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Che cosa deve fare quest'uomo?

Che cosa deve fare quest'uomo?

Watchman Nee

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Descrizione

Molti cristiani riconoscono di essere stati “chiamati” al servizio di Dio. Ma quali sono gli aspetti essenziali di una vita spirituale sana? Mediante i ministeri degli apostoli Pietro, Paolo e Giovanni, Watchman Nee identifica i tre aspetti del ministero, distinti, ma complementari. Il primo è evangelistico e la sua finalità è di portare gente nel regno; il secondo cerca di edificare il popolo di Dio in unione con Cristo; e il terzo chiama la Chiesa a recedere dall’errore e dalla disunione. Oggi, come sempre, abbiamo bisogno di tutti e tre i ministeri, come puoi leggere in Che cosa deve fare quest’uomo.

Proprietà

ISBN: 9788880772293
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772293
Dimensioni:
150 x 210 x 10 mm
Peso: 0,220kg
Rilegatura: Brossura
Numero di pagine: 173
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Gli abili prodotti di Dio

La chiamata di Dio è una chiamata personale e, almeno in qualche aspetto, questa affermazione è vera per tutti coloro che il Signore chiama. Il loro compito è sempre personale, non si ferma a un compito generale affidato a tutti gli uomini. Paolo dice: “è stata volontà di Dio di rivelare a me suo Figlio”.
Inoltre il suo scopo è sempre preciso; mai solo vago o indefinito. Con questo voglio dire che, quando Dio ci dà un ministero, non lo fa solo per darci un’occupazione al suo servizio, ma per ottenere, per mezzo nostro, qualcosa di specifico per il raggiungimento dei suoi fini. è vero che c’è un mandato generale di Dio alla sua Chiesa di “far discepoli in ogni nazione”, ma per ognuno di noi il compito che Dio ci dà deve essere, sempre, un affidamento personale. Egli ci chiama a servirlo in un sfera di sua scelta, per far vedere al suo popolo qualche sfaccettatura speciale della pienezza di Cristo o per farci portare avanti qualcosa d’altro che è in relazione con il suo piano divino. Almeno in qualche aspetto, ogni ministero dovrebbe essere, in questo senso, un ministero specifico.
Per questo, come Dio non chiama tutti i suo servi a svolgere compiti identici, così non usa identici metodi per prepararli a svolgerli. Poiché Dio è Signore di ogni cosa, ha anche il diritto di usare particolari forme di disciplina o di allenamento e spesso anche prove di sofferenza, come mezzi per raggiungere i suoi scopi. Il suo traguardo non è l’affidamento di un ministero comune o generale, ma è, invece, un ministero pensato in modo specifico per il servizio al suo popolo in un tempo ben preciso. Per il servo un tale ministero deve diventare parte di lui stesso, qualcosa che egli manifesta in modo speciale perché ne ha un’esperienza speciale. è un ministero personale perché è di prima mano e non si può venir meno ad esso, essendo esso collegato direttamente allo scopo di Dio, scopo che deve essere adempiuto.
Ogni lettore del Nuovo Testamento, guidato dallo Spirito, ha certamente notato questo aspetto. Nelle sue pagine penso che possiamo riconoscere almeno tre tipi di ministeri specifici rappresentati da tre apostoli che vissero in quei tempi storici e che ebbero una posizione preminente. Questi tre uomini, che pure ebbero certamente molto in comune, mostrano in certi momenti della storia narrata nel Nuovo Testamento, differenze così evidenti da far pensare che Dio avesse affidato ad ognuno di loro un compito specifico. Mi riferisco, naturalmente, ai contributi specifici offerti da Pietro, Paolo e Giovanni. Penso che nel Nuovo Testamento si possano individuare tre linee di pensiero espresse in varia misura da tutti gli apostoli, ma definite in modo più specifico e rese evidenti dal contributo unico di questi tre apostoli.
Si noterà che la specificità dei loro tre ministeri è, in parte, cronologica, infatti ogni apostolo porta, nel corso della storia, il suo contributo fresco e utile per quello che successivamente avverrà. Inoltre, le loro caratteristiche specifiche certamente non sono tali da creare separazione fra loro né conflitti, infatti quello che li contraddistingue non è in contrasto con quello che gli altri hanno, ma è ad esso complementare. E, forse, la differenza fra loro è meno nel loro ministero nel suo complesso e più in quello che viene scritto di esso per la nostra istruzione. Penso che si possa dimostrare che il Petrino, il Paolino e il Giovanneo formano tre filoni che attraversano la Scrittura e che attraversano anche tutta la storia perché si sono ripetuti, nelle loro caratteristiche, in tutto il popolo di Dio di tutti i tempi. Tutti i vari ministeri del Nuovo Testamento, quelli, per esempio, di Filippo e Barnaba, di Sila e Apollo, di Timoteo e di Giacomo, insieme a tutti quelli che seguiranno nel corso della storia, contengono, in proporizioni diverse, gli elementi distintivi di questi tre ministeri. Cerchiamo quindi di comprendere quello che Dio ci dice tramite le esperienze di questi tre uomini dalla tipologia tanto netta e questo sarà lo scopo del nostro studio.

“Gettare una rete in mare”

Cominciamo con Pietro. Si pensa che Marco, quando scrisse il suo Vangelo, riportasse la narrazione che Pietro fece del suo Signore. Oltre questo, abbiamo le Epistole di Pietro e, naturalmente, anche gli avvenimenti della sua vita riportati dagli altri evangelisti nei quattro Vangeli e nel libro degli Atti. Questi, insieme, formano lo speciale contributo di Pietro.
Allora, qual era il suo ministero? Certamente le Epistole ci fanno vedere quanto egli fosse ampiamente rappresentativo del lavoro che compete a un apostolo, ma, nei passi narrativi, c’è un elemento che viene in luce più di tutti gli altri e penso questo fosse l’elemento sul quale Dio fece più leva quando, chiamando Pietro a seguirlo, lo definì “pescatore di uomini”. Quello sarebbe dovuto essere il compito specifico di Pietro, il suo impegno primario: portare uomini, velocemente e in grande numero, nel Regno. Più avanti nella storia di Pietro, Gesù riaffermò questo, quando, a Cesarea di Filippi, Pietro dichiarò “tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”. Il Signore avrebbe costruito la sua Chiesa e Pietro sarebbe stato chiamato a “pascere i suoi agnelli” all’interno di essa, ma, in relazione a quella Chiesa, le prime parole di Gesù a lui furono: “Io ti darò le chiavi del regno dei cieli”.
Una chiave sottintende, fra le altre cose, che ci sia un’entrata, un inizio. Si entra attraverso una porta e si usa una chiave per aprirla o per farvi entrare altri. Successivamente, il ministero di Pietro spesso sfociò in un inizio di questo genere ed egli fu il primo a fare questo. La Chiesa di Gerusalemme cominciò quando tremila anime ricevettero la sua parola e la Chiesa a Cesarea cominciò quando, in sua presenza, lo Spirito Santo scese su Cornelio e sulla sua famiglia. Possiamo dire, perciò, che quando Pietro si alzò con gli undici, aprì la porta agli Ebrei e, quando, successivamente, predicò in quella casa romana, di nuovo aprì la porta, ma, questa volta, ai gentili. Perciò, anche se Pietro non era solo in entrambe le occasioni, perché il mandato si estende sempre anche agli altri che gli sono vicini e anche se più avanti vediamo che anche Paolo fu un uomo scelto da Dio per portare in modo anche più capillare e ampio il Vangelo fra i gentili, ciononostante Pietro fu senz’altro il pioniere. Storicamente egli ebbe la chiave e aprì la porta. Il suo compito fu quello di iniziare qualcosa; fu inviato da Dio per dare inizio alle cose.
Il messaggio che Pietro aveva il compito di predicare era la salvezza, una salvezza che non doveva servire solo per sé, ma per la affermazione del Regno di Dio e del suo Re Gesù. Quando Pietro predicò, all’inizio, riguardo al Regno, non lo fece ponendo l’enfasi sui vari aspetti del Regno, ma focalizzò la sua predicazione su come si inizi a entrarvi e quindi pose l’enfasi sulle chiavi del regno e sulla loro funzione di aprire per far vedere il Regno agli uomini. Non può essere una pura coincidenza il fatto che la sua predicazione fosse coerente con i vari dettagli della sua chiamata. Pietro fu chiamato in circostanze diverse da Paolo e anche, come vedremo, da Giovanni. Poiché tali circostanze sono riportate nella Scrittura, non vanno trascurate e considerate fortuite; sono degne di nota.
Pietro fu chiamato, ci viene detto, mentre era intento all’occupazione più importante del suo lavoro, cioè, “mentre gettava le reti in mare”. Parlando in modo figurato, sembra che quella occupazione abbia dato una caratteristica specifica al suo ministero nel corso della sua vita. Egli doveva essere, prima di tutto e soprattutto, un evangelista, uno che comincia qualcosa “prendendo uomini in vita”. Gettando la rete si cattura il pesce, ogni genere di pesce. Questo fece Pietro e, pur non dimenticando per un momento l’ampio spettro di ciò che fece e scrisse, si può dire con certezza che l’enfasi maggiore, in quello che viene riportato del suo ministero, è posta in quell’area.

“Erano fabbricanti di tende”

E adesso parliamo di Paolo. è un servo di Dio, diverso da Pietro. Chi potrebbe dire che Paolo non annunciasse il Vangelo? Certo che lo fece e, se non lo avesse fatto, avrebbe rinnegato l’opera da pioniere di Pietro e avrebbe buttato via il terreno da lui guadagnato. Non facciamo l’errore di pensare che ci fosse qualche conflitto basilare fra i ministeri di questi due uomini o che i ministeri dei servi di Dio debbano essere in conflitto. Paolo chiarisce molto bene, quando scrive ai Galati, che le differenze sono in relazione alla geografia e alla razza, ma i compiti sono complementari, non solo per il consenso delle parti in causa, ma per il valore che Dio dà ad essi e per il riconoscimento che ne dà (Galati 2:7-12).
Però ci fu un momento in cui a Paolo fu chiesto di andare avanti e, mentre il compito di Pietro era stato quello di iniziare le cose, il compito di Paolo fu quello di costruire e Dio gli affidò, in modo particolare, il compito di costruire la sua Chiesa, o, in altre parole, il compito di presentare agli uomini Cristo nella sua pienezza e di portare quegli uomini, come se fossero un uomo solo, verso quello che Dio aveva in mente per loro in Cristo. Paolo aveva avuto la possibilità di vedere, per un istante, quella realtà celeste in tutta la sua grandezza ed ebbe il mandato di mettere insieme il popolo riunito di Dio secondo quella realtà.
Voglio spiegarmi con maggior chiarezza. Ricordate la visione che ebbe Pietro prima che si preparasse per andare verso i gentili a Cesarea; vide un lenzuolo che scendeva dal cielo, tenuto ai quattro angoli e contenente ogni genere di animali, puri e impuri. Quella visione indicava la caratteristica inclusiva e universale del Vangelo che è rivolto a ogni creatura. E di nuovo questo è, soprattutto, indirizzato a Pietro, perché il suo ministero è un ministero formato da un lenzuolo, o da una rete, nel quale si mette un po’ di tutto. è preparato da Dio, perché viene verso di lui “dal cielo”. Il suo mandato, affidatogli da Dio, rinnovato e interpretato qui a Giaffa, era di portare al Salvatore il maggior numero di persone possibile, di ogni genere.
Il nostro fratello Paolo è diverso, nel senso che non è un uomo che ha un lenzuolo fra le mani; è un fabbricante di tende. Il lenzuolo della visione di Pietro (parlo per immagini), diventa, nella mano di Paolo, una tenda. Che cosa voglio dire? Voglio dire che un lenzuolo non ha ancora una forma definita; non è ancora “trasformato” in niente. Ma a questo punto arriva sulla scena Paolo, fabbricante di tende e, sotto la direttiva dello Spirito di Dio, sotto l’impulso di una visione che, come quella di Pietro, gli venne dal cielo (2 Corinzi 12:2-4; Efesini 3:2-10) dà a quel “lenzuolo” senza forma, una forma e un significato. Egli diventa, per sovrana grazia di Dio, un costruttore della Casa di Dio. Per Paolo non si tratta semplicemente del numero di anime salvate, ma di qualcosa che deve assumere una forma definita. Forse Paolo non ebbe mai esperienza di 3.000 anime salvate in un solo giorno, quello fu privilegio di Pietro; ma il ministero specifico di Paolo fu di edificare anime credenti insieme, secondo la visione celeste che Dio gli aveva dato.
Dio non è soddisfatto se i componenti del suo popolo si convertono soltanto; se “vanno in Chiesa”, si siedono, ascoltano sermoni ben preparati e si sentono bene perché pensano di essere buoni cristiani. Non è neppure particolarmente interessato alle loro esperienze speciali di “seconda benedizione”, “santificazione”, “liberazione” o qualsiasi altro termine essi usino per definire le loro esperienze. C’è qualcosa di più nella mente di Dio per i suoi figli, qualcosa che riguarda un “Uomo nuovo” che viene dal cielo. Dio ha come scopo e obiettivo della redenzione, l’unione di Cristo il Capo e della Chiesa suo Corpo in modo che il tutto: Cristo e la sua Chiesa, formino, insieme, il suo Uomo nuovo “il Cristo”.
è bello cercare attraverso le Scritture e trovare “Il Cristo”. Che benedizione scoprire che il pensiero unico nella mente di Dio è suo Figlio Gesù Cristo! Molte volte nella Scrittura si parla di “Gesù il Cristo” e molte volte ancora si parla, semplicemente, del “Cristo”. Ma, se analizziamo con cura quanto è scritto, scopriremo che il termine usato per indicare il Figlio di Dio non è usato solo per indicarlo personalmente, ma anche per unire in un unico abbraccio altri insieme a lui (vedere, in particolare 1 Corinzi 12:12). Che grazia senza confini! Dio raduna per sé molti figli redenti, non solo come individui singoli, ma come un unico popolo riunito insieme. E a qual fine? Per fare di loro, nel Figlio e con lui, un uomo nuovo, un tutto unito grazie al quale, tramite tutte quelle singole vite umane, si manifesta il cielo e la vita e la gloria del benedetto Figlio di Dio.
Questo è il fine straordinario di Dio e Paolo fu colui che fu chiamato da Dio in modo speciale per essere portatore di quel mistero, per portarlo avanti e per portare il popolo di Dio all’interno di esso. Quando diciamo queste cose, non vogliamo affatto sminuire il ministero di Pietro, non vogliamo dire che l’evangelizzazione non dovrebbe avere il posto importante che ha, ma quello che noi tutti abbiamo bisogno di comprendere è questo: che lo speciale ministero di Paolo è il complemento necessario di quello di Pietro. Paolo va oltre Pietro, ma non distrugge quello che Pietro ha fatto e non toglie ad esso importanza. Anche il fratello Pietro, quando avanzò nella conoscenza della “casa spirituale” di Dio (1 Pietro 2:1-9) riconobbe che, in qualche modo, Paolo era andato oltre lui in questo ambito. è bellissimo leggere i versetti finali della sua ultima epistola nella quale si riferisce alla “sapienza” data a Paolo e poi mette gli scritti di Paolo alla pari con le “altre Scritture”. C’è voluta grazia per poter far questo; ma Pietro era arrivato a un punto in cui si rese conto che, nel piano di Dio, gli insegnamenti di Paolo erano diventati assolutamente complementari ai suoi.
“Che io sia pieno di dolore” disse Paolo “se non predico il Vangelo” e cercò l’aiuto di Dio per proclamarlo fino agli estremi limiti del mondo romano, ma, dovunque egli predicasse, non si fermava ai primi effetti della predicazione, ma sempre cercava un seguito perché venisse perseguito lo scopo che il Signore si era prefissato per i santi. Pietro era soprattutto un costruttore; anzi, come lui stesso si definì, era un “capomastro” (1 Corinzi 3:10). Egli poneva le fondamenta, sì le fondamenta di Gesù Cristo e poi andò oltre e cominciò a costruire su quelle fondamenta. Cercare di costruire su ogni altro tipo di fondamenta lo avrebbe totalmente squalificato. Ma, una volta stabilito questo, Pietro si rese conto che è importante anche il tipo di costruzione che si fa. è molto importante come si costruisce e con quale tipo di materiale. Nella casa di Dio non ci può essere una manodopera di seconda mano, non ci possono essere sostituti. Dio vuole che i suoi figli, legati insieme nell’amore, siano formati ed edificati fino a formare un tempio santo nel Signore e siano resi idonei a rivelare e a mostrare le glorie del suo Figlio. Questo fu il traguardo che Paolo mise davanti a tutti noi con il suo ministero. Tutte le lezioni che possiamo trarre dalla sua vita così piena di avvenimenti e tutto il ricco contributo offerto dai suoi numerosi scritti che coprono un vasto arco di tempo, di spazio e di azione, hanno come scopo questo unico fine: che Cristo possa avere tutta per sé la Chiesa gloriosa per la quale morì.

“Aggiustare le reti”

Ma poi arrivarono contraccolpi e delusioni e nella sua lettera ai Filippesi Paolo ci dice il perché “Tutti cercano i loro interessi” dice “Non quelli di Gesù Cristo” (Filippesi 2:21). Scrivendo un po’ più avanti nel tempo a Timoteo, parlando dei santi di una provincia dell’Asia dirà che “tutti quelli dell’Asia” se ne sono andati. Chi sono questi credenti dell’Asia? Certamente alcuni di quelli che il Signore stesso sfida nell’Apocalisse. Lì il Signore si rivolge a sette chiese rappresentative della provincia dell’Asia, perché il loro stato spirituale è tipico, noi crediamo, di tutte le chiese in ogni epoca storica (Apocalisse 1:11). Agli occhi di Dio tutte le chiese di quel primo periodo del Nuovo Testamento sembra si siano allontanate dal suo modello di riferimento e abbiano avuto qualche carenza nel perseguire lo scopo divino.
A questo punto il Signore chiama in causa Giovanni. Fino a questo punto, almeno per quanto sappiamo dal resoconto fatto nel Nuovo Testamento, egli è rimasto un po’ in disparte. Ma, andato via Paolo, il Signore mette poi in luce il suo successivo portatore di ministero e, con lui, un’enfasi fresca e diversa per far fronte a un nuovo bisogno.
Il ministero di Giovanni è ben diverso da quello di Pietro. Giovanni non ebbe un diretto mandato personale o unico, come fu invece per Pietro, di dare origine a qualche cosa. Fino a quel momento, come ci dice il resoconto scritto, il Signore si servì di lui, all’inizio, insieme a Pietro e non ci è detto che gli fosse stato affidato in modo specifico il compito di far conoscere il mistero della Chiesa. Senz’altro anche lui fu coinvolto, come lo furono gli altri apostoli, nella fondazione della Chiesa (Efesini 2:20), ma neppure in quest’ambito la sua chiamata fu specifica. Dottrinalmente Giovanni non aveva nulla da aggiungere alla rivelazione data tramite Paolo. Nel ministero di Paolo le cose di Dio raggiungono il punto più alto, un assoluto e non si può dare di meglio. Il fine verso cui fu teso Paolo, fu la piena realizzazione del piano divino che era già nella mente di Dio prima della fondazione del mondo. Quei pensieri riguardo a suo Figlio, il piano per la redenzione e la gloria dell’uomo, erano stati svelati in ogni epoca tramite sprazzi di luce, finché finalmente, in una epoca speciale di grazia, il suo piano si rese manifesto pienamente con la nascita, morte, risurrezione ed esaltazione del suo Cristo. Il compito specifico di Paolo fu quello di presentare quel piano nella sua completezza, e di portarlo alla sua attuazione nel popolo di Dio. Il suo compito fu quello di esprimere in parola, per l’edificazione di tutti noi, qualcosa che era uscito proprio dal cuore di Dio, qualcosa che esisteva dall’eternità e che veniva in quel momento portato alla luce nella dimensione temporale. Per questo per aggiungere qualcosa a quello che Dio affidò a Paolo, bisognerebbe aggiungere qualcosa a quanto Dio volle fare e questo, naturalmente, è impensabile. Il piano divino è assoluto.
E allora perché aggiungere Giovanni a Paolo? Che necessità c’era di un ulteriore ministero? La risposta è la seguente: alla fine del periodo del Nuovo Testamento, il nemico delle anime trovò modo di entrare nella casa di Dio e fece sì che il popolo di Dio, proprio gli eredi della sua redenzione, deviassero dalle vie del Signore. Anche quelli a cui era stata affidata la visione data agli Efesini, mancarono e vennero meno e la Chiesa di Efeso fu la più avanzata in quel fallimento. Se si paragona la prima Epistola agli Efesini di Paolo, con quella di Gesù tramite Giovanni (Apocalisse 2:1-7), le due lettere fanno vedere la posizione in cui si trovano queste persone. Qualcosa di terribile è accaduto e ora subentra Giovanni con un preciso mandato: quale? Non di portare avanti, ma di ristabilire. Scopriremo che, in tutto il Nuovo Testamento, il ministero di Giovanni è sempre quello di ristabilire. Non dice nulla che colpisca per la sua novità e per la sua originalità, non porta niente più avanti del punto in cui si trova (anche se è vero che, nell’Apocalisse, porta a compimento quello che è già stato dato). Quello che distingue Giovanni, nel Vangelo, nelle Lettere o nell’Apocalisse, è la sua preoccupazione di riportare il popolo di Dio alla posizione che ha perduto.
Ancora una volta, questo è in linea con le circostanze nelle quali Giovanni fu chiamato ad essere un discepolo. Pietro fu chiamato a seguire mentre stava gettando una rete in mare; Paolo, presumibilmente, era già, per lavoro, un fabbricante di tende quando Dio lo chiamò “un vaso scelto per me” e Giovanni, di nuovo, fu chiamato in modo diverso. Come Pietro, Giovanni era un pescatore, ma, a differenza di lui, al momento della sua chiamata non era sulla barca, ma sulla riva del lago e ci viene detto che lui e suo fratello stavano “aggiustando le reti”. Quando ci si prepara ad aggiustare qualcosa, si cerca di riportarlo alla sua condizione originaria. Qualcosa è stato danneggiato o perduto e il nostro compito è quello di ripararlo e di recuperarlo; e questo è il ministero speciale di Giovanni: egli ci riporta sempre all’originale di Dio.
Forse questa affermazione ha bisogno di essere ulteriormente chiarita, ma questo avverrà al momento opportuno. E perché non si pensi che diamo troppo importanza alla coincidenza del ministero con l’occupazione secolare di questi tre apostoli, vogliamo puntualizzare subito che consideriamo questi dettagli, provvidenzialmente registrati nella Scrittura come senza dubbio sono, semplicemente come supporti utili per appenderci i nostri pensieri e per aiutarci a fissare la mente sulle cose infinitamente più grandi per cui ognuno dei tre apostoli fu nominato servitore di Dio.
Quindi abbiamo davanti questi tre uomini rappresentativi; Pietro, preoccupato soprattutto di raccogliere anime; abbiamo Paolo, il saggio capomastro, che costruisce secondo la visione celeste accordatagli e poi, quando c’è la minaccia del fallimento, ecco Giovanni con il compito di riaffermare che c’è in vista uno scopo originario che, nella mente di Dio, non è mai stato abbandonato. C’è ancora qualcosa che vuole adempiere e non cesserà mai di portare a compimento quell’intenzione.
Il punto pratico di quanto abbiamo detto è questo: che ci vogliono questi tre ministeri complementari e collegati fra loro per fare la Chiesa perfetta. Ci vuole il ministero di Pietro per iniziare le cose in ogni situazione che si presenti, ci vuole il ministero di Paolo per edificare su quell’inizio e ci vuole il ministero di Giovanni per riportare indietro le cose, quando è necessario, e rimetterle in linea con l’intenzione originaria di Dio. Pochi negheranno che la necessità di questi tre ministeri è evidente anche oggi e che il terzo ministero, quello del ristabilimento, è forse il bisogno più grande che abbiamo tutti in questo secolo. Per questo ci sarà di aiuto guardare alcuni punti chiave di ogni ministero in dettaglio, dando attenzione speciale alle implicazioni che l’ultimo dei tre ha nella nostra epoca.
Per questo nei capitoli successivi considereremo, in successione, Pietro, Paolo e Giovanni, prima come uomini e poi come ministri con caratteristiche di iniziazione, costruzione e ristabilimento. Permettiamo, mentre lo facciamo, allo Spirito di Dio di parlare tramite loro e di lanciare una sfida a ognuno dei nostri cuori.
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Watchman Nee

Watchman Nee (1903-1972), fedele servitore di Cristo Gesù, nacque a Foochow (Cina) nel 1903. Desiderando un figlio, sua madre aveva pregato il Signore, dicendo: "Se avrò un figlio, lo donerò a Te". Nee fu uno studente eccezionale e tra i migliori della scuola dalle elementari fino al college. Fin dalla sua giovinezza fu profondamente risoluto a servire il Signore pienamente. Egli non frequentò scuole teologiche o istituti biblici, eppure acquisì una profonda conoscenza dell'opera di Dio, di Cristo, dello Spirito Santo, e della chiesa. Perfezionò tale conoscenza studiando gli scritti di uomini e donne devoti, da T. Austin-Sparks a C.H. Mackintosh, e nei primi anni ricevè edificazione e aiuto da Margaret E. Barber, un'ex missionaria anglicana. Watchman Nee fondò una missione in Cina (China Inland Mission), dove, nonostante i turbamenti politici del paese, sorsero circa 400 chiese. Un giovane credente, Witness Lee, divenne il suo più stretto collaboratore, e andò a Taiwan a continuare il suo ministero per la chiesa. Nel 1952 Watchman Nee fu arrestato dai comunisti nella Cina popolare per essersi rifiutato di smettere di predicare Cristo. Morì nel 1972, dopo 20 anni di prigionia, scegliendo di rimanere fedele a Cristo a costo della vita. Prima della sua morte, lasciò una nota scritta per testimoniare della verità: "Cristo è il Figlio di Dio che morì per la redenzione dei peccatori e risorse dopo tre giorni. Questa è la più grande verità nell'universo. Muoio a causa della mia fede in Cristo.

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