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Le radici della spiritualità protestante

Le radici della spiritualità protestante

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Descrizione

L'autore invita la chiesa odierna a riscoprire le sue radici: "le idee e i valori del passato possono avere un grande futuro dinanzi a loro".

Proprietà

ISBN: 9788870162516
Produttore:
Claudiana
Codice prodotto: 9788870162516
Peso: 0,390kg
Rilegatura: Brossura
Data di pubblicazione: 01.01.1997
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

1

La luce dopo le tenebre: vitalità
della spiritualità della Riforma

La luce è simbolo di speranza. Alla fine dell’estate del 1914 molti europei ebbero l’impressione che la luce stesse per spegnersi, nel momento in cui le maggiori potenze europee si trovavano con le armi al piede sull’orlo della guerra. Il visconte Edward Grey, Ministro degli esteri britannico dell’epoca, espresse adeguatamente tale atteggiamento negativo il 3 agosto 1914: guardava dalle sue finestre il Whitehall di Londra e rifletteva sulle implicazioni dei sinistri avvenimenti di quell’estate. “Su tutta l’Europa le lampade si spengono – diceva – e non le vedremo più riaccendersi nel corso della nostra vita”. Una luce che vacilla, e infine si spegne, simboleggiava la fine di un’era di speranze, perché le ombre si allungavano prima che incombesse l’oscurità completa.
Un sentimento del tutto opposto regnava 400 anni prima. Nel 1535, dopo molti anni di lotta per la propria indipendenza, la città di Ginevra era finalmente riuscita a liberarsi dalla tutela del potente ducato di Savoia. Appena ottenuta l’indipendenza la città decise di rompere sia con il proprio passato politico sia con quello religioso e di allinearsi con la nuova, potente forza religiosa che stava avanzando in Europa: la Riforma. L’anno seguente Giovanni Calvino arrivava in città per dare al movimento evangelico ginevrino quello scopo e quella linea di cui aveva grandissimo bisogno. Ma fin dal 1535 il Consiglio cittadino aveva deciso di rendere nota la propria decisione di schierarsi con le forze cui apparteneva l’avvenire. Assunse quindi, come motto per la città, una parola che avrebbe avuto in seguito una vasta risonanza storica: post tenebras lux, dopo le tenebre la luce! Pareva che stesse sorgendo una nuova era di speranza.
La decisione ginevrina di aderire alla Riforma seguiva lo schema che già era prevalso nella maggior parte delle grandi città dell’Europa centro-settentrionale. Ma ciò che nasceva nelle città europee era qualcosa di più di un nuovo ordine politico: si stava creando e sviluppando una nuova spiritualità cristiana, che da un lato era fedele alla Scrittura e profondamente radicata nella tradizione cristiana, e d’altra parte era capace di venire incontro alle esigenze e alle opportunità dell’era moderna e delle città che vivevano in essa. Tale spiritualità è appunto l’argomento di questo libro.
Studiare la spiritualità della Riforma non significa indulgere al romanticismo. Non significa guardare con nostalgia al passato come fanno alcuni retrogradi che sognano il buon tempo antico in cui tutte le cose andavano meglio di oggi. Non significa chinarsi sentimentalmente su vecchie, pallide fotografie, né ricordare pensosamente i giorni dell’innocenza perduta, e neppure anelare a un tempo passato in cui ci si sentiva sicuri. Si tratta invece di esaminare a mente fredda gli eventi, le persone e le idee del passato per utilizzare quanto essi possano fornirci per il presente. Significa addentrarsi nel nostro passato cristiano per ricuperare alcune delle sue ricchezze. Significa inoltre rendersi conto chiaramente che nel presente del cristianesimo non tutto è come potrebbe essere, e avere la volontà di prendere in considerazione possibili alternative: atteggiamento, questo, che ha un passato illustre nella tradizione cristiana. La Riforma ha dato testimonianza della nascita della spiritualità evangelica classica: l’era moderna deve conoscerla e trarne profitto.


Una spiritualità per l’era moderna

Gli storici trovano utile attribuire dei nomi ai diversi periodi della storia. Sono in generale d’accordo nel dire che la Riforma si colloca “all’alba dell’era moderna”. Sempre più spesso la Riforma è considerata il movimento che fa la saldatura tra l’era medievale e quella moderna. Costituisce uno spartiacque: da un lato il Medioevo morente, dall’altro il mondo emergente della modernità. Molti aspetti della vita religiosa, sociale, politica ed economica, che nel mondo moderno sembrano cose ovvie, hanno la loro origine nella Riforma europea. D’altra parte, è evidente che ci sono molti altri fenomeni che si sono manifestati molto più tardi del XVI secolo, e che hanno la loro origine nell’Illuminismo o nella Rivoluzione francese. La Riforma, senza dubbio, non anticipa tutti gli aspetti della vita moderna.
Vi sono tuttavia degli aspetti di grande e vitale importanza sui quali la Riforma si pone in contatto con la nostra situazione moderna. Si nota ad ogni momento che i Riformatori si occupano di problemi, ansietà e aspirazioni che possiamo riconoscere come nostre. Ad ogni passo avvertiamo che negli scritti di quel periodo c’è qualcosa di sorprendentemente attuale. Dal punto di vista storico non c’è nulla di strano in ciò. La Riforma doveva proporre dei modi cristiani di pensare e di agire che fossero in grado di ricollegarsi alla nuova era che stava emergendo dopo il crollo del Medioevo. In linea generale le forme della spiritualità medievale non erano semplicemente più in condizione di rapportarsi alle nuove esigenze e alle nuove problematiche del mondo moderno. Occorreva sostituirle. Si può considerare la Riforma come un tentativo necessario, persino tardivo, di raccordare l’Evangelo con il nuovo mondo cittadino, in cui i laici assumevano un ruolo sempre più predominante.
Molti aspetti della società occidentale moderna risalgono all’Europa dell’epoca della Riforma: è quindi naturale aspettarsi che la spiritualità riformata (che si è sviluppata tenendo presenti i bisogni di questo nuovo ordine sociale) possa ricollegarsi direttamente alle realtà del nostro mondo attuale. Senza dubbio la società occidentale moderna si è allontanata dalle sue origini nell’Europa del XVI secolo, ma si scopre continuamente che tra le due realtà sussistono dei nessi. Studiare la spiritualità della Riforma significa dunque studiare forme di spiritualità che continuano ad avere un rapporto con le problematiche sociali, personali ed esistenziali dell’umanità occidentale moderna. è ovvio che esse non si riconnettano strettamente a ciascuno degli aspetti della vita moderna: dopo tutto la storia è andata avanti. Ma rimangono dei nessi vitali che devono essere riscoperti e valorizzati dai credenti odierni.
Le deformazioni caricaturali hanno lunga vita; per quanto riguarda la storia del cristianesimo, una delle più dure a morire è quella, nata nel XIX secolo, secondo cui la Riforma e i suoi eredi non avevano alcuna spiritualità. La frase stessa “spiritualità della Riforma” era considerata una contraddizione in termini. è un piacere per me poter scrivere questo libro nella consapevolezza che quello spiacevole stereotipo ha ormai imboccato irreversibilmente il viale del tramonto.
Gli studi più recenti hanno dimostrato che molti dei personaggi più significativi della Riforma, in quanto individui, erano animati da un’appassionata preoccupazione per il benessere pastorale, spirituale e sociale della loro gente: erano persone che si preoccupavano di ancorare fermamente le loro teologie alle realtà spesso monotone, e talvolta terrificanti, della vita quotidiana di quel tempo. La loro ricerca di una spiritualità autenticamente cristiana si fondava sulla convinzione che una vera conoscenza di Dio ha il potere di trasformare radicalmente la realtà empirica e sociale di coloro che hanno accesso a tale conoscenza. Se oggi vogliamo intraprendere un’analoga ricerca di una spiritualità cristiana rinnovata ed autentica, non c’è via migliore che quella di riprendere un dialogo con personaggi come Lutero o Calvino.
Gli studi più recenti hanno fatto piazza pulita delle polemiche antiquate del passato. Per esempio, molti autori cattolico-romani sono sempre più orientati a vedere i Riformatori come teologi e predicatori preoccupati di riformulare ed attualizzare creativamente la fede cristiana in un’epoca particolarmente difficile ed instabile. Si verifica un crescente consenso attorno all’idea che ciò che ha spaccato la chiesa medievale, distruggendone l’unità, non sono stati in realtà i Riformatori, quanto piuttosto le diverse correnti politiche e sociali del tardo Rinascimento. L’emergere del nazionalismo in Europa e le spinte sempre più forti verso l’assolutismo in politica ne sono alcune delle componenti più ovvie. Si può addirittura pensare che la Riforma abbia istituito un controllo vitale sui limiti di questo genere di evoluzione impedendo che la secolarizzazione della chiesa diventasse in pari tempo una secolarizzazione della fede cristiana.
Tutte le parti interessate sono sempre più d’accordo nel ritenere che i Riformatori, in quanto persone, erano appassionatamente e responsabilmente impegnati a favorire il benessere della chiesa: persone che si sentivano obbligate a rompere i ponti con la chiesa della loro epoca non perché avessero delle idee eretiche, ma a causa dell’ostinazione della chiesa del basso Medioevo. Gli otri vecchi non potevano più contenere questo vino nuovo effervescente! Con il senno di poi tendiamo sempre più a considerare i Riformatori come persone che elaboravano idee nuove, ma ricuperavano pure dottrine antiche che la chiesa aveva un disperato bisogno di riascoltare e di mettere in pratica per poter affrontare le nuove sfide e le nuove opportunità che il secolo le poneva dinanzi.
La Riforma finì per dividere la chiesa: questo è un fatto storico. Ma è un fatto altrettanto storico che i Riformatori non ebbero affatto l’intenzione di produrre tale divisione e che non ne furono per nulla rallegrati. Una delle maggiori tragedie del XVI secolo è il fatto che individui e gruppi, mossi dalla prospettiva di rinnovare e rivitalizzare la chiesa dall’interno, ne venissero espulsi a causa, a quanto pare, dell’assoluta intransigenza e della totale miopia dei dirigenti ecclesiastici dell’epoca. Heinrich Bornkamm, uno dei migliori studiosi di Lutero, ha messo chiaramente in luce il dilemma in cui Lutero stesso venne a trovarsi quando i responsabili del tempo fecero orecchie da mercante alle sue richieste invocanti un rinnovamento della chiesa.

Lutero venne estromesso dalla sua chiesa a causa delle sue critiche alla teologia e alla situazione ecclesiastica del tempo. Venne estromesso dalla sua chiesa, infatti le sue fervide implorazioni e preghiere, le sue sofferte lamentele e le adirate recriminazioni non riguardavano affatto un’altra chiesa. Tutto ciò che egli scrisse e disse non era diretto contro, ma a favore della sua chiesa, per aiutarla, non certo per costituire una chiesa diversa. Ma la sua chiesa, la chiesa romana del suo tempo, lo estromise, e perciò una riforma interna, analoga ad altre che avevano spesso avuto luogo nel passato, si trasformò in qualcosa di nuovo, che avveniva all’esterno della chiesa esistente.

La Riforma, che era stata inizialmente concepita come un rinnovamento della chiesa dall’interno, finì quindi per diventare qualcosa di notevolmente diverso.
Riconoscere questo fatto ci aiuta anche a capire perché nella chiesa cattolica odierna vi sia generalmente un rinnovato interesse e una più viva simpatia per la spiritualità evangelica. Chi fa uso di tale spiritualità protestante classica non cessa perciò necessariamente di essere un cattolico-romano. All’inizio del XVI secolo innumerevoli persone, appartenenti alla chiesa cattolica in Italia, in Spagna ed in Francia, avevano adottato una spiritualità evangelica pur rimanendo nella chiesa cattolica, spesso in posizioni assai elevate. La polarizzazione rese impossibile essere al tempo stesso cattolico ed evangelico, obbligando quegli sfortunati evangelici-cattolici a scelte molto penose. Ma quell’epoca è ormai decisamente superata. Molti segni lasciano intendere che le posizioni evangeliche godano oggi di un’accettazione e di un’influenza crescenti nella chiesa cattolico-romana moderna e vengano riconosciute come un’opzione legittima, praticabile ed interessante per la chiesa del nostro tempo. Ciò non va considerato un tradimento del cattolicesimo, bensì come un tardivo ricupero di una forma classica della spiritualità cristiana che l’atmosfera politica del XVI secolo aveva reso impraticabile per i cattolici. La spiritualità evangelica, di per sé, non provoca divisioni: la spaccatura si è verificata soltanto a causa della politica di potere di un’epoca ormai lontana.
Lutero non aveva alcuna intenzione di fondare una chiesa separata: lo si deduce con la massima chiarezza dai suoi scritti del periodo 1513-19. Non pensava affatto a fondare il “luteranesimo” come corpo separato dal corpo universale della chiesa di Cristo. La sua aspirazione era di richiamare l’unica chiesa, quella di cui era membro, a rinnovare dall’interno la propria visione e vocazione cristiana. L’idea che qualcuno potesse dirsi “luterano” equivaleva per lui ad una bestemmia:

Io non sono stato crocifisso per nessuno!... Come posso io, povero miserabile cadavere, permettere che i figli di Cristo vengano chiamati con un nome derivato dal mio indegno cognome? No! No! No! Cari amici, chiamiamoci semplicemente cristiani, dal nome di Colui di cui seguiamo gli insegnamenti.

La spiritualità della Riforma non è altro che spiritualità cristiana rielaborata in forme nuove per il XVI secolo, più rispondenti ai bisogni della nuova era che stava sorgendo nella cultura occidentale.
Tale rielaborazione era urgentemente necessaria se si voleva che il cristianesimo continuasse ad essere una scelta possibile nell’Europa moderna; durante il Medioevo, infatti, era rimasto sempre più isolato dalla gente comune e sempre più strettamente unito al mondo medievale in dissoluzione. Ernst Curtius è uno dei numerosi studiosi che hanno sottolineato come abbia fatto molto comodo trascurare un fatto storico evidente, ossia che gran parte di ciò che chiamiamo “cristianesimo medievale” o “spiritualità medievale” era in pratica interamente monastico per carattere ed origine. Purtroppo il realismo storico ci impone di riconoscere che quelle forme medievali di spiritualità avevano un’influenza limitatissima al di fuori dei monasteri, persino nei riguardi del clero secolare. In genere la vita quotidiana del laicato non era toccata per nulla dalle ricchezze spirituali che venivano sviluppate all’interno delle mura dei conventi. La spiritualità monastica si era costruita avendo in mente la situazione dei monaci e prendendo in considerazione uno stile di vita e una prospettiva completamente estranei alla gente comune. Con la Riforma i centri in cui si formava la spiritualità si spostarono gradualmente dal monastero alla piazza del mercato, proprio nel momento in cui le grandi città europee divennero la culla ed il crogiuolo in cui si formavano nuovi modi di pensare e di agire cristianamente. La spiritualità non veniva soltanto offerta al popolo, ma si creavano nuove forme di vita spirituale che tenevano precisamente conto delle necessità e della situazione della gente.
Tale trasformazione è in certo senso lo specchio dei cambiamenti politici, sociali, economici e religiosi che stanno alla base della formazione della cultura occidentale moderna. Fin dall’inizio la spiritualità della Riforma ha rappresentato un insieme di idee che avevano dinanzi a sé un avvenire, ed una considerevole importanza per le esigenze emergenti della società occidentale moderna. L’autunno del Medioevo comportava inevitabilmente una diminuzione dell’attrazione che potevano esercitare le forme della spiritualità medievale, generalmente connesse con idee ed istituzioni tipiche di quell’epoca. La nascita di un nuovo periodo della storia dell’umanità, che gli storici attualmente definiscono: “gli inizi dell’epoca moderna”, rendeva necessario che s’immaginassero e si mettessero in pratica nuovi modi di essere cristiani, a meno che si volesse considerare il cristianesimo come un moribondo, legato al mondo medievale declinante. La vecchia religione era puramente e semplicemente incapace di affrontare le pressioni e le sfide senza precedenti che il nuovo periodo storico le poneva dinanzi.
La Riforma costituì uno sforzo coerente di mettere in rapporto la fede cristiana con le condizioni e gli stili di vita propri di quella nuova era. La spiritualità della Riforma era talmente radicata nella tradizione cristiana che non è errato definirla “classica”; ma, d’altra parte, era sufficientemente attenta alle nuove situazioni che si stavano sviluppando, per cui la si può definire altrettanto a buon diritto “moderna”. La Riforma, in quanto sintesi di elementi classici e moderni, può dunque affrontare i problemi del nostro tempo, in cui la consapevolezza delle esigenze della modernità è spesso temperata da un bisogno di stabilità e di continuità con il passato: tema, questo, che esige di essere esaminato più dettagliatamente.


Ricuperare il senso dell’identità cristiana

La Riforma fu essenzialmente una ricerca dell’identità e dell’autenticità cristiane. Essa rappresenta uno di quei rari ed importanti momenti della storia cristiana in cui la chiesa è pronta a riesaminare se stessa; era pronta ad affrontare una serie di domande molto inquietanti sul proprio ruolo e sulla propria rilevanza. La chiesa cristiana era sempre stata propensa ad una certa forma di inerzia. Con ciò non voglio dire che rimanesse ferma ed immobile in mezzo ai cambiamenti che avvenivano intorno a sé. Intendo dire, piuttosto, che c’è una certa innata tendenza a presupporre che tutto ciò che avviene nella vita e nel pensiero della chiesa è invariabilmente buono. Esiste un presupposto in base al quale “le cose come sono” sono uguali a “le cose come dovrebbero essere”. è un modo di considerare il cristianesimo sul tipo del “laissez-faire”. C’è inerzia nel senso di una riluttanza ad assumere un atteggiamento critico nei riguardi delle cose così come sono, che apparentemente si basa sull’idea preconcetta che ciò che è successo è ciò che doveva accadere. C’è una grande riluttanza a porre delle domande allo sviluppo, a mettere in questione l’evoluzione.
Su questo punto la Riforma ha dato un apporto fondamentale: un contributo che si è prolungato in ciò che va sotto il nome di “principio protestante”. Una delle sorgenti più profonde e più importanti che alimentarono la Riforma e i suoi eredi è lo spirito di protesta creativa, di critica profetica. Tale spirito nasce dalla consapevolezza della sovranità di Dio sulla sua creazione e sulla sua chiesa, e dalla certezza che la rivelazione che Egli fa di se stesso in Gesù Cristo e nella Scrittura è una rivelazione vivente. Tale principio creativo e critico si fonda su una concezione dinamica dell’autorivelazione di Dio e dell’appello che Egli rivolge alla chiesa cristiana a riesaminarsi e a rinnovarsi alla luce di quella rivelazione. La spiritualità protestante classica è consapevole della necessità che la comunità dei fedeli riesamini continuamente se stessa, le sue idee, le sue istituzioni, le sue azioni, alla luce di quella rivelazione, il che la conduce ad adottare un modello ben caratteristico di ricupero, di rinnovamento e di riforma, alimentato dalla Scrittura. Questo modello appare in via definitiva già al tempo della Riforma.
Molto si può imparare dal motto riformato: ecclesia reformata, semper reformanda: la chiesa che si è riformata dev’essere una chiesa in un continuo processo di riforma. La Riforma non può essere considerata un evento che ha avuto luogo una volta per tutte e che è ormai definitivamente relegato nel passato. (Si nota qui un parallelo interessante tra l’idea di Lenin di una rivoluzione avvenuta una volta per tutte e l’idea concorrente di Trotsky di una rivoluzione continua, sempre pronta a rispondere alle necessità e alle opportunità del momento). Studiare la spiritualità della Riforma significa dunque introdursi in un modo nuovo di considerare la fede cristiana, per il quale continuiamo a chiederci che cosa significhi essere cristiano e come questo essere cristiano si manifesti a tutti i livelli, specialmente a livello di quel rapporto tra fede e vita che chiamiamo spiritualità.
La Riforma rappresentò un modo tardivo, e quindi traumatico, di mettere in questione le evoluzioni del pensiero e della vita cristiana che si erano prodotte nel Medioevo, e che nessuno aveva mai messo in dubbio. Essa contestò l’idea dell’irreversibilità della storia sostenendo che certi sviluppi nella vita e nel pensiero della chiesa del Medioevo erano scorretti e illegittimi, non solo, ma potevano e dovevano essere eliminati. La Riforma è stata una ricerca di autenticità cristiana, fondata sulla convinzione che la chiesa medievale avesse smarrito la retta via e perduto la sua stessa ragion d’essere; fu espressione della disponibilità ad assumere un rischio enorme: quello cioè di dare per scontato che le risorse che si trovavano alle origini della fede cristiana potessero essere ricuperate ed applicate al nuovo mondo del XVI secolo e ivi presentate come vive e significative. Ma la Riforma è stata soprattutto una ricerca delle radici del cristianesimo, basata sulla convinzione che una comunità che perde di vista le proprie radici ha perso di vista prima di tutto la ragione per la quale esiste in questo mondo.
Ciò non significa affatto che i Riformatori si considerassero persone che tentavano di trapiantare nell’Europa del XVI secolo il mondo del primo secolo del Mediterraneo orientale. Credevano invece che fosse possibile e necessario sviluppare dei criteri con i quali si potesse stabilire che gli eventi fondatori e la storia della fede cristiana avevano significato e rilevanza per il presente. Riassumere in così poche parole la storia e la spiritualità della Riforma ha il solo scopo di mostrare che le risorse del passato hanno un’importanza vitale per il presente. Ritornando al passato ci si può render conto dell’esistenza di diverse opzioni e opportunità, e avere un’idea di visioni ed ispirazioni che permettano al singolo di affrontare il futuro con fiducia e consapevolezza rinnovate.
Studiare la spiritualità della Riforma non significa dunque farsi catturare totalmente da qualche prospettiva settaria; né vuol dire avere un malsano interesse per un periodo della storia cristiana che ha causato delle divisioni, un interesse che sarebbe fuori luogo nel nostro tempo animato da spirito ecumenico (il crescente apprezzamento di autori cattolico-romani per la teologia e la spiritualità della Riforma ne è la prova). Meno che mai significa un’arbitraria ossessione archeologica per un determinato periodo storico scelto a caso. Significa piuttosto permettere che uno dei più importanti periodi formativi e creativi della storia della chiesa cristiana d’Occidente possa influire sul nostro attuale modo di pensare. La Riforma si situa all’alba dell’era moderna, di cui siamo tutti eredi. Su certi punti le sue idee possono differire dalle nostre, talvolta i suoi presupposti ci risultano estranei, ma ciò non deve impedirci di impegnarci in un dialogo creativo con il passato. Una caratteristica della maturità teologica è la disponibilità a lasciarsi mettere in questione dall’eredità teologica e spirituale del passato. Bisogna permettere al passato di mettere in questione i nostri presupposti, e soprattutto la nostra tendenza a pensare che le idee, la prassi e i valori della nostra epoca siano certamente migliori di quelli antichi. In realtà la spiritualità moderna non è superiore a quella della Riforma soltanto perché è più recente. Le fonti classiche della fede cristiana, come per esempio quelle della Riforma, hanno molte cose da offrire a tutti i cristiani. Il fatto che un’idea sia nata nel 1990 non la rende di per sé migliore di una che risale al 1540.
La spiritualità della Riforma ha pure una particolare importanza per coloro che si autodefiniscono “evangelici”1. Il protestantesimo si è affermato nel mondo moderno come una delle maggiori forze religiose in espansione. Tuttavia è ormai difficile da definire. Non è più chiaro che cosa voglia dire essere “protestante”. Che cos’è il “protestantesimo”? Come potrà ricuperare il suo senso d’identità ed una finalità? Qual è la sua fondamentale ragione di esistere? Qual è la sua specifica comprensione dell’Evangelo, carente in altre tradizioni cristiane, che ne giustifichi la prosecuzione dell’esistenza? Chiunque ritenga oggi di trovarsi nell’alveo della tradizione protestante deve riscoprire che cosa voglia dire essere protestante.
Ci si può anche chiedere quali lezioni si possano trarre dal cammino percorso, e come le si possano utilizzare in futuro. Uno dei maggiori drammi che abbiano afflitto le chiese protestanti nel nostro secolo è la perdita di una memoria collettiva di lungo periodo, sostituita invece da una visione temporale che abbraccia al massimo una generazione. Se si vuole andare da qualche parte è utile sapere da dove si proviene. Una chiara visione di quel che ci sta alle spalle aiuta a vedere con chiarezza che cosa ci sta davanti, aumentando le nostre capacità di prevedere le opportunità che ci si presentano. è importante ricuperare e valorizzare le intuizioni faticosamente raggiunte dalle generazioni che ci hanno preceduto per inglobarle nel nostro modo di pensare.
La Riforma segna l’inizio di una tradizione, ossia di un modo cristiano di pensare e di agire, che continua tuttora a fiorire e ad espandersi. Per un movimento come il protestantesimo non è difficile perdere di vista le ragioni della propria esistenza. Il protestantesimo dei secoli più vicini a noi ha spesso vissuto delle evoluzioni che hanno compromesso la freschezza, la vitalità e il realismo biblico della Riforma delle origini. Molti studiosi della storia del pensiero cristiano ritengono che la cosiddetta “ortodossia protestante”2 risulti arida e sclerotica quando la si paragoni agli scritti di un Lutero o di un Calvino, che hanno esercitato un’enorme influenza. Tornare alle origini della Riforma significa ricuperare quel senso di semplicità evangelica, di creatività, di freschezza e di vivacità che la successiva “ortodossia protestante” sembra avere involontariamente smarrito. La Riforma del XVI secolo ha una notevole capacità di sorprendere e rallegrare quei protestanti che sono stati educati negli schemi di un protestantesimo posteriore, inducendoli delicatamente a rivedere e a rinvigorire il loro modo di pensare. Karl Barth e Jürgen Moltmann sono gli esempi più ovvi di due moderni autori protestanti le cui idee sono state positivamente influenzate da quelle dei primi, gloriosi momenti dell’esistenza del protestantesimo.
Studiare la Riforma sotto il profilo della spiritualità significa dunque venire a contatto con le idee fondamentali della tradizione protestante. Significa esaminare la roccia da cui l’evangelismo è stato estratto. Significa ritrovare il senso dell’identità e del proposito degli evangelici. Significa infine trovare un punto di riferimento storico a partire dal quale si possano visualizzare i problemi e le opportunità del presente. Negli anni più recenti numerosi indizi provano che, nell’àmbito delle chiese protestanti sul piano mondiale, c’è un desiderio crescente di ritrovare la propria eredità evangelica, di cui la Riforma è stata mediatrice.
Qualsiasi teologia o spiritualità, che ceda al vezzo di ignorare le fonti della propria vitalità, corre il rischio di avvizzire e deperire perché non sa più rispondere e lasciarsi stimolare dalle fonti e dalle risorse che le conferiscono i suoi caratteri specifici. Studiare la spiritualità e la teologia della Riforma è dunque il modo di mettersi responsabilmente in rapporto con la tradizione religiosa che sottende il protestantesimo: è il modo di riesaminare che cosa significhi essere protestanti, allo scopo di rivendicarne i caratteri distintivi e renderli accessibili alla cultura moderna.
Ma quali forme di spiritualità si ricollegano alla Riforma? Il capitolo che segue cercherà di tratteggiare le linee principali della forma classica della spiritualità evangelica.
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Alister E. McGrath

Alister Edgar McGrath (nato a Belfast, il 23 gennaio 1953) è un teologo, biologo ed educatore britannico. Attualmente professore di Teologia, Ministero e Formazione al King's College London e direttore del Centre for Theology, Religion and Culture. McGrath è stato precedentemente professore di Teologia Storica alla University of Oxford, e rettore del Collegio Teologico di Wycliffe Hall, Oxford fino al 2005. McGrath è noto per le sue opere di teologia storica, sistematica e scientifica, come anche per i suoi saggi sull'apologetica cristiana e la sua opposizione all'antireligionismo. Ha conseguito un PhD (in biofisica molecolare) e un Dottorato in Divinity presso la University of Oxford.

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