Paolo fa riferimento “al Figlio suo… dichiarato Figlio di Dio con potenza; cioè Gesù Cristo, nostro Signore” (Romani 1:3-4). In quanto Figlio di Dio, autenticato dalla risurrezione, egli poté dire ai suoi discepoli: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Giovanni 20:21).
Nel corso di tutta la sua vita il Signore Gesù non perse mai di vista il fatto di essere stato mandato. è già uno studio di per sé contare il numero di volte in cui ricorre il verbo “mandare” nel solo vangelo di Giovanni.
La missione di Dio era per Gesù un imperativo imprescindibile. Usava sempre il verbo “dovere”. è un verbo che implica necessità, obbligo e impegno. Si trova con maggior frequenza nei Vangeli, negli Atti degli apostoli e nell’Apocalisse. Come Figlio, il Signore Gesù poteva dire: “Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?” (Luca 2:49). Come Salvatore, poteva dire: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato” (Giovanni 3:14). Come Servitore, dichiarò: “Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare” (Giovanni 9:4). Infine, al termine della sua vita, poté dichiarare: “Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare” (Giovanni 17:4). Alla luce di questa vita di servizio consacrato, poté affidare l’incarico: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Giovanni 20:21). La potenza e l’azione del Figlio di Dio vennero rivelate interiormente all’apostolo Paolo. Era un uomo in cui il Figlio di Dio dimorava e lo pungolava. Perciò poteva fare dichiarazioni come: “Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunziare il vangelo anche a voi che siete a Roma” (Romani 1:14-15) e: “Infatti, se io predico l’evangelo, non ho nulla da gloriarmi, poiché è una necessità che mi è imposta; e guai a me se non predico l’evangelo!” (1 Corinzi 9:16, versione Nuova Diodati). Quando leggiamo parole come queste non possiamo fare a meno di chiederci se conosciamo nella nostra vita la potenza del Figlio pungolante di Dio.
I predicatori ci chiedono spesso di spiegare la chiamata di Dio in termini di assicurazione o di convinzione. La risposta non è facile. Siamo tutti diversi per talento, formazione e temperamento; una cosa però è certa: se un uomo ha il Figlio vivente di Dio che dimora in lui e lo pungola, non ci possono essere dubbi riguardo alla chiamata!

Il dr Martin Lloyd-Jones afferma:

“Il predicatore è un uomo posseduto ed è consapevole di ciò. Non ho alcuna esitazione a fare questa affermazione. Direi che comincio a sapere qualcosa della predicazione soltanto quando, per così dire, guardo. Parlo, ma sono in realtà uno spettatore. Mi stupisco per ciò che succede. Ascolto, guardo completamente attonito, perché non sono io a farlo. Si può parlare di vera predicazione quando sono consapevole di essere usato; in un certo senso sono uno spettatore tanto quanto coloro che mi ascoltano. C’è questa coscienza che è al di fuori di me eppure sono coinvolto in essa; io sono semplicemente lo strumento e il veicolo e il canale di tutto questo”.

Se questo è il “senso” spirituale della chiamata, quali sono le “prove” bibliche della chiamata? Ce ne sono almeno cinque che devono essere accuratamente considerate in preghiera. Poniti le seguenti domande:

l Rispondo ai requisiti di un predicatore come sono esposti nella Bibbia? Quando Dio chiamò Paolo a essere un predicatore delineò chiaramente quali erano i requisiti necessari (Atti 9:15-16 e 29; 22:14-15; 26:16-18). Non puoi studiare queste istruzioni divine senza discernere sia i requisiti, sia le responsabilità di un predicatore.
l Ho nel cuore la testimonianza dello Spirito Santo che Dio mi ha chiamato? Lo stesso Spirito Santo che insieme con il mio spirito attesta che sono nato da Dio, attesta altresì con il mio spirito che sono stato chiamato da Dio a essere un predicatore (Romani 8:14; Galati 1:15-16; 2 Timoteo 1:8-11). Quando preghi sinceramente riguardo alla questione, “la sensazione di chiamata” prenderà vita o si spegnerà del tutto. Quando l’apostolo Paolo pregò: “Signore, che vuoi che io faccia?” (Atti 9:6), ricevette la risposta.
l Il dono della predicazione è diventato evidente nella mia vita e nel mio servizio? L’apostolo Paolo dichiara che “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune” (1 Corinzi 12:7). Questa “manifestazione” non è soltanto abilità umana, ma piuttosto la potenza dello Spirito Santo che dirige dall’interno. Qualche volta “la sensazione di chiamata” giunge per mezzi “deduttivi”. Una serie di circostanze viene provvidenzialmente preordinata per produrre una crescente convinzione che Dio ti ha chiamato a essere un predicatore. Ciò spiega perché uomini che inizialmente hanno seguito altre professioni sono poi diventati predicatori. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni erano pescatori quando Gesù li chiamò (Marco 1:16-20)!
l La mia chiesa ha riconosciuto e confermato il mio dono di predicazione? 1 Timoteo 4:14 e 2 Timoteo 1:6-7 sono esempi perfetti del riconoscimento e della conferma divina/umana del dono e del ministero di una persona nella chiesa primitiva (vedi anche Atti 13:1-4).
l Dio ha usato il mio dono di predicazione per la salvezza delle anime e l’edificazione dei santi? Scrivendo ai Corinzi Paolo poté affermare con fiducia: “Il sigillo del mio apostolato siete voi, nel Signore” (1 Corinzi 9:2). Puoi indicare convertiti o discepoli e dire la stessa cosa?

Lo scopo della chiamata di Dio a predicare

“Ma Dio che… mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri” (Galati 1:15-16). Lo scopo è semplice e specifico. Siamo chiamati a predicare Cristo. Tutto il resto è irrilevante o semplicemente secondario. Per aiutarci a comprendere questo aspetto importante della chiamata di Dio l’apostolo Paolo usa un linguaggio definitivo. Sottolinea che per adempiere lo scopo della chiamata di Dio:

Dobbiamo predicare l’Evangelo

“Ma Dio che… mi ha chiamato… perché io lo annunziassi” (Galati 1:15-16). L’Evangelo di Paolo era una rivelazione diretta dal cielo. Egli afferma: “Vi dichiaro, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è opera d’uomo; perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo” (Galati 1:11-12). Mentre l’esperienza dell’apostolo Paolo era unica a questo riguardo, egli affermava al contempo un fatto fondamentale per tutti i tempi. è il fatto che l’Evangelo è completamente avulso dalle idee filosofiche, dai metodi scientifici o dagli sforzi religiosi dell’uomo (vedi 1 Corinzi 1 e 2; Galati 2:15-16 e 6:12-15). L’Evangelo della salvezza è per grazia soltanto, in Cristo soltanto e soltanto per fede. Ciò richiede una predicazione fedele, impavida e fervente. Considera attentamente il contesto:
Dobbiamo essere fedeli nella predicazione. “Mi meraviglio che così presto voi passiate, da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c’è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Cristo. Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema” (Galati 1:6-9). L’apostolo Paolo usa una parola particolare per descrivere coloro che così presto hanno cambiato parere riguardo ai fondamenti dell’Evangelo. Li chiama “voltagabbana” poiché, sotto la pressione dei giudaizzanti e dei pervertitori dell’Evangelo, questi Galati hanno abbracciato “un altro vangelo”. Con un gioco di parole Paolo li rimprovera per aver sostituito il vero con il falso, l’ortodosso con l’eterodosso.
Due cose devono essere notate riguardo alla predicazione fedele.
La prima è che la verità di Dio smaschera sempre le caratteristiche dell’eresia. “Mi meraviglio che così presto voi passiate, da colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, a un altro vangelo. Ché poi non c’è un altro vangelo; però ci sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” (Galati 1:6-7).
C.I. Scofield commenta così questo versetto: “La prova dell’Evangelo è la grazia. Se il messaggio esclude la grazia o mescola la legge con la grazia come mezzo per ottenere giustificazione o santificazione (Galati 2:21 e 3:1-3) o nega il fatto o la colpa del peccato che soltanto dà alla grazia l’opportunità di operare nella nostra vita, è ‘un altro vangelo’ e il predicatore è sotto l’anatema di Dio”.
La seconda cosa è che la verità di Dio rivela sempre le conseguenze dell’eresia: “Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema. Come abbiamo già detto, lo ripeto di nuovo anche adesso: se qualcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema” (Galati 1:8-9). Predicare o propagare l’eresia comporta gravi conseguenze. Senza mezzi termini l’apostolo afferma: “Sia anatema” (Galati 1:8). La parola anatema era usata sia nell’Antico, sia nel Nuovo Testamento per indicare ciò che era condannato alla distruzione perché abominevole davanti a Dio. L’apostolo Paolo riassume quindi la sua condanna dell’eresia scrivendo: “Ma anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema” (Galati 1:8).
Dobbiamo essere impavidi nella predicazione. “Vado forse cercando il favore degli uomini, o quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo” (Galati 1:10). Alla luce di queste parole solenni che Paolo asserisce con coraggio, la questione della predicazione impavida diventa un “obbligo” per il vero predicatore.
Viviamo in tempi in cui la pressione dei nostri simili, per non parlare dell’opposizione satanica, ci spinge a scendere a compromessi. La popolarità, il potere e la posizione sono spesso ritenuti superiori alla virtù dell’integrità. Se siamo chiamati da Dio dobbiamo affrontare la sfida una volta per tutte. Come i santi martiri del passato e il sovrano Padrone del presente, dobbiamo tracciare una linea nella sabbia e dichiarare con il sacro coraggio di Martin Lutero: “Io sto qui; non posso fare altrimenti”.
L’antico re Redwald dell’Anglia orientale costruì una volta un santuario unico. A un’estremità c’era un altare per l’adorazione del vero Dio, mentre all’altra estremità c’era un altare per l’adorazione dei falsi dèi. Tragicamente la chiesa di oggi sta scendendo ad analoghi compromessi.
Dobbiamo essere ferventi nella predicazione. I cristiani dei tempi di Paolo dicevano: “Colui che una volta ci perseguitava, ora predica la fede, che nel passato cercava di distruggere. E per causa mia glorificavano Dio” (Galati 1:23-24). Se vogliamo sapere come perseguitasse la chiesa dobbiamo semplicemente ritornare al versetto 13: “Infatti voi avete udito quale sia stata la mia condotta nel passato, quand’ero nel giudaismo; come perseguitavo a oltranza la chiesa di Dio, e la devastavo” (Galati 1:13). I verbi “perseguitare” e “devastare” sono all’imperfetto e ciò denota un’azione continua. Descrive il fervore e la furia con cui Saulo lo “zelota” devastava la chiesa di Cristo. Paolo descrive questi atti per sottolineare il cambiamento radicale che aveva avuto luogo nella sua vita. Adesso, con “sacro fervore”, predicava l’Evangelo con un’unzione tale che i credenti che l’udivano glorificavano Dio (Atti 9:20-29; 1 Corinzi 9:16; Galati 1:23-24).
Non c’è altro modo di predicare l’Evangelo e vogliamo battere il diavolo al suo steso gioco. Dobbiamo perseguitarlo con “verità, chiarezza e passione” per dirlo con le parole di G. Campbell Morgan. I vecchi maestri usavano le parole “logos, ethos e pathos”.
Ma la chiamata di Dio va oltre la predicazione dell’Evangelo.

Dobbiamo raggiungere gli altri

“Ma Dio… mi ha chiamato… perché io lo annunziassi fra gli stranieri” (Galati 1:15-16). è possibile predicare l’Evangelo senza raggiungere gli altri. è uno dei problemi principali nella nostra testimonianza evangelica oggi. Abbiamo culti in chiesa, trasmissioni radiofoniche e programmi editoriali, ma non raggiungiamo le persone.
Per l’apostolo Paolo raggiungere le persone significava andare al di là dei circoli religiosi. è vero che in primo luogo si recò nelle sinagoghe, ma non fu mai soddisfatto della mera discussione religiosa; la sua anima era oppressa per un mondo perduto. Si dedicò con il massimo sforzo agli stranieri. L’apostolo Paolo lo esprime chiaramente nei paragrafi conclusivi della sua lettera ai Romani. Dopo aver sollecitato le preghiere dei suoi destinatari, afferma: “Avendo l’ambizione di predicare il vangelo là dove non era ancora stato portato il nome di Cristo, per non costruire sul fondamento altrui” (Romani 15:20).

Un predicatore soddisfatto di alimentare santi già ben rimpinzati, mentre un mondo pagano è avviato verso l’inferno, non ha mai compreso la chiamata di Dio a predicare l’Evangelo “ a ogni creatura” (Marco 16:15). Nel fare questa affermazione non ignoriamo la responsabilità del pastore e dell’insegnante di “pascere le pecore” (Giovanni 21:17; Atti 20:28 e 1 Pietro 5:2-4). L’imperativo paolino di predicare la Parola comprende anche l’insegnamento (2 Timoteo 4:2-3), ma non si esaurisce lì. L’apostolo conclude con un altro imperativo: “Svolgi il compito di evangelista” (2 Timoteo 4:5). A differenza dell’evangelista Filippo (Atti 21:8), Timoteo era in primo luogo un insegnante (1 Timoteo 4:13 e 15-16), ma con questo dono gli veniva comandato di svolgere “il compito di evangelista”. Dobbiamo senza dubbio edificare coloro che sono stati salvati, ma dobbiamo anche evangelizzare i perduti. La predicazione include entrambi gli aspetti della proclamazione. Perciò, sia che ci troviamo su un pulpito, sia che ci troviamo in un parco, dobbiamo predicare la Parola! “Predica la parola, insisti in ogni occasione favorevole e sfavorevole, convinci, rimprovera, esorta con ogni tipo di insegnamento e pazienza… svolgi il compito di evangelista, adempi fedelmente il tuo servizio” (2 Timoteo 4:2 e 5).
Deve essere chiaro che la chiamata divina a predicare non è semplicemente un cliché evangelico: è un incarico evangelico con un significato di redenzione. La natura della chiamata è intrinsecamente legata alla grazia eterna ed effettiva di Dio. La conoscenza di quella chiamata può essere apprezzata soltanto quando il Figlio di Dio dimorante e inculcante diventa un messaggio che dobbiamo pronunciare. Lo scopo di questa chiamata di Dio è di predicare l’Evangelo e di raggiungere le persone. Stai ubbidendo a quella chiamata divina o stai venendo meno al piano di Dio per la tua vita? Si torna con i piedi per terra quando ci si rende conto che un individuo può disubbidire alla chiamata ed entrare in cielo “salvo; però come attraverso il fuoco” (1 Corinzi 3:15). Oh, che spreco! Oh, che rimpianti! Oh, che ricompensa mancata! Diciamoci la verità, predicatore: se sei salvato, allora sei salvato per servire. La chiamata di Dio ti costringe. Sii certo che quando sarai davanti al trono del giudizio di Cristo potrai guardare in faccia il tuo maestro e dire: “Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede” (2 Timoteo 4:7).
Jeremiah Whitaker (1539-1654) studiò a Cambridge dove, a causa dei suoi risultati scolastici e delle sue virtù cristiane, veniva tenuto in grande stima. Amava predicare l’Evangelo e aveva un’imperitura passione per le anime. Ma il nocciolo della sua testimonianza era: “Preferisco di gran lunga essere un ministro dell’Evangelo che un imperatore”.
In modo analogo Samuel Chadwick, il noto predicatore metodista, affermò: “Preferisco predicare che fare qualsiasi altra cosa al mondo. Preferisco predicare che gustarmi la cena o godermi una vacanza. Preferisco predicare che essere pagato per non predicare. Comporta un prezzo di angoscia, sudore e lacrime e nessuna chiamata implica tali gioie e tali fitte al cuore, ma è una chiamata che un arcangelo bramerebbe. C’è una gioia pari quella della salvezza di un’anima? Un brivido come quello di aprire gli occhi ai ciechi? Una ricompensa come l’amore dei bambini fino alla seconda e alla terza generazione? Un tesoro come l’amore riconoscente di cuori guariti e confortati?”
Duemila anni fa la risposta di Paolo alla chiamata di Dio fu incapsulata in queste appassionate parole:
“Infatti, se io predico l’evangelo, non ho nulla da gloriarmi, poiché è una necessità che mi è imposta; e guai a me se non predico l’evangelo!” (1 Corinzi 9:16, versione Nuova Diodati).

Predicatore! Qual è la tua risposta?
Oh, poter dire e cantare con Charles Wesley:

Un incarico da svolgere ho io, un Dio da glorificare,
un’anima immortale da salvare e per il cielo preparare.

Servire l’età presente, ubbidire alla chiamata;
che ogni mio sforzo sia devoto alla volontà del Maestro!

Armami di gelosa cura nel vivere come alla tua vista;
e il tuo servo prepara, Signore, a render conto pure d’ogni inezia!

Aiutami a vegliare e pregare e in te solo a confidare,
e a non venir mai meno, ma verso il regno tuo nei cieli avanzare.


vuto (Romani 6:17 e 16:17-19) e il camminare in esso (Romani 13:13-14). Inoltre andrebbe ricordato il ruolo dello Spirito Santo, poiché Paolo ha già discusso la disposizione mentale verso le cose dello Spirito e non della carne (Romani 8:5-11) e la necessità dello Spirito nel processo di mortificazione delle opere del corpo (Romani 8:13). Sebbene lo Spirito non venga menzionato in questo testo, non è inappropriato notare il ruolo dello Spirito nella trasformazione in altri brani (2 Corinzi 3:18). Inoltre è lo Spirito che santifica l’offerta degli stranieri (Romani 15:16) e certamente lo Spirito è coinvolto nella trasformazione che è fondamentale per vivere secondo l’Evangelo.
Consacrazione e trasformazione sono ciò che il predicatore cerca nella vita dei suoi ascoltatori. Che prospettiva entusiasmante; che desiderio nobile da coltivare mentre si esercita il ministero! Così il risultato desiderato del ministero di predicazione non consiste semplicemente nelle decisioni prese per Cristo, ma nella consacrazione dei discepoli a Cristo e nella loro trasformazione a sua immagine (Colossesi 1:28-29).


Conclusione

L’apostolo Paolo inizia la sua lettera ai Romani dichiarando che l’uomo è sotto l’ira di Dio (Romani 1:18) e che Dio ha abbandonato gli uomini alle loro abiette passioni (Romani 1:24) e in balia della loro mente perversa (Romani 1:28).
In mezzo a questo quadro di depravazione Paolo afferma che l’adorazione dell’uomo era sbagliata perché l’uomo adorava la creatura invece del Creatore (Romani 1:25). In Romani 12:1-2 c’è una trasformazione di questa situazione. Sulla base della misericordia di Dio, non dell’ira, l’uomo ha la possibilità di ridurre il corpo all’ubbidienza, non al disonore, e di trasformare la propria mente, non pervertirla. Inoltre, invece che dell’uomo che scambia la verità con una menzogna e adora ciò che non deve essere adorato, Paolo scrive adesso dell’adorazione vera o accettevole davanti al Dio dell’Evangelo.
Ogni predicatore chiama uomini meritevoli d’ira e soggetti alla depravazione a una giusta relazione con il Creatore per fede sulla base della morte espiatoria di suo Figlio. Ciò mette gli uomini in grado di adorare Dio “sinceramente”, vivendo con ubbidienza nel corpo e essendo rinnovati nella mente. Esercitando il ministero in questo modo ogni predicatore è davvero messo da parte e onorato da Dio per essere coinvolto in un servizio sacro e sacrificale. Questo servizio è molto gradito al nostro Dio che accoglie la vita di coloro che con ubbidienza rispondono per fede all’Evangelo. Questa è l’immagine che l’apostolo Paolo presenta e all’interno della quale vede il Signore all’opera.
Non c’è gioia più grande nella vita che essere graditi al nostro Dio! Possa essere così per tutti coloro che sono impegnati nel ministero dell’Evangelo mentre, come Paolo, sono fedeli al loro ruolo biblicamente designato e cercano l’appropriato risultato desiderato nel loro ministero.
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