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Dodici Ebrei scoprono il Messia

Dodici Ebrei scoprono il Messia

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Descrizione

Spesso timorose di incomprensione da parte degli altri credenti, in cerca di una identità nazionale e spirituale, le dodici persone di cui le storie sono raccontate rappresentano un meraviglioso tocco di Dio in Israele oggi...

Proprietà

ISBN: 9788880771678
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880771678
Peso: 0,310kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1


Samuele, il profeta


Samuele Suran, quarantacinquenne, uno dei capi della congregazione messianica Kehilat Brit a Gerusalemme, è seduto dietro alla tavola e mostra dei dipinti di sua molgie Pamela nella sala conferenze Binyanei Hauma. Ha i capelli rossi, gli occhi felici e una bocca sorridente contornata da una barba rossiccia che comincia a diventare grigia di lato.
Guardo i dipinti appesi sulla parete dietro il divano; sono belli; una serie di acquerelli sulla vita di Giacobbe mi piace in modo particolare. Vi si vede un Giacobbe impetuoso che combatte con l’angelo del Signore e lungo tutti i dipinti si notano righe sottili che li fanno sembrare finestre con i vetri lavorati.
Pamela Suran è una delle più note artiste messianiche. Mentre Sam racconta la sua storia, di tanto in tanto veniamo interrotti da persone che vogliono comperare una serie di dipinti. Una signora americana dice: “Quanto mi piacciono i dipinti di sua moglie! Lo Spirito Santo parla tramite essi”. Questa è la vera differenza fra prima e adesso: ora lo Spirito Santo parla tramite i dipinti di Pam.
Pamela ha studiato arte moderna in America e in Europa, ha cominciato a dipingere ed ha esposto nel corso di 17 mostre, poi ha incontrato Gesù e le è subito stato chiaro come avrebbe dovuto usare il suo talento: avrebbe dovuto investire nel regno di Dio e aiutare a espanderlo.
Nel 1980 fece un viaggio in Israele, espose i suoi quadri alla Galleria Dugit a Tel Aviv e incontrò Samuele; si sposarono e Pamela cominciò ad aiutare suo marito nel suo ministero di anziano nella congregazione messianica e di oratore su temi profetici in Europa e in America.
Sam ha una visione chiara sugli sviluppi futuri in Israele. Crede che i tempi siano maturi per un grande risveglio spirituale che definisce G’eulah Sh’leimah, la “piena e finale redenzione di Israele”. Pensa che negli anni a venire Dio si rivelerà agli Ebrei. Gli Ebrei accetteranno Gesù come Messia e il muro di divisione fra ebrei e cristiani si sgretolerà sempre più nel corso di questi anni.
Dio si è rivelato a Sam tramite i Salmi in modo unico e straordinario. Dopo aver visto un dipinto di Leonardo da Vinci chiamato “L’ultima cena”, Sam comprò e lesse un Nuovo Testamento e Dio gli fece comprendere come Gesù fosse morto per lui. C’era una insegna che era stata posta sulla croce e su cui era scritto: “Questo è Gesù, il Re dei giudei” (Matteo 27:37). Questo commosse Sam fino alla profondità del suo essere e proprio come Saul “non fu disobbediente alla visione celeste” (Atti 26:19).

Il mio vero nome è Stuart Suranowitz, ma, quando venni in Israele, lo cambiai in Samuele Suran. Molti immigranti lo fanno; cambiano il nome quando vengono a vivere qui. Suranowitz è il nome che mi deriva dalla diaspora; Suran è il mio nuovo nome da israeliano.
I miei nonni erano ebrei ortodossi provenienti dalla Russia e dalla Polonia. Erano della tribù di Levi, gli uomini servivano come sacerdoti nel Tempio. Poiché il secondo tempio con tutte le genealogie familiari fu distrutto nel 70 d.C. non possiamo provarlo, ma, di generazione in generazione, questa storia è stata tramandata da padre a figlio: eravamo kohanim, membri della tribù di Levi. Mio padre lo seppe da suo padre e così tutti gli altri.
Io sono cresciuto nella città di New York e non avevo idea di chi fosse Gesù. Sono cresciuto con le stesse idee di molti ebrei: Gesù aveva qualcosa a che fare con i gentili, con Maria, con il Papa, con Roma e il Vaticano, ma non con noi perché eravamo Ebrei. Negli anni 60 ci fu un movimento fra i giovani in America, un desiderio di cercare lo scopo e il significato della vita. Io appartenevo al gruppo di giovani che andavano all’Università per investigare ogni cosa e che sperimentavano ogni cosa per trovarvi un significato.
Come ogni ragazzo ebreo seguii la tradizione ebraica e celebrai il mio Bar Mitzvah all’età di tredici anni. Questo significa che davanti a Dio, alla tua famiglia e ai tuoi amici, tu ti alzi nella sinagoga, leggi un passo della Haftarah e leggi un passo della Torah per quella settimana. Questo richiede un anno di preparazione; l’insegnante è il rabbino e si impara a leggere la Torah e a recitare le preghiere.
Nel giorno del mio Bar Mitzvah il passo da leggere era Ezechiele 36:16:38 che parla del ristabilimento di Israele:

“Io vi farò uscire dalle nazioni, vi radunerò da tutti i paesi, e vi ricondurrò nel vostro paese; vi aspergerò d’acqua pura e sarete puri... Vi darò un cuore nuovo... Abiterete nel paese che io diedi ai vostri padri, sarete il mio popolo, e io sarò il vostro Dio...”

In quel giorno nella sinagoga, ebbi una profonda esperienza di Dio; la lettura di quella parte della Scrittura segnò il momento più alto della mia esperienza con Dio fino a quel momento. Mentre leggevo questo passo del profeta Ezechiele, sentii con forza la presenza di Dio su di me.
Stranamente, però, poco dopo girai le spalle al giudaismo rabbinico e seguirono tredici anni durante i quali cercai lo scopo della vita. Da una parte non potevo accettare il modo di vivere indicato dagli Ebrei ortodossi, ma che cosa altro c’era? Volevo, perciò, scoprire personalmente ciò che la vita aveva da offrirmi.
Amavo l’atletica, in un certo senso ero fanatico dello sport; giocavo a baseball, a basket e a calcio. Posso dire che ero una specie di eroe alle scuole superiori ed ero il giocatore più considerato.
Dopo la scuola superiore andai nel mondo e mi persi sempre di più; mi allontanai ancora di più da Dio e questo andò avanti finché non ebbi 26 anni.
Durante quegli anni studiai molte filosofie umanistiche: Freud, Engels e Marx e altre importanti filosofie del mondo e diventai sempre più confuso. Non ero neanche più sicuro dell’esistenza di Dio.
Quegli anni culminarono in una crisi che mi portò a leggere di nuovo il libro di preghiere ebraiche il Siddur. Lessi le preghiere e i Salmi e questo risvegliò qualcosa che si trovava in me nel profondo; la mia anima ebraica fu toccata di nuovo e credetti nel Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe.
Questo veniva da Dio; mentre leggevo la Parola, Dio risvegliò qualcosa nella mia anima ebraica che mi fece credere nel Dio che aveva creato il cielo e la terra. Ebbi così la certezza dell’esistenza del Dio di Israele. Dio sapeva esattamente in quale modo doveva parlarmi e toccò il mio cuore ebraico con la lettura della Parola. Intuitivamente avvertivo che la verità era quella e non le filosofie che avevo studiato all’Università.
Nel mio cuore c’era una battaglia in atto fra la luce e le tenebre, il bene e il male, la verità e la menzogna. Mentre continuavo a leggere i Salmi, essi cominciarono a parlarmi in modo molto personale. Mi resi contro che il Re Davide parlava di Dio come se fosse suo Padre; pareva che avesse una intima relazione personale con Dio. Questo mi toccò; nessuno me ne parlò, nessuno mi spiegò il Vangelo. La mia mente era ancora piena delle filosofie che avevo studiato all’Università ed ero in combattimento con me stesso.
Negli anni sessanta noi giovani cercammo risposte al significato della vita. Era il tempo dei Beatles, delle droghe e del rock’n roll. Ero giunto alla conclusione che non c’era una verità, che la vita non aveva significato e che la cosa più giusta da farsi era mangiare, bere ed essere lieti. Quegli anni furono per me come una grande festa.
Poi arrivò la festa di Rosh Hashanah, l’anno nuovo ebraico e, secondo la tradizione, quello è il giorno nel quale Dio giudica il mondo e l’umanità. Proprio in quel giorno e non in un altro fui arrestato perché in un luogo a nord dello stato di New York coltivavo un campo di marijuana. Andai in prigione per tre giorni e, quando fui liberato su cauzione, cominciai a leggere il mio siddur ed ebbi il mio primo incontro con Dio. Si potrebbe dire che Dio mi obbligò a fermarmi per richiamare la mia attenzione.
Mi laureai all’Università ed ebbi un incarico come insegnante di matematica in una scuola nel centro della città di New York. Gli studenti, provenivano da famiglie molto povere e quello fu il motivo per cui accettai quel posto; ero una specie di operatore sociale.
Quello era anche il periodo della guerra in Vietnam, il periodo nel quale i miei coetanei protestavano con forza contro la guerra, il materialismo e l’ipocrisia della società occidentale.
Insegnai in quella scuola per tre anni e mezzo e, durante quel periodo, lessi l’Antico Testamento. Avevo una tal fame di Dio che leggevo la Bibbia negli intervalli fra un’ora e l’altra e durante la pausa pranzo. Amavo in particolare i Salmi.
Un giorno, mentre ero seduto in classe, lessi il Salmo 40 e all’improvviso mi accadde qualcosa. Lessi:

“Ho pazientemente aspettato il Signore, ed egli si è chinato su di me e ha ascoltato il mio grido. Mi ha tratto fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi. Egli ha messo nella mia bocca un nuovo cantico a lode del nostro Dio. Molti vedranno questo e temeranno, e confideranno nel Signore. Beato l’uomo che ripone nel Signore la sua fiducia” (Salmo 40:1-4).

Sentii un profondo legame con Davide; la sua esperienza era la mia esperienza, egli aveva espresso in parole i miei pensieri e i miei sentimenti. Era come se il Signore stesse parlando a me: “Samuele, ti sto traendo dal fango della palude, ho stabilito i tuoi piedi sulla roccia e ho messo sulla tua bocca un canto di lode”.
Quando arrivai al versetto che dice: “Beato l’uomo che confida nel Signore”, non capii che cosa significasse davvero, ma ero pronto a fare quello che diceva e decisi di confidare nel Signore. Lasciai il mio lavoro di insegnante e cominciai una nuova vita. Non sapevo come mi sarei guadagnato da vivere, sapevo soltanto che avrei confidato nel Signore.
Andai dal preside e gli dissi che il Signore si era rivelato al mio cuore e che io volevo confidare in lui secondo le parole del Salmo 40, per questo davo le dimissioni. Non capì quello che gli dicevo, forse pensò che fossi pazzo. Non era un credente ma, anche se lo fosse stato, avrebbe pensato ugualmente che io fossi pazzo. Così lasciai la scuola.
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