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Paolo di Tarso - Un uomo alle prese con Dio

Paolo di Tarso - Un uomo alle prese con Dio

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Descrizione

Paolo: uno spirito dottrinario, rigido e antifemminista o geniale formulatore di verità fondamentali senza il quale il cristianesimo sarebbe rimasto una setta? L'attualità di Paolo: Accusato di essere uno spirito dottrinario, rigido e antifemminista, Paolo è da sempre una figura controversa che avrebbe barattato la religione del cuore di Gesù con un sistema dottrinale tortuoso.Nondimeno, senza il suo genio nel formulare verità fondamentali della nuova fede, il cristianesimo sarebbe rimasto una setta.In un mondo in cui la questione del senso della vita e della dignità umana resta dolorosamente centrale, la scoperta di un Dio che accoglie a prescindere dai meriti acquista straordinaria attualità.Daniel Marguerat è professore ordinario di Nuovo Testamento presso la Facoltà di teologia dell'Università di Losanna.In Italia ha pubblicato Vivere con la morte, Introduzione al Nuovo Testamento e Risurrezione.

Proprietà

ISBN: 9788870165203
Produttore:
Claudiana
Codice prodotto: 9788870165203
Peso: 0,110kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

1

CITTADINO DEL MONDO

è difficile sapere quando nacque Paolo. Può darsi nell’anno 7 e.v., calcolando però un margine d’errore in più o in meno di circa cinque anni. Ciò significa che egli era di una dozzina d’anni più giovane di Gesù, il quale dev’essere nato nel 4 a.e.v. I due avrebbero potuto incontrarsi a Gerusalemme prima del 30, uniti alla folla di pellegrini che salivano alla Città santa per la Pasqua… ma non fantastichiamo. Se ciò fosse accaduto, il piccolo gruppo di discepoli seguaci del rabbi di Nazareth non avrebbe minimamente suscitato l’attenzione di Paolo.
Infatti, tutto divide Gesù e Paolo. Gesù è un galileo.Viene da una realtà lacustre e di villaggi; questo figlio di un falegname non doveva sentirsi troppo a suo agio nella città di Gerusalemme. Non è mai uscito dalla Palestina e la sua vocazione era quella di riformare il giudaismo.
Paolo è un cittadino, viene da Tarso in Asia minore. è un intellettuale d’alto livello. Per di più, è fariseo, membro di quel gruppo che Gesù attaccherà tanto sovente, e che gli renderà la pariglia.
Tutto quindi divide Paolo da Gesù: nascita, cultura, professione, origini, lingua. Gesù usa il linguaggio della terra e dell’acqua. Le sue parabole parlano di nozze nei villaggi, di disoccupati che cercano lavoro, di semina difficile e del pastore che conta le sue pecore al tramonto. Paolo, invece, evocherà le case e i mercati, i padroni e gli schiavi, le strade, i santuari dominanti la città.
Gesù è l’uomo della campagna e della Palestina; Paolo l’uomo delle città e dei grandi spazi. Da queste due figure nascerà il cristianesimo.
UOMO DI DUE CULTURE

Nell’antichità, l’identità delle persone era strettamente legata a tre fattori: il genere sessuale, la discendenza e la provenienza. Essere uomo, maschio, dava immediatamente diritto all’istruzione scolastica, a patto però di essere di famiglia agiata, libero e non schiavo, e di vivere se possibile in ambiente urbano, perché la città è il luogo delle scuole e degli scambi culturali. Inoltre, bisognava pure che i genitori, diciamo il padre, fossero ambiziosi e disponibili a investire nella formazione dei loro figli. Questo insieme di “se” spiega il fatto che solo una piccola parte della popolazione dell’Impero romano ricevesse un’istruzione, una percentuale davvero bassa. Andava un po’ meglio nel giudaismo, che sempre ha mirato a crescere i suoi figli nella conoscenza della Torah.
Per far parte di questa ristretta élite, bisognava dunque che molte condizioni favorevoli si realizzassero contemporaneamente: sesso giusto, famiglia giusta, luogo giusto, genitori giusti. Paolo ha goduto di tutto questo: abitante di una città, cittadino romano di nascita, fariseo. Leggendo la sua corrispondenza, ci si rende conto che egli ha ricevuto un’eccellente istruzione scolastica.
In più, Paolo è l’uomo di due culture, quella ebraica e quella greco-romana. è un cittadino del mondo. Nel I secolo si conoscevano solo altri due uomini che potessero sfoggiare così brillantemente questa doppia cultura. Filone d’Alessandria (morto nel 50) è il filosofo che tentò di strutturare la fede giudaica secondo le categorie del pensiero greco. Lo storico Flavio Giuseppe (37-100), in un’opera poderosa, ha cercato di raccontare ai romani tutta la storia d’Israele, dalla creazione del mondo alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 e.v.
Filone l’Africano di Alessandria, Paolo l’Asiatico di Tarso, Giuseppe l’Ebreo di Roma: questi tre personaggi eccezionali hanno avuto in comune il fatto d’essere i traghettatori di un pensiero, i traghettatori del messaggio da un mondo all’altro.


TARSO, CITTà CROCEVIA

Paolo deve essere nato a Tarso, una città dell’odierna Turchia, al tempo capoluogo della provincia di Cilicia, tra il Mar Mediterraneo a sud e l’imponente catena del Tauro a nord. Città all’incrocio delle vie carovaniere: di lì bisognava passare per andare da Babilonia a Efeso, o dall’Egitto al Mar Nero. Città crocevia, aperta al traffico mondiale, al commercio, agli scambi, agli incontri, alla mescolanza delle idee e delle religioni.
Il ricordo di Cicerone, il grande oratore che ne era stato governatore, era vivo. Antonio vi aveva incontrato la bella Cleopatra. Ma a Tarso ci si volge a ovest, verso Roma, la capitale dell’Impero dove confluiscono vie e commerci. Con simili presupposti, non c’è da stupirsi che il missionario Paolo abbia scelto una strategia di evangelizzazione incentrata sulle città e verso occidente: dopo Antiochia, Efeso, Filippi, Corinto, Roma. Nelle città, Paolo si sente a casa. Pierpaolo Pasolini, che nel 1968 progettava di realizzare un film su Paolo, immaginava di farlo viaggiare tra Parigi, Ginevra, Barcellona e New York…
Io affermo che Paolo “deve” essere nato a Tarso. Per la verità, un dubbio sussiste, e non è il solo riguardo i venticinque primi anni della sua vita, che restano parzialmente sconosciuti. Girolamo (IV sec.) afferma: “I genitori di Paolo erano originari di Gischala, nella provincia di Giudea, e quando tutta la provincia fu devastata dalle armate romane e gli ebrei dispersi in tutto il mondo, essi furono portati a Tarso, città della Cilicia. Paolo, ancora giovanissimo, seguì i genitori”. Paolo, un ragazzo sradicato? Può darsi. Ma, se questo accadde, fu molto presto. In ogni caso egli non si è mai presentato come giudeo, bensì secondo gli Atti degli apostoli come Tarsiota (At. 21,39; 22,3).
UNA FORMAZIONE DI ALTO LIVELLO

Tarso è una città con scuole rinomate. Nell’Impero romano del I secolo, il percorso scolastico comprendeva un’istruzione elementare – ginnastica, musica, lettura e scrittura –, poi per alcuni una formazione di grado superiore che comprendeva la grammatica, la retorica (l’arte di parlare e di scrivere con stile), la dialettica (l’arte del ragionare) e la matematica. Al vertice di questo sistema scolastico, noi oggi diremmo a livello universitario, si trovavano le scuole filosofiche, e Tarso era orgogliosa di ospitare la più famosa delle scuole stoiche. La filosofia era considerata la disciplina più importante e più nobile, e lo stoicismo con il suo ideale di dominio di sé godeva all’epoca di grande prestigio.
Paolo ha ricevuto una formazione comprendente i due primi livelli, verosimilmente in una scuola ebraica che lo teneva lontano da influenze pagane, una sorta di scuola privata del giudaismo della diaspora. Egli pensa e scrive in greco. Questo scrittore torrenziale eccelle in uno stile stringato, ricco di formule, uno stile forse agitato come il personaggio, ma mai volgare o pesante. La scelta di questa lingua – l’inglese dell’epoca – invece dell’aramaico, che egli pure parlava, denota da parte sua la volontà di diffondere l’evangelo nella lingua di tutti e non in un linguaggio chiesastico.
Peraltro Paolo ha tratto buon frutto dai suoi corsi di retorica perché, anche nei periodi più tempestosi delle sue relazioni con i corinzi, egli conserva una notevole padronanza di espressione e di ragionamento. Dirà certo di non aver loro annunciato il mistero di Dio con il fascino della parola e che la sua predicazione nulla aveva dei persuasivi discorsi della saggezza (I Cor. 2,1.4); egli intendeva solamente distinguersi dai discorsi ridondanti che seguivano la tendenza del suo tempo, dove, per convincere, la forma era più importante del contenuto.
La costruzione del ragionamento in Paolo è notevole, ma così densa e serrata che ci si domanda addirittura se i destinatari delle sue epistole comprendessero veramente ciò egli che scriveva loro. O, come noi, si dovevano spremere le meningi per capire quello che l’autore aveva in effetti voluto dire? Non dimentichiamo che una lettera destinata a un gruppo era non solo consegnata, bensì accompagnata da una persona vicina all’autore, la quale ne chiariva il significato e diceva anche ciò che non si era voluto mettere per iscritto. Noi conosciamo il latore della Lettera ai Romani: una donna di nome Febe (Rom. 16,1).
Le epistole di Paolo conservano traccia dell’istruzione ricevuta a Tarso nella loro qualità di scrittura e di riflessione, e in un sottofondo di interesse particolare per le virtù e per la questione della libertà. L’insegnamento stoico era infatti incentrato su questi temi.


DI QUALE GIUDAISMO?

Paolo è dunque l’uomo di due mondi. Il suo doppio nome già lo indica: Paulos a Tarso e nell’Impero romano, egli era Shaoul a Gerusalemme, dal nome del primo re d’Israele, Saul, appartenente, come lui, alla tribù di Beniamino.
Giudeo dunque, ma di quale giudaismo? Perché agli inizi dell’era cristiana il giudaismo è percorso da sensibilità differenti. Tra il contadino galileo nazionalista, l’aristocratico sadduceo conservatore, il settario di Qumran o il fariseo che conosce la Torah sulla punta delle dita, l’immagine del giudaismo antico è multiforme.
è assolutamente necessario liberarsi dell’immagine negativa che ne danno i Vangeli, scritti più tardi, in un’epoca in cui i farisei incitavano l’ostilità giudea contro la chiesa.
Il farisaismo è un movimento laico di uomini pii, dediti a vivere la loro fede fino in fondo al cuore rispettando scrupolosamente le minime prescrizioni della Legge; oggi li si definirebbe pietisti. La cosa più importante per loro era restare puri, e dunque tenersi lontani da ogni contatto con il male, le malattie, gli empi, i cattivi pensieri. “Ch’io non abbia nulla in comune con un empio”, dice un saggio.


UN UOMO COMBATTIVO

Paolo fu uno di questi ammirevoli uomini scrupolosi. Né ingrato, né falsamente modesto, dirà ai filippesi: “Circonciso l’ottavo giorno, della razza d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d’ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella Legge, irreprensibile” (Fil. 3,5-6). Da questo modo di presentarsi, si comprende che qui parla un uomo combattivo, zelante nel suo impegno di fariseo, conscio dei suoi meriti.
Quest’uomo combattivo rappresenta bene la sua epoca. La pacificazione dell’Impero romano sotto il regno di Augusto ha favorito lo sviluppo del commercio e degli affari. La parola d’ordine è agôn, la lotta per i posti migliori. Al nastro di partenza, Paolo è ben piazzato, e lo sa. La sua educazione farisaica non è potuta avvenire a Tarso, perché non si conoscono all’epoca delle scuole farisaiche fuori della Palestina. “Educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della Legge dei padri” (At. 22,3), gli fa dire Luca, l’autore degli Atti; gli attribuisce come maestro il più stimato rabbino degli anni 30. Ma può darsi che abbia esagerato.
Comunque sia, è a Gerusalemme che Paolo si è formato prima dei 25 anni e che è diventato un fariseo militante. Aveva imparato il mestiere di fabbricante di tende – Tarso era famosa per la coltivazione del lino –, ed egli lo praticherà durante il suo ministero.
L’uomo della città aperta è dunque diventato un militante con delle certezze più radicate, ma anche più ristrette. Le sue convinzioni farisaiche affiorano frequentemente alla superficie delle sue lettere, non come un residuo, una scoria da eliminare, bensì come un elemento integrato nella sua nuova fede. Cambiare è spesso vedere le stesse cose in maniera diversa.
Quando Paolo dice: “Tutti quelli che si basano sulle opere della Legge sono sotto maledizione; perché è scritto: “Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica”” (Gal. 3,10), molti dei suoi contemporanei avrebbero stemperato dicendo: “non proprio tutto”, perché bisogna tener conto dell’imperfezione umana. Ma Paolo sostiene il tutto; tale è l’ideale che gli fu inculcato. Se ci si attiene alla Legge, ci si attiene a tutta la Legge.
I Salmi di Salomone, un testo farisaico scritto poco prima della nascita di Gesù, esaltano questo ideale: “La certezza dei giusti (proviene) dal Signore loro salvatore, nella casa del giusto non c’è posto per peccati su peccati: vigila sempre sulla propria casa il giusto, per eliminarne l’ingiustizia (commessa) per errore. Fa espiazione per l’ignoranza digiunando e umilia se stesso, e il Signore purifica ogni uomo pio e la sua casa” (3,6-8).


SI DEVE PARLARE DI CONVERSIONE?

Colui che è fedele alla Legge sa di vivere della misericordia divina; essa gli viene accordata, in quanto giusto, se rimane fedele fino alla morte. Paolo cambierà le sue convinzioni sull’origine della grazia di Dio, ma non le cambierà mai sulla questione della Torah: o la si osserva totalmente o per nulla (Gal. 5,3)! Paolo manterrà anche la convinzione che alla fine della Storia ognuno sarà giudicato davanti al tribunale di Dio. La lettura protestante elude sovente questa idea, ma Paolo ne è convinto e la ripete più di una volta: “L’opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno” (I Cor. 3,13).
In compenso, sarà su altri punti che Paolo romperà con il fariseismo. Per esempio, sul fatto che è sufficiente appellarsi alla volontà dell’individuo perché costui rinunci al peccato. La situazione è ben più grave e drammatica, dirà Paolo in seguito, parlando del peccato. In seguito a che cosa? Dopo la sua “conversione”, che verosimilmente accadde nel 32.
Ma si deve davvero parlare di conversione a Damasco? Io ne dubito. Vi dev’essere certamente stato un cambiamento nella sua vita, e Paolo ha vissuto il ribaltamento del suo sistema di valori. Le certezze su cui aveva costruito la sua vita sono franate sotto i suoi passi.
Ciononostante, quando si parla di conversione, abitualmente si racconta come qualcuno sia passato dal vizio alla virtù, dal male al bene, come abbia abbandonato una religione per abbracciarne un’altra.
Ora, nulla di tutto questo è accaduto a Paolo. Egli non passa dal vizio alla virtù. Ecco infatti un uomo di cui si potrebbe dire: “è riuscito nella vita!”. Cittadino del mondo, corrispondente agli standard culturali dell’Impero, Paolo di Tarso incarna quel che l’ideale farisaico ha prodotto di meglio: discute brillantemente, cita a memoria la Torah – secondo la traduzione greca dei Settanta – e commenta la Scrittura come un rabbino. Dice di sé: “quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella Legge, irreprensibile” (Fil. 3,6). Irreprensibile! E mai Paolo si corregge dicendo: “Credevo di essere irreprensibile, ma in effetti…”. No! Nulla da modificare in questo ritratto esaltante. Saranno Agostino nel V secolo e, con la Riforma, Martin Lutero a proiettare su di lui l’immagine di un uomo tormentato dalle sue manchevolezze, in una condizione di fallimento a fronte di un ideale di purezza. Ma dobbiamo eliminare quest’immagine spirituale, perché essa corrisponde più alla vicenda personale di Agostino o di Lutero, che a quella di Paolo.
Paolo non esita ad affermare di essere giunto ai massimi livelli della devozione farisaica, e che per questo ha perseguitato i cristiani, a quell’epoca una setta marginale nella grande varietà di opinioni del giudaismo. Ciò che egli va a fare a Damasco, secondo il racconto degli Atti (At. 9,1-2), è stabilire delle misure di epurazione teologica allo scopo di bandire quella parte del giudaismo che crede al Messia Gesù.
Perché? Molto verosimilmente, non a causa del Messia Gesù, bensì a causa della Legge. Per quanto possa sembrare sorprendente, la sinagoga ammetteva in effetti opinioni anche bizzarre. A una sola condizione, precisavano i farisei: non toccare la Legge! Perché mettere in dubbio la Torah significa attentare all’identità stessa d’Israele. Si poteva sempre discutere per definire se e come si dovesse applicare tale prescrizione; ma l’autorità della Legge, soprattutto della Legge rituale che proteggeva la purità dei giusti, rimaneva intoccabile. Toccare la Legge è come dire a un cristiano ortodosso che la liturgia ha poca importanza, o a un protestante che può gettare via la sua Bibbia. Una questione di identità.
Dunque, in cammino per Damasco, Paolo è caduto dall’alto. Non dall’alto del suo cavallo – in Atti non se ne parla – bensì dall’alto delle sue convinzioni. Egli dovrà ricomporle. Ricostruirle. Fare valutazioni in maniera diversa. Ormai Paolo parlerà di Dio in un modo che non si rifà a quello di altri, ma che appartiene solo a lui.
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