Il tuo account

Dov'è Dio quando succedono brutte cose? - Trovare conforto nei momenti di difficoltà

Dov'è Dio quando succedono brutte cose? - Trovare conforto nei momenti di difficoltà

  0.00
Puoi votare questo prodotto se esegui il login.

Fuori Stampa

Disponibilità
Prodotto fuori stampa non disponibile per l'acquisto
Nostro prezzo  €13,00

Descrizione

L'evangelista di fama mondiale Luis Palau ha ascoltato la sofferenza di migliaia di persone in tutto il mondo e lui stesso ha sperimentato cosa voglia dire soffrire.Nel libro "Dov'è Dio quando succedono brutte cose?" l'autore aiuta coloro che soffrono ad affrontare le avversità della vita. Anche se il libro è anzitutto utile a coloro che hanno già fede, esso è pensato soprattutto per coloro che la stanno tuttora cercando e si chiedono dove possa essere Dio in tempi di difficoltà.Non è un trattato accademico sul problema del male, ma il tentativo di esplorare l'agire divino nel mezzo della sofferenza.

Proprietà

ISBN: 9788880773337
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880773337
Peso: 0,270kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

SE SEI A TERRA PER PIù DI NOVE SECONDI NON VUOL DIRE CHE SEI SCONFITTO

Quando la tragedia colpisce il lento scorrere della vita, molti di noi, dopo aver risollevato il nostro corpo sanguinante dal pavimento, si chiedono: perché? Perché è accaduto? Perché è accaduto a me? Se c’è veramente un Dio ed è un Dio di amore come molti credenti pensano, come può aver permesso una simile tragedia? Che razza di Dio se ne starebbe seduto senza muovere un dito?
“Dov’era Dio quando questo incidente ha demolito il mio mondo?”, ci chiediamo. Questa non è semplicemente una domanda da intellettuali, per me.
Primo, ogni giorno mi capita di avere a che fare con persone colpite dalla tragedia. Essi non hanno bisogno di risposte “accademiche” alla loro sofferenza; disperatamente sono alla ricerca di un raggio di speranza che possa sorreggere le loro mani tremolanti. Hanno bisogno di vedere un futuro nascosto da qualche parte nei meandri della loro esistenza.
Secondo, io ne so qualcosa di tragedie, in prima persona. Almeno quattro volte nella mia vita, catastrofi familiari sono capitate quasi come meteoriti cadute improvvisamente dallo spazio, cancellando la mia visione del futuro e seppellendomi quasi vivo sotto il loro enorme peso. Ogni volta le mie ginocchia si sono inarcate e sono stato tentato di chiedere a Dio: “Dove eri quando queste cose sono accadute?”
E così posso dire di aver scritto questo libro, non basandomi su qualche episodio isolato e facente parte della mera sfera teorica, ma da una prospettiva intensamente personale.

ADDIO PAPà

La prima delle “meteoriti” delle quali parlavo prima, mi è capitata quando avevo dieci anni, e mi trovavo in un pensionato scolastico in cui si insegnava l’inglese, a nord di Buenos Aires, in Argentina. Lì, ho ricevuto una telefonata dalla nonna; una telefonata che in retrospettiva, posso dire, avrebbe cambiato la mia vita.
“Luis”, mi disse nervosamente: “tuo padre sta molto male. Devi tornare a casa immediatamente”.
Amavo naturalmente mio padre. Era un uomo d’affari di successo, venuto in Argentina dalla Spagna quando era giovane, assieme ai suoi genitori, ai fratelli ed alle sorelle. Suo padre morì qualche anno più tardi, quando mio padre aveva sedici anni. Doveva andare a lavorare presto al mattino. Comprò un camion e trasportava materiale per le costruzioni, mattoni, cemento e sabbia; ogni cosa che potesse servire per costruire.
Dopo che la sua attività crebbe, pensò: posso costruire case come queste persone. Perché devo trasportare il loro materiale? Presto comprò del terreno ed iniziò a lottizzare. Non obbligava gli acquirenti a sottoscrivere contratti; contava semplicemente sul loro senso civico per onorare gli impegni presi. Gli affari andavano veramente bene e cominciò a guadagnare somme ingenti. Fece in modo che i suoi fratelli lo seguissero nell’impresa e cominciò ad assumere impiegati.
Papà comprò anche una fattoria ed ingaggiò camerieri, bambinaie e conducenti per farla funzionare. La gente di città lo rispettava ed io mi ricordo quando pensavo: Caspita, mio padre è uno che si fa valere. Mi promise che quando avrei compiuto sedici anni, mi avrebbe acquistato un furgone; nel nostro piccolo villaggio era una cosa importante. Mi diede anche un pezzo di terreno e mi aiutò a seminare granoturco e pomodori. Mi diceva sempre che era il mio pezzo di proprietà.
Ed anche sotto l’aspetto della fede, mio padre cresceva di pari passo con la crescita dei suoi affari. Divenne cristiano all’età di ventisei anni, immediatamente dopo che mia madre fece la sua professione di fede in Gesù. Nel mezzo di un culto di domenica in una piccola cappella, egli si alzò, interruppe il predicatore, ed annunciò la sua decisione di seguire Gesù. E mostrò questa sua volontà con un segno tangibile: ristrutturò la chiesa; poi, costruì altre chiese nella regione, vendette delle piccole case nuove alle famiglie più povere e trovò anche il tempo di annunciare la Buona Notizia di Cristo a centinaia di persone.
Ma, un giorno, mio padre si ammalò. Stava aiutando degli operai a scaricare un camion di sabbia e si stava dando parecchio da fare, quando si prese un raffreddore. Dopo di questo però, contraè una polmonite. Eravamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale e non era ancora disponibile la penicillina. I dottori erano senza rimedi seri per quel tipo di malattia. Nei successivi nove giorni, divenne debole.
Questo avvenne quando ricevetti la telefonata. Sapevo che doveva trattarsi di qualcosa di serio, altrimenti la nonna non mi avrebbe contattato.
Subito presi il treno fino ad una fermata appena fuori Buenos Aires e poi camminai fino a casa sotto un sole estivo che scottava. Penso di aver camminato per poche vie, ma sapete, quando si è giovani e soprattutto quando il proprio padre sta per morire, poche vie sembrano molte miglia. Era metà pomeriggio quando arrivai nel marasma più completo. Molti parenti si lamentavano e piangevano dicendo: “Perché Dio permette a quest’uomo di morire? Che ne sarà dei bambini?” Persino il cane di casa stava ululando. Mio padre era morto qualche ora prima, a soli trentaquattro anni.
Seppellimmo mio padre il giorno dopo la sua dipartita. La pratica dell’imbalsamazione non era d’uso a quel tempo, e il clima caldo dell’Argentina esigeva un funerale rapido. Gli altri componenti della famiglia cercarono di tenere me e le mie sorelle lontano dal cimitero, ma io riuscii a scappare e ad intrufolarmi attraverso un’apertura della casa, correndo verso uno degli operai di mio padre. “Lasciami andare”, gli dissi e salii sul retro del furgone, coprendomi con un telone.
Avevo giurato di lanciare un po’ di terra sulla bara di papà; e come figlio maggiore, pensavo di averne il diritto. Arrivati al cimitero, scesi dal furgone e mi infilai tra le persone che facevano da corona al luogo dove doveva essere seppellito. Prima che qualcuno potesse fermarmi, gettai una manciata di terra sulla sua bara.
La mia vita da quel momento, cambiò radicalmente. Eravamo io, le mie tre sorelle, mia madre ed una quarta sorella che sarebbe nata la primavera successiva. Mia madre non aveva pratica di affari e nei successivi anni, i debiti cominciarono ad incrementare. Molta gente spregiudicata la imbrogliò e noi precipitammo dal benessere alla povertà. Mi ricordo, da adolescente, che vestivo abiti regalati, che erano troppo lunghi e cappotti spropositati per il mio magro corpicino. Alla fine, per toglierci dall’imbarazzante situazione, decidemmo di trasferirci a Cordoba, qualche centinaio di chilometri più a nord. Eravamo la famiglia più agiata della città ed ora diventammo la famiglia più povera. In risposta alle nostre incessanti preghiere, Dio, in questo contesto, sembrava silente.
Alla fine, dovetti scordare i miei sogni di diplomarmi e cominciai ad essere d’aiuto a mia madre ed alle mie sorelle, lavorando. Ad un certo momento, eravamo debitori di una rata d’affitto di otto mesi e non eravamo in grado di pagarla. è solo grazie a Dio che i proprietari non ci sbatterono in mezzo alla strada. Venne anche il momento in cui quello che avevamo da mangiare era solo del pane francese abbrustolito con aglio. Il proprietario di un negozio all’angolo della strada ci dava regolarmente del pane perché sapeva che non ne avevamo. Oggi, riguardo alcune foto mie di quell’epoca e stento a credere che fossi così esile.
Accadeva più volte che quando eravamo proprio a terra e sull’orlo del fallimento totale, senza un misero centesimo di denaro, ricevevamo una lettera intestata alla “Signora Palau”, che diceva: “probabilmente non sapete chi sono ed anche se ci incontrassimo, lei non si ricorderebbe di me. Ma quando stava liquidando la proprietà a seguito della morte di suo marito, io l’ho imbrogliata. Dicevo che il furgone che avevo acquistato da voi non andava bene, che il motore non funzionava ed era rotto, e che quindi l’avevo acquistato al solo scopo di farvi un piacere, per un minimo uso. Nella realtà, era in perfetto ordine. Con questo cruccio che mi tormenta, non sono mai stato in grado di vivere. Allego alla lettera un assegno corrispondente al valore del furgone, più gli interessi”.
Altre volte ricevemmo la comunicazione che i soldi erano stati spediti, ma che non c’era nessuno in città in grado di incassarli. Senza la possibilità di pagare la tariffa del bus, mia madre camminava per diversi chilometri al fine di incassare la cifra. Queste circostanze, ci consentivano di acquistare cibo ed altre necessità primarie, e noi ragazzi ne prendevamo nota.


LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

Un’altra meteorite precipitò su di noi qualche anno più tardi, nel 1980, quando mia moglie Pat ed io, dovemmo affrontare la sfida più difficile della nostra vita.
Pat si era unita a me nelle ultime sei settimane di evangelizzazione a Glasgow, Scozia. La sua non usuale tranquillità, unita alla sua faccia lunga, mi dicevano che stava covando qualcosa. Alla fine, le chiesi che cosa le prendesse. Mi disse che non aveva mai voluto dirmelo prima per paura che questo distraesse l’attenzione dal mio ministero. E così, ebbe il coraggio di chiamare per nome il problema.
“Ho un nodulo al seno”, mi disse, “e temo che sia maligno”.
Parecchio preoccupati per la notizia, facemmo rientro immediatamente negli Stati Uniti e prendemmo appuntamento per il lunedì mattino seguente con un dottore.
Egli fece fare una biopsia e ci fu detto di ritornare per la risposta, il giovedì successivo. Pregammo e sperammo che ogni cosa andasse per il verso giusto.
Giovedì ascoltammo quello che nessuno vorrebbe sentire: “Mi dispiace tantissimo, ma si tratta di un tumore maligno”, ci disse il dottore. “Pat devi venire in ospedale questo sabato; e l’intervento è previsto per il lunedì successivo. Non bisogna ritardare. Non sappiamo ancora quanto questo tumore si sia ramificato, ma tu hai un cancro”.
Uscendo dallo studio medico, in preda ad un comprensibile panico, Pat si voltò e mi disse: “bene, caro, questa è la fine”.
Pat fu sottoposta ad un intervento radicale di mastectomia, a seguito del quale i medici prescrissero delle serie di chemioterapie più lunghe del solito. Questa cura le diede sintomi di nausea, tali che mi confessò: “preferisco morire che andare avanti così”. Dopo due settimane, i dottori abbassarono le dosi di chemioterapia. Ma anche questo sembrò raffreddare il suo corpo. Aveva dei brividi, costantemente. Cuscini riscaldati e coperte elettriche non ebbero alcun effetto. Fu terribile, non ci sono altri aggettivi, per due anni interi.

UNA DOSE DI VACCINO CONTRO LA POLIO

Non è sempre onorevole essere epitetati come “una delle quattro persone che…” E questo era il caso di mia suocera. Questa donna devota, è stata una delle quattro persone che, trentacinque anni fa, ha ricevuto una dose del vaccino antipoliomielitico, sperimentato con successo dal Dr Jonas Silk; per sapere dopo poco di essere caduta vittima di questa malattia.
Pat ed io stavamo parlando ad una conferenza, quando abbiamo ricevuto la notizia che Elsie Scofield, la mamma di Pat, era stata portata d’urgenza in ospedale ed era in pericolo di vita. All’età di quarantotto anni, prese una dose del vaccino a scopo precauzionale e nel giro di pochi giorni si era trovata a combattere per la sua vita. Da quel giorno, le sue gambe divennero paralizzate.
L’incidente ci ha molto colpiti. Non fosse altro, perché non aveva senso. In primo luogo infatti, lei non aveva necessità di prendere quel vaccino. In secondo luogo, perché a casa aveva un piccolo di cinque anni che, comprensibilmente, aveva bisogno di una madre in forma. E, terzo, Elsie era una brava donna, che non meritava di complicarsi la vita in quel modo.

L’AIDS COLPISCE LA FAMIGLIA

In questi ultimi anni, una delle mie sorelle e suo marito, hanno avuto compiti di responsabilità in una grande chiesa della California. Prima di ciò, vivevano nella splendida Buenos Aires, in Argentina. Un loro figlio, di nome Kenneth, era così capace nella musica, un vero talento, che si guadagnò un posto nell’orchestra sinfonica della città. Ma, negli anni dell’adolescenza, diede presto segni di ribellione.
Dopo che la famiglia si trasferì nella zona di San Francisco, Kenneth adottò uno stile di vita omosessuale, che lo portò a far visita alla grande città per incontrare i suoi numerosi “fidanzati”. Non ha mai cercato di nascondere il suo stile di vita a nessuno; era semplicemente un ragazzo giovane che pensava di essere invincibile. Giunse persino a portare i suoi amanti a casa dei genitori, nonostante la loro risoluta contrarietà a questa sua condotta sessuale.
Un giorno, Kenneth cominciò a sentirsi male e prese un appuntamento per fare degli esami medici alla clinica medica dell’Università di Stanford, a Palo Alto. Dopo diversi test, il suo dottore gli comunicò: “Kenneth, mi dispiace doverti dire che hai contratto l’AIDS. Hai solo sei mesi di vita. è oramai in uno stadio irreversibile e non c’è niente da fare”.
Da quel momento in poi, guardammo e pregammo mentre mio nipote di soli ventitrè anni si stava spegnendo. Perdeva peso e divenne sembre più debole. Andò avanti così per due anni, avendo la meglio sulle previsioni del medico di un anno e mezzo. Solo nelle ultime settimane di vita, divenendo sempre più debole, non poté dedicarsi alla sua passione, la musica. Alla fine, quasi cinque anni fa, le sue ulceri multiple ed i tumori crebbero troppo per il suo corpo, che finì per morire all’età di venticinque anni.

DOV’ERA DIO?

Ogni volta che queste meteoriti colpivano il mio mondo, la domanda “dov’è Dio?” era ricorrente, ma all’inizio io non sapevo che cosa rispondere. Quello che possedevo era la mia fede nella bontà e nella fedeltà di Dio Onnipotente, anche quando non ero in grado di dare spiegazione del suo agire. Dio naturalmente, non ci deve alcuna risposta.
Ma, nel corso degli anni, ho cercato di riflettere sulla domanda e sono giunto alla conclusione che, in molti casi se non in tutti, una risposta c’è.
Oggi, per esempio, posso dare le seguenti risposte alle domande che mi hanno angosciato.

Credo che la morte di mio padre mi abbia impedito di iscrivermi al college e di lavorare negli affari; invece mi ha posto su un sentiero nel quale, a distanza di anni, mi ritrovo ora. Ci sono certamente ottime ragioni per diventare un uomo d’affari, ma Dio aveva in mente qualcosa di diverso per me.
Sono convinto che se non fosse stato per la morte di mio padre, probabilmente non avrei iniziato la mia missione di evangelizzazione, a favore degli altri. Mio padre è morto con una tale speranza che pensavo ognuno dovesse morire in quel modo. Volevo che ognuno conoscesse Gesà Cristo. L’apostolo amato, Giovanni, ci dice nella Bibbia che “Dio ci ha dato la vita eterna, e questa vita è nel Figlio suo” (1 Giovanni 5:11). Credere in Dio è l’unico modo sicuro di andare in paradiso.

Credo che il cristiano che soffre sia parte del progetto di redenzione di Dio, ma in un modo tutto speciale. Mi spiego meglio; Dio può prendere il nostro dolore ed utilizzarlo a fini stupendi. Egli non rigetta le nostre lacrime. La Bibbia si riferisce a questo quando dice: “...le tribolazioni che Cristo ha ancora da soffrire, io le completo nella mia carne a favore del suo corpo che è la chiesa” (Colossesi 1:24).
La battaglia di Pat contro il cancro dimostra questo principio. Ha dovuto affrontare la chemioterapia, non è tornata con me in Scozia per un crociata evangelistica, così ognuno si chiedeva come stesse. La BBC di Scozia mi chiese di concludere il programma con una trasmissione di sette minuti. Per otto sere di seguito, ho descritto la malattia di mia moglie e ho detto a un uditorio numeroso come ella avesse trovato speranza in Gesù Cristo.
La BBC, inoltre, mi ha sfidato a recarmi in un bar di Glasgow per parlare con i gerenti del Signore, confidando che non avevo i requisiti per poterlo fare. Così dissi: “Certo che lo faccio”. Io dissi in quale bar andavo, sicuro che essi mi avrebbero seguito. La mattina dopo, mi recai al bar e cominciai a parlare con la gente. Molti di loro sapevano chi fossi, a seguito della pubblicità che accompagnava le mie trasmissioni, e molti si nascondevano perché non sapevano che cosa fare.
Quando le persone della BBC che mi avevano sfidato arrivarono, i gerenti del locale non si fecero trovare. Nessuno voleva farsi vedere in un bar alle undici del mattino di un giorno di lavoro. E quando le riprese televisive iniziarono, stavo parlando con un ragazzo giovane. Avemmo una buona conversazione.
Quella sera quando arrivai alla Kelvin Hall di Glasgow, una ragazza credente che faceva del volontariato nell’aiutare gli altri a superare i propri problemi, corse verso di me e disse: “Oh, Signor Palau, non crederà a quello che è accaduto. Io sono stata l’unica credente nella mia famiglia per tanti anni. Mio padre era un alcolista; beveva whiskey come un bambino ingurgita dell’acqua, bottiglie dopo bottiglie. Mia madre non crede; mio fratello non lavora. Questa mattina, il ragazzo con il quale lei ha avuto occasione di parlare al bar, era mio fratello! Dopo la sua conversazione, venendo a casa di corsa, disse: “Tu non crederai chi c’era al bar! Era il Signor Palau! Lei ha lasciato il segno su di lui”.
Ma la sua storia non finiva qui. Lo stesso giorno, suo padre stava seduto di fronte alla televisione, mezzo ubriaco, che ascoltava come io descrivevo la battaglia di mia moglie contro il cancro. Iniziò ad insultarmi, convinto che ero un altro stupido evangelista che veniva dagli Stati Uniti. Ma la storia che raccontai lo colpì, finché scoppiò in un pianto diffuso. Qualcosa era successo a questo vecchio scozzese. Alla fine del breve programma, io dissi: “Se state ascoltando le mie parole e non avete ancora ricevuto il Signore dentro di voi, mettetevi in ginocchio ed aprite il vostro cuore a lui”. E quel vecchio uomo fece esattamente così. Quindi, chiamò la sua famiglia a sé e disse: “Mi sono convertito! Sono un cristiano!” Chiese loro di seguirlo fino al luogo dove teneva nascosto il whiskey, prese le bottiglie e le versò tutte nel bagno.
Quando la ragazza mi raccontò la storia, io pensai: potrebbe essere che il Signore, in modo del tutto misterioso, abbia consentito di colpire Pat con questa grave malattia, al fine di condurre quest’uomo a lui? Può essere, dopo tutto, che la sua sofferenza abbia avuto un effetto di redenzione su quel vecchio.
Credo che questo sia un lato della questione. Possono esserci altri propositi, altre ragioni che non conosco e che forse non potranno mai essere conosciute in questo lato dell’eternità. Ma so che la storia di Pat può essere stata l’unica cosa che ha portato quell’anziano a convertirsi.

Perché mia suocera ha inoculato quella dose di vaccino ed è rimasta mezza paralizzata? Ad essere sinceri, non lo so. So che il suo modo di vivere, gioioso e generoso ed il suo rifiuto di consentire all’amarezza di entrare in lei, hanno avuto un impatto su chi l’ha conosciuta. Ella è una testimone vivente del potere di Dio.
Ma perché Dio non ha usato quel potere per evitare che la madre di mia moglie contraesse la poliomielite? Nessuno lo può sapere veramente. Ma la sua situazione mi suggerisce che se noi non siamo capaci di guardare oltre la sofferenza e capire che essa in qualche modo viene gestita in prima persona da Dio, rimaniamo con le nostre idee.
Ed ho visto molto dell’operato di Dio per pensare che il suo modo di agire sia sempre giusto.

La storia di mio nipote prova che il Signore è grazioso e perdonerà, anche nell’ultimo momento.
Kenneth ha parlato dell’AIDS alla sua famiglia in una circostanza in cui tutti erano riuniti sulle colline della California del Nord. Eravamo sessanta a celebrare il settantacinquesimo compleanno di mia madre; egli colse quell’occasione per dire a tutti che aveva avuto un stile di vita omosessuale, aveva contratto quella malattia e gli era stata diagnosticata una sentenza di morte. Tutto ciò, provocò in noi uno shock incredibile.
I suoi genitori ed io sapevamo già tutto prima che ci fosse quella riunione di famiglia, ma mia sorella che non sapeva nulla, si girò verso di me e disse: “Devi scoprire se egli è realmente pentito oppure no. Egli dice di esserlo, ma non ne siamo così sicuri”. Così, uscimmo un attimo e camminando assieme, su per le colline, chiesi a Kenneth: “Hai la vita eterna? Ti sei pentito? Hai appena detto a tutta la famiglia allargata che stai per morire. Ma sei sicuro di andare in cielo?”
“Zio Luis”, disse lui, “io sono pentito di quello che ho fatto e credo di avere la vita eterna e che sto per andare in cielo, ma mio padre non mi crede. Egli pensa che lo sto dicendo senza esserne convinto, giusto perché conosco la Bibbia. Non crede che mi sono veramente pentito. Quando morirò, gli puoi parlare dicendogli che mi sono veramente pentito davanti a Dio, che egli mi ha perdonato e che la mia direzione è verso il cielo, lassù?”
Uscì da quella conversazione, convinto che mio nipote era veramente cambiato. E nelle settimane che gli restavano, potei dimostrare alla sua famiglia che il contenuto della discussione che avevamo avuto era vero. Egli parlava spesso del Signore, e i suoi parenti, con regolarità, gli leggevano la Bibbia. Ebbe anche uno spirito allegro fino alla fine. Mia madre stava diventando vecchia e mia sorella aveva nel frattempo comprato una tomba di famiglia. Fu deciso che chi fosse morto per primo, lei o Kenneth, doveva essere posto nel luogo inferiore e l’altro o l’altra sopra di lui. Così Kenneth, a dimostrazione di quel suo spirito allegro, era solito dire: “Nonna, se io dovessi morire per primo sappi che verrei a bussare al tuo sarcofago per sapere se stai bene”.
Il corpo di Kenneth è ora laggiù, nella terra; egli non può bussare. Ma entrambi, lui e la nonna, stanno godendosi l’eternità meravigliosa con il loro Dio.

CERCANDO UNA RISPOSTA

E guardando alle vite di quelle persone che hanno gridato agonizzando al loro Dio: “Dov’eri?”… noi siamo sempre più convinti che egli era lì. Talvolta era nell’ombra. Talvolta sotto di noi, tenendoci nelle sue braccia. Ma egli è sempre lì, anche se non lo possiamo vedere.
Il fatto è che, per ogni tipo di tragedia ci dovesse colpire, anche la più nefasta, noi possiamo, trovare speranza, se solo guardiamo dalla parte giusta.
Scrivi una recensione per questo prodotto

Commenti

Devi eseguire il login per aggiungere una recensione.

Luis Palau

Luis Palau evangelista argentino, soprannominato il Billy Graham dell'America Latina, ha predicato il Vangelo a oltre 10 milioni di persone in 60 nazioni.

Il ministero portato avanti dalla sua associazione evangelistica ha raggiunto decine di milioni di persone in tutto il mondo mediante la radio, la televisione e la letteratura. I suoi libri sono tradotti in 35 lingue.


I clienti che hanno scelto questo articolo hanno scelto anche:

Dello stesso autore