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Corri, pupo, corri

Corri, pupo, corri

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Descrizione

La storia di Nicky Cruz,uno dei protagonisti del libro “La croce e il pugnale” è eccezionale. In essa vi sono tutti gli elementi della tragedia, della violenza e dell’intrigo, più il maggiore di tutti gli ingredienti: la potenza dell’Evangelo di Gesù Cristo. La popolazione adulta non può ignorare i giovani con i loro impressionanti problemi del secolo. Essi cercano un significato nella vita. Non sono innamorati dei nostri tabù ormai consunti dal tempo. Essi richiedono che vi sia sincerità nella religione, onestà nella politica e giustizia per i non privilegiati. CORRI, PUPO, CORRI è una storia avvincente! Spero che sia letta da un gran numero di persone e che quelli che la leggeranno possano pervenire alla conoscenza del Cristo che trasformò il cuore vuoto e irrequieto di Nicky Cruz, facendo di lui una leggenda cristiana dei nostri tempi (Billy Graham)

Proprietà

ISBN: 9788880772309
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772309
Peso: 0,370kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1

Nessuno si interessa

“Fermate quella piccola peste!” gridò qualcuno.
La porta della Pan Am Constellation si era appena aperta ed io sfrecciai giù per gli scalini dell’aereo verso la stazione termini dell’aeroporto Idlewild di New York. Era il 4 gennaio 1955 ed un vento freddo mi pungeva le guance e le orecchie. Solo qualche ora prima mio padre mi aveva messo a bordo dell’aereo a San Juan, un quindicenne portoricano ribelle e amareggiato. Ero stato affidato alla custodia del pilota e mi era stato imposto di rimanere sull’aereo fino a che fossi stato consegnato a mio fratello Frank. Ma appena la porta fu aperta, fui il primo ad uscire, correndo all’impazzata sulla pista di cemento.
Tre addetti all’aeroporto si diressero verso di me, bloccandomi contro la rete metallica nei pressi del cancello. Un vento pungente mi sferzava attraverso il leggero vestito tropicale mentre cercavo di svincolarmi. Un poliziotto di guardia ai cancelli mi afferrò per il braccio e gli addetti aeroportuali si affrettarono a ritornare al loro lavoro. Era come un gioco per me; alzai lo sguardo verso il poliziotto e sogghignai.
“Pazzo d’un portoricano! Che diavolo credi di fare?” disse. La mia smorfia svanì mentre sentivo odio nella sua voce. Le sue gote erano rosse dal freddo pungente e gli occhi lacrimavano a causa del vento. Teneva un mozzicone di sigaro spento fra le labbra floscie. Odio! Lo sentii montare su per il mio corpo. Lo stesso odio che avevo sentito verso mio padre e mia madre, i miei insegnanti, i poliziotti di Puerto Rico. Odio! Cercai di divincolarmi, ma egli mi teneva il braccio in una presa di ferro.
“Coraggio, ragazzino, ritorniamo all’aereo”. Guardai verso di lui e gli sputai addosso.
“Porco!” ringhiò lui. “Sporco mascalzone!” Allentò la presa sul mio braccio e cercò d’afferrarmi da dietro il collo. Abbassando il capo sotto il suo braccio, sgaiottolai attraverso il cancello aperto che immetteva nell’aerostazione.
Dietro di me si sentivano grida e il rumore cadenzato di passi in corsa. Mi misi a correre giù per la lunga sala entrando ed uscendo dalla folla di persone che si avviavano agli aerei. Ad un tratto giunsi in una grande stanza. Avendo scorto una porta che dava fuori, attraversai la stanza di gran carriera e fui fuori, nella strada.
Un grande autobus stava fermo ad una curva, con la porta aperta e il motore acceso. La gente saliva ed io mi feci spazio con i gomiti per entrare nella fila. Il conducente mi prese per la spalla e mi chiese il biglietto. Scrollai le spalle e gli risposi in spagnolo. Mi spinse sgarbatamente fuori dalla fila, troppo indaffarato per perdere tempo con un ragazzo sciocco che a mala pena riusciva a capire l’inglese. Mentre rivolgeva la sua attenzione ad una donna che cercava il suo borsellino, abbassai il capo, m’intrufolai dietro di lei nella porta e quindi sull’autobus affollato. Dopo aver guardato indietro per accertarmi che non mi aveva visto, mi feci strada a fatica fino alla parte posteriore dell’autobus dove mi sedetti vicino a un finestrino.
Mentre l’autobus partiva dalla curva, scorsi il grosso poliziotto addetto ai cancelli e due altri che uscivano ansimanti dalla porta laterale dell’aerostazione, guardando in tutte le direzioni.
Non potei resistere a non bussare sulla lastra del finestrino, salutando con la mano e ridacchiando attraverso il vetro.
Ce l’avevo fatta. Sprofondando sul sedile, misi le ginocchia contro il retro del sedile di fronte a me e pressai il viso contro il vetro sporco e freddo del finestrino.
L’autobus si fece strada attraverso il pesante traffico di New York dirigendosi verso il centro della città. Fuori c’era neve e fanghiglia lungo le strade e i marciapiedi.
Mi ero sempre immaginato la neve candida e bella, sparsa sopra acri e acri di terra fatata. Ma questa era sporca, simile a una farinata sozza. Con il mio fiato feci una nebbiolina sul finestrino, mi sporsi indietro e scorsi il dito sul vetro. Era un mondo del tutto diverso da quello che avevo appena lasciato. La mia mente riandò al giorno prima allorché ero rimasto in piedi sulla collina di fronte a casa mia. Ricordai l’erba verde sotto i miei piedi, macchiata con puntini di pastello di piccoli fiori selvatici. Il campo scendeva dolcemente a valle verso il villaggio. Ricordai la tiepida brezza sul mio viso e il calore del sole sul mio dorso nudo e abbronzato. Portorico è una terra bellissima piena di sole e di bambini scalzi. è una terra dove gli uomini non indossano camice e le donne camminano pigramente al sole. Il suono dei tamburi d’acciaio e lo strimpellio delle chitarre si sente giorno e notte. è una terra di canto, fiori, bambini che ridono e di acqua azzura spumeggiante. Ma è anche una terra di stregonaria e di voodoo*, di superstizione religiosa e di grande ignoranza. A sera il suono dei tamburi voodoo scende giù dai monti coperti di palme mentre gli stregoni praticano le loro attività, offrendo sacrifici e danzando con serpenti alla luce di fuochi tremuli.
I miei genitori erano spiritisti. Si guadagnavano da vivere scacciando demoni e, per supposizione, mettendosi in contatto con gli spiriti dei morti. Mio padre era uno degli uomini più temuti dell’isola. Alto più di un metro e ottanta, le sue enormi spalle arcuate avevano spinto gli isolani a far riferimento a lui come al “Grande”. Egli era stato ferito durante la seconda guerra mondiale ed aveva ricevuto una pensione governativa. Ma nella famiglia c’erano 17 figlie e una figlia; dopo la guerra egli ritornò allo spiritismo per guadagnarsi da vivere. Mamma lavorava con papà come medium. La nostra casa era il quartier generale di ogni sorta di voodoo, sedute spiritiche e fatture. Centinaia di persone venivano da ogni parte dell’isola per partecipare a riunioni spiritiche e di mediazione. La nostra grande casa in cima alla collina, aveva un sentiero sinuoso che conduceva al piccolo villaggio addormentato di Las Piedras adagiato giù nella valle. Gli abitanti del villaggio potevano risalire il sentiero a tutte le ore del giorno e della notte per venire alla “Casa dello stregone”. Cercavano di parlare a spiriti di defunti, di prender parte a fatture e chiedevano a papà di liberarli dai demoni. Papà era il direttore, ma vi erano molti altri portoricani medium che venivano ad usare la nostra casa come quartier generale. Alcuni, a volte, stavano per settimane intere ad evocare spiriti maligni e a scacciare i demoni.
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* Voodoo: pratiche superstiziose di origine africana (N.d.T.)
C’era un lungo tavolo per le sedute spiritiche nel soggiorno intorno al quale le persone sedevano per cercare di comunicare con gli spiriti dei morti. Mio padre era un uomo molto istruito sull’argomento e aveva una biblioteca fornita di testi di stregoneria e di arti magiche che non ce n’era un’altra simile in quella parte dell’isola.
Presto, una mattina, due uomini portarono a casa una donna afflitta. Mio fratello Gino ed io scivolammo fuori dal letto e ci mettemmo a sbirciare attraverso la porta mentre la adagiavano sul lungo tavolo. Il suo corpo si contorceva spasmodicamente e acuti lamenti le uscivano dalle labbra mentre gli uomini stavano in piedi ad ogni estremità del tavolo tenendola giù. La mamma stava ai suoi piedi con gli occhi rivolti verso il soffitto cantando delle strane parole. Papà andò in cucina e ritornò con una piccola urna nera ripiena d’incenso che bruciava. Aveva con sé anche un grande rospo verde che mise sul ventre tremante della donna. Quindi, sospendendo l’urna sopra il suo capo con una piccola catena, asperse della cipria sul corpo che si contorceva.
Rimanemmo in piedi tremanti dalla paura mentre egli comandava agli spiriti maligni di lasciare la donna ed entrare nel rospo. Ad un tratto la donna gettò la testa all’indietro ed emise un grido lacerante. Il rospo balzò da sopra il suo stomaco e andò a schiantarsi contro la soglia di casa.
All’improvviso lei incominciò a dare calci e, divincolatasi dalla presa degli uomini, rotolò giù dal tavolo e cadde pesantemente sul pavimento. Sbavava e si mordeva le labbra e la lingua mentre sangue misto a schiuma le sgorgava dalla bocca. Poi si calmò e rimase immobile. Papà annunciò che era stata curata e gli uomini gli dettero del denaro. Poi raccolsero il corpo svenuto della donna e indietreggiando uscirono, ringraziando papà ripetutamente e chiamandolo “Il Grande Operatore di Miracoli”.
La mia fanciulezza fu piena di paura e risentimento. Essere nato in una famiglia numerosa significò che veniva data una piccolissma attenzione individuale ad ogni singolo figlio. Nutrivo risentimenti verso papà e mamma e avevo paura delle stregonerie che facevano ogni sera.
L’estate prima che incominciassi la scuola mio padre mi rinchiuse nella colombaia. Era tarda sera e mi aveva sorpreso mentre rubavo dei soldi dal borsellino di mamma. Cercai di correre ma egli stese la mano e mi afferrò da dietro il collo. “Non puoi correre, piccolo. Dovrai pagare il fio per aver rubato”.
“Ti odio” gridai.
Egli mi sollevò di peso, scuotendomi fortemente. “T’insegnerò io a parlare a tuo padre in questo modo” rispose con rabbia. Mettendomi sotto il suo braccio come fossi stato un sacco di grano, si diresse a grandi passi attraverso il buio orticello verso la colombaia. Lo sentii armeggiare con il lucchetto mentre apriva la porta. “Dentro” ringhiò. “Resterai lì dentro con i piccioni fino a quando imparerai la lezione”.
Mi spinse attraverso la porta e la chiuse sbattendola dietro di me, lasciandomi nell’oscurità totale. Udii il lucchetto richiudersi e la voce smorzata di mio padre proveniente dalle crepe dei muri: “E niente cena”. Sentii il rumore dei suoi passi attenuarsi in distanza, mentre si dirigeva verso casa.
Mi sentivo pietrificato dalla paura. Sbattendo i pugni contro la porta, la presi a calci freneticamente, strillando e urlando. All’improvviso la colombaia fu ripiena del rumore di ali che sbattevano selvaggiamente mentre gli impauriti volatili s’abbattevano contro il mio corpo. Mi coprii il viso con le mani e gridai istericamente mentre i piccioni si abbattevano contro i muri e mi beccavano ferocemente la faccia e il collo. Crollai sul pavimento sporco coprendomi la testa con le braccia cercando di proteggermi gli occhi e d’isolare il rumore sovrastante del battito delle ali.
Sembrò un’eternità prima che si aprisse la porta e mio padre mi rimettesse in piedi e mi trascinasse nell’orticello. “La prossima volta ti ricorderai di non rubare e di non rispondere irriverentemente quando sei colto sul fatto”, disse bruscamente. “Ed ora lavati e vai a letto”. Quella notte mi addormentai piangendo, sognando uccelli che battevano le ali e si abbattevano contro il mio corpo. Il risentimento contro mio padre e mia madre si protrasse per tutto l’anno seguente quando incominciai la scuola. Odiavo ogni autorità.
In seguito, quando avevo otto anni, mi rivoltai completamente contro i miei genitori. Era un caldo pomeriggio d’estate e mamma con parecchie altre medium sedevano intorno al grande tavolo del soggiorno bevendo caffé. Io mi ero stancato di giocare con mio fratello ed entrai nella stanza facendo sobbalzare una piccola palla sul pavimento e riprendendola poi nella mano.
Una delle medium disse a mamma: “Il tuo Nicky è un bel ragazzo. T’assomiglia proprio. So che devi essere molto fiera di lui”. Mia madre mi guardò fisso e cominciò ad oscillare con la sedia, dondolandosi avanti e indietro. Rivoltò gli occhi nelle orbite fino a che se ne vedeva solo il bianco. Poi distese le braccia dritte dinanzi a sé dall’estremità del tavolo. Le sue dita s’irrigidirono e tremavano lievemente mentre alzava lentamente le braccia sul suo capo e incominciava a parlare con tono di cantilena... “Questo... non... mio... figlio. No, non Nicky. Lui non è stato mai mio... no, non mio... figlio di satana, creatura del diavolo!”
Lasciai cadere la palla che rotolò per la stanza. Indietreggiai lentamente contro il muro mentre mia madre continuava nel suo misticismo, alzando e abbasando la voce mentre canticchiava: “No, non mio, non mio... mano di lucifero sulla sua vita... il dito di satana tocca la sua vita... il dito di satana tocca l’anima sua... marchio di bestia sul suo cuore... No, non mio... no, non mio”. La osservavo mentre le lacrime le rigavano il volto. Ad un tratto si rivolse verso di me con gli occhi sbarrati e con un urlo gridò: “Fuori, diavolo! Vai via da me. Lasciami, diavolo. Via! Via! Via!”
Ero terrorizzato dalla paura. Corsi nella mia stanza gettandomi sul letto. I pensieri mi scorrevano nella mente come le acque di un fiume che si agitano in uno stretto canyon.
“Non la sua creatura... la creatura di satana... non mi ama... Non importo a nessuno... a nessuno”.
Poi vennero giù le lacrime ed incominciai a strillare e a gemere. Il dolore che sentivo nel petto era insopportabile. Mi misi a battere i pugni sul letto fino a che non mi sentii esausto.
L’antico odio si sprigionò dentro di me. In un lampo mi consumò l’anima, come un’alta marea sopra una scogliera corallina. Odiai mia madre. Dio, come l’odiavo! Avrei voluto farle del male, torturarla perfino, per essere pari. Spalancai la porta e corsi urlando nel soggiorno. Le medium erano ancora lì con mia madre. Sbattei con violenza le mani sul tavolo e mi misi ad urlare. Ero tanto frustrato dall’odio che balbettai e le parole non uscivano chiaramente. “Io-Io-Io... t-t-ti odio”.
Puntai un dito tremante nella direzione di mamma e gridai: “T-T-Te la f-f-farò pagare. Te la farò pagare”.
Due dei miei fratelli più giovani se ne stavano a curiosare alla porta mentre passavo vicino a loro e correvo fuori dalla porta di servizio. Precipitandomi giù per le scale, mi girai e mi acquattai sotto il portico, nel luogo fresco e scuro dove mi ero spesso rifugiato quando scappavo. Accovacciandomi sotto i gradini nel sudiciume polveroso, potevo sentire le donne che ridevano e sopra tutte le altre sentii la voce di mia madre che penetrava le assi del pavimento. “Vedete, ve l’ho detto che è una creatura di satana”.
Come l’odiavo! Avrei voluto distruggerla, ma non sapevo come. Sbattendo i pugni nella polvere, gridai per la disperazione, mentre il mio corpo fremeva in singhiozzi convulsivi. “Ti odio! Ti odio! Ti odio!” gridai. Ma nessuno sentì. A nessuno importava di me. Nella mia frustazione, presi grandi manciate di polvere e la scaraventai rabbiosamente in tutte le direzioni. Parte mi finì in faccia mutandosi in rivoli di fango, mescolandosi alle lacrime. In seguito, quello stato di frenesia scomparve ed io rimasi seduto in silenzio. Nel giardino accanto sentivo gli altri bambini giocare. Uno dei ragazzi più piccoli cantava di uccelli e farfalle. Ma io mi sentivo isolato, solo. Torturato dall’odio e dalla persecuzione, ossessionato dalla paura. Sentii la porta della colombaia chiudersi e il pesante calpestio dei passi di papà mentre girava l’angolo posteriore della casa e incominciava a salire gli scalini. Fermandosi, sbirciò nell’ombra attraverso le fessure degli scalini di legno. “Che cosa fai lì sotto, ragazzo?” Rimasi in silenzio, sperando che non mi avesse riconosciuto. Scrollò le spalle e continuò a salire le scale, facendo sbattere la porta dietro di lui.
Non importa a nessuno, pensai. Riuscivo a sentire ancora risate dentro la casa mentre la voce profonda di mio padre si associava a quella delle donne.
Di nuovo mi sentii pervadere da ondate d’odio. Le lacrime mi solcarono il volto e mi misi a strillare di nuovo. “Ti odio, mamma! Ti odio. Ti odio. Ti odio”. La mia voce echeggiò nel vuoto sotto la casa. Raggiungendo uno stadio di completa intensità emotiva, caddi supino nel sudiciume, mi rotolai ripetutamente su me stesso, con il corpo tutto coperto di polvere. Sfinito, chiusi gli occhi e piansi finché caddi in un sonno agitato.
Il sole era già tramontato nel mare occidentale quando mi svegliai e strisciai fuori da sotto il portico. Sentivo ancora la sabbia fra i denti e il mio corpo era incrostato di sudiciume. I rospi gracidavano e i grilli stridevano ed io sentii la rugiada fredda e umida sotto i piedi nudi.
Papà aprì la porta di servizio ed un fascio di luce gialla m’investì mentre stavo fermo ai piedi della scala.
“Porco!” ringhiò. “Che cosa hai fatto sotto la casa tutto questo tempo? Guardati! Non vogliamo maiali qui intorno. Vai a ripulirti e poi vieni a cenare”.
Ubbidii. Ma mentre mi lavavo sotto la pompa dell’acqua, sapevo che avrei odiato per sempre. Sapevo che non avrei più amato... nessuno. Sapevo anche che non avrei pianto più... mai. Paura, sudiciume e odio per il figlio di satana. Avevo incominciato a correre.
è usanza di molte famiglie portoricane mandare i loro figli a New York quando sono abbastanza grandi da badare a sé stessi. Sei dei miei fratelli più grandi avevano già lasciato l’isola per stabilirsi a New York. Erano tutti sposati e cercavano di farsi una nuova vita. Ma io ero troppo giovane per poter andare. Tuttavia, durante i cinque anni che seguirono, i miei genitori si resero conto che non sarei nemmeno potuto rimanere a Portorico. A scuola ero diventato un ribelle. Facevo a botte, specialmente con i ragazzi più piccoli di me. Un giorno colpii una ragazzina in testa con una pietra. Restai a guardare provando una certa soddisfazione, mentre il sangue le scorreva tra i capelli. La bambina strillava e piangeva mentre io ridevo.
Quella sera mio padre mi prese a sberle fino a farmi sanguinare la bocca. “Sangue per sangue”, gridò.
Comprai una carabina B.B. con cui poter uccidere gli uccelli. Ma non mi bastava ucciderli. Prendevo un gran piacere a mutilare i loro corpi. I miei stessi fratelli mi schivavano a causa della mia insolita sete di sangue.
In terza media litigai con il mio insegnante d’officina. Questi era un uomo alto e magro al quale piaceva fischiare dietro alle ragazze. Un giorno, mentre eravamo in classe, lo chiamai “negro”. Nella sala si fece silenzio e gli altri ragazzi si allontanarono dalle macchine, sentendo la tensione nell’aria. L’insegnante attraversò la sala dirigendosi dove mi trovavo in piedi presso un tornio. “La sai una cosa, moccioso? Tu sei un impostore”.
Ed io di rimando gli risposi: “Scusa, negro. Non intendo esser un impostore”. Prima che facessi in tempo a muovermi allungò di scatto il suo lungo braccio ossuto ed io sentii la carne delle mie labbra spaccarsi contro i denti sotto il colpo selvaggio. Sentii il sangue scorrermi in bocca e colarmi giù per il mento. Mi avventai contro di lui agitando le braccia. Ma lui era un uomo fatto ed io pesavo meno di 45 chili, ma ero pieno d’odio e la vista del sangue accese in me la scintilla. Egli mi mise la mano contro la fronte tenendomi a bada con il braccio mentre colpivo disperatamente l’aria con i pugni. Rendendomi conto della situazione disperata, indietreggiai. “Adesso ti faccio vedere io, negro”, gridai. “Vado a chiamare la polizia. Aspetta e vedrai” Corsi fuori dall’aula. Lui mi mi rincorse chiamando: “Aspetta. Scusami”.
Ma io ero già partito. Non andai alla polizia. Andai, invece, da mio padre dicendogli che l’insegnante aveva cercato di uccidermi. Papà s’infuriò. Rientrò in casa con passi marziali e ne uscì con il suo pistolone ficcato nella cintura. “Andiamo ragazzo. Lo voglio proprio ammazzare quel bravaccio prepotente”. Ci dirigemmo verso la scuola. Avevo difficoltà a tener dietro a mio padre che procedeva a lunghi passi, sicché quasi gli correvo dietro. Il cuore mi sobbalzò in petto pensando all’emozione di vedere quell’insegnante allampanato rimpicciolirsi sotto la furia del mio papà. Ma l’insegnante non era in classe.
“Aspetta qui, ragazzo”, disse papà. “Parlerò con il preside e chiarirò questa faccenda”. Assentii ed aspettai. Papà rimase a lungo nell’ufficio del preside. Quando ne venne fuori, si diresse in fretta verso di me e mi prese con violenza per il braccio. “Va bene, ragazzo, dovrai darmi alcune spiegazione. Andiamo a casa”.
Marciammo di nuovo attraverso il piccolo villaggio e quindi su per il sentiero che portava a casa. Mi trascinava dietro sé per il braccio. “Sporco bugiardo”, mi disse, giunti di fronte a casa. Alzò la mano per schiaffeggiarmi ma io mi abbassai evitando il colpo e mi misi a correre giù per il sentiero. “Va bene. Corri, bimbo, corri!” gridò. “Ritornerai a casa prima o poi. E quando deciderai di farlo, ti darò una bella strigliata”.
A casa ci tornai. Ma fu tre giorni dopo. Fui ritrovato e raccolto dalla polizia mentre camminavo lungo una strada che conduceva verso la montagna dell’entroterra. Li implorai di lasciarmi andare, ma essi mi restituirono a mio padre.
Ed egli mantenne la sua promessa. Sapevo che sarei scappato ancora. E ancora. E avrei corso e corso fino a che sarei stato tanto lontano che nessuno mi avrebbe potuto riaccompagnare.
Durante i due anni che seguirono, fuggii cinque volte. Ogni volta fui ritrovato dalla polizia che mi riportò a casa. Alla fine, disperati, papà e mamma scrissero a mio fratello Frank, chiedendogli se avesse voluto farmi andare a vivere con lui. Frank acconsentì e così si fecero i preparativi per la mia partenza. La mattina che partii, i ragazzi si misero in fila sul portico principale. La mamma mi strinse stretto al suo petto. I suoi occhi erano pieni di lacrime quando cercò di parlarmi, ma le parole non le uscirono di bocca. Non provavo per lei nessun genere di sentimento. Prendendo la mia piccola valigia, mi voltai imbronciato dirigendomi verso il vecchio camion dove papà aspettava. Non mi girai nemmeno indietro.
Fu una corsa di 45 minuti per l’aeroporto di San Juan dove papà mi diede il biglietto e mi mise in mano una banconota ripiegata da 10 dollari. “Telefona a Frank non appena arrivi a New York”, mi disse. “Il pilota si prenderà cura di te fino al suo arrivo”.
Si fermò a guardarmi per un lungo momento, imponente su di me, con la sua folta chioma grigia e ondulata smossa dalla tiepida brezza. Dovetti sembrargli piccolo e patetico mentre ero fermo al cancello con la mia valigetta in mano. Il labbro inferiore gli tremò mentre stese la sua mano per stringere la mia. Poi, d’un tratto, con le sue lunghe braccia circondò il mio fragile corpo e mi strinse stretto a lui. Lo sentii singhiozzare una volta sola. “Hijo mio”, figlio mio. Lasciandomi, mi disse in fretta: “Fai il bravo ragazzo, uccellino”. Mi voltai e corsi su per gli scalini dell’enorme aereo, andandomi a sedere vicino ad un finestrino.
Fuori potevo vedere la scarna figura solitaria di mio padre. “Il Grande”, mentre stava vicino al cancello. Alzò la mano una volta come per salutare, ma era conscio di sé e si voltò camminando in fretta verso il vecchio camion.
Com’è che mi aveva chiamato? “Uccellino”. Ricordai quel raro momento tanti anni prima quando, mentre ero seduto sugli scalini del grande portico, papà mi aveva chiamato così.
Lui stava seduto su una sedia a dondolo sulla veranda e fumava la pipa. Mi raccontò la storia di un uccellino che era divenuto una leggenda in Portorico. Non aveva le gambette e perciò era continuamente in volo. Papà guardò giù tristemente verso me. “Tu sei così, Nicky. Irrequieto. Come un uccellino, vivrai sempre scappando”. Scosse lentamente la testa e rivolse lo sguardo al cielo fumando in su verso il pergolato che pendeva dal tetto del portico.
“L’uccellino è piccolo e molto leggero. Non pesa più di una piuma e vola nelle correnti d’aria mobile e dorme sulle ali del vento. Sfugge ai falchi, alle aquile, ai gufi, uccelli da preda. Si nasconde mettendosi fra loro e il sole. Se mai gli uccelli da preda arrivano sopra di lui lo possono vedere proiettato sulla scura terra. Ma le sue piccole ali sono trasparenti, come l’acqua chiara della laguna. Fintanto che si mantiene in alto, essi non riescono a vederlo. Non si riposa mai”.
Papà si sdraiò sulla sedia ed emise una boccata di fumo blu nell’aria fresca. “Ma come fa a mangiare?” chiesi io. “Mangia mentre vola”, rispose papà. Parlava piano come se avesse visto la piccola creatura. “Cattura insetti e farfalle. No ha né gambe, né piedi; è sempre in movimento”. Rimasi affascinato dal racconto. “E quando il tempo è brutto?” gli avevo chiesto. “Che cosa succede quando non c’è il sole? Come riesce a sfuggire ai suoi nemici allora?”
“Quando è mal tempo, Nicky”, rispose papà, “esso vola tanto in alto che nessuno può vederlo. L’unica volta che smette di volare, l’unica volta che smette di correre, l’unica volta che si posa a terra è quando muore. Poiché una volta toccata la terra, non può correre mai più”.
Papà mi diede una pacca sul sederino e mi mandò via da casa con uno “sciò sciò”.
“Va’ ora uccellino. Corri e vola. Il tuo papà ti chiamerà quando sarà l’ora di non correre più”.
Mi misi a salterellare per il campo d’erba agitando le braccia come le ali di un uccello che cerca di prendere il volo. Ma per qualche ragione non sembravo mai acquistare abbastanza velocità da alzarmi in volo.
I motori dell’aereo tossirono, eruttarono fumo nero, quindi si accesero rumorosamente. Finalmente avrei volato! Avevo iniziato il mio viaggio...


L’autobus si arrestò di botto ad una fermata. Fuori, le vive luci e le insegne multicolori lampeggiavano e brillavano nella fredda oscurità. L’uomo seduto all’altra estremità del corridoio si alzò per scendere. Lo seguii fuori scendendo dalla porta posteriore. Le porte si richiusero con un fischio e l’autobus si allontanò dalla curva. Rimasi solo in mezzo ad otto milioni di persone.
Raccolsi una manciata di neve sporca e ne tolsi la crosta delle parte superiore. Ed eccola apparire bianca, risplendente e pura. Volevo avvicinarla alla bocca e mangiarla, ma mentre l’osservavo alcune macchioline nere cominciarono ad apparire sulla superficie. Mi accorsi che l’aria era impregnata di fuliggine proveniente dai camini e la neve assumeva in tal modo l’aspetto di ricotta spruzzata di pepe nero. La gettai da un lato. La cosa non importava molto. Ero libero.
Per due giorni girovagai per la città. Trovai un vecchio cappotto buttato su un bidone della spazzatura in un vicolo cieco. Le lunghe maniche mi ricoprivano le mani e il lembo strascicava sul marciapiede. I bottoni erano strappati e le tasche erano state squarciate, ma mi teneva caldo. Quella notte dormii sulla metropolitana, rannicchiato su un sedile.
Verso la fine del secondo giorno, l’eccitazione era venuta meno. Avevo fame... e freddo. Due volte cercai di parlare con le persone per chiedere aiuto. Il primo uomo m’ignorò del tutto. Mi passò accanto come se non ci fossi stato. Il secondo uomo mi spinse contro il muro: “Vattene, accattone. Non mettermi addosso le tue mani sudice”. Avevo paura. Continuavo a cercare di evitare che il panico mi salisse dalla bocca dello stomaco in gola.
Quella sera girovagai ancora per le strade, con il lungo cappotto che strascicava sul marciapiede e la valigetta stretta nella mano.
La gente mi girava intorno e si voltava a guardare, ma la cosa non sembrava importare a nessuno. Si limitavano a guardarmi e poi continuavano a camminare.
Quella sera spesi i 10 dollari che papà mi aveva dato. Mi fermai in una piccola rosticceria e ordinai un panino con un salsicciotto indicandone con il dito la fotografia appesa sopra il banco oleoso. Lo mangiai con avidità e feci cenno che ne volevo un altro. L’uomo che stava al bancone scosse il capo e stese la mano. Infilai la mano nella tasca e ne trassi fuori la banconota ripiegata. Asciugandosi le mani ad un asciugamano, questi la spiegò, la stese un paio di volte, quindi l’infilò nella tasca del suo sporco grembiule.
Mi portò un altro (hot dog), panino con salsicciotto e una scodella di peperoncini di Caienna. Quando ebbi finito, lo cercai ma lui era scomparso in cucina. Presi la mia valigetta e ritornai sulla fredda strada. Ebbi così la mia prima esperienza con l’intraprendenza americana. D’altronde, come facevo a sapere che i panini con salsicciotto americani non costavano 5 dollari l’uno?
Procedendo giù per la strada mi fermai di fronte ad una chiesa. Un pesante cancello di ferro era stato messo dinanzi alle porte ed era chiuso con catena e catenaccio. Rimasi fermo davanti alla costruzione di pietra grigia, guardando in su alla guglia che puntava verso il cielo. I muri di pietra fredda e le finestre di vetro istoriato sembravano stringersi insieme in cerca di protezione dietro il cancello di ferro. La statua di un uomo dal viso gentile e dagli occhi tristi faceva capolino attraverso il cancello chiuso. Le sue braccia erano tese e coperte di neve.
Ma lui era rinchiuso, ed io ero libero.
Mi avviai lentamente giù per la strada... sempre in movimento... in movimento...
Il panico si faceva di nuovo strada in me. Era quasi mezzanotte ed io tremavo non solo per il freddo, ma anche per la paura. Speravo che qualcuno si fermasse a chiedermi di potermi aiutare. Non so che cosa avrei detto se qualcuno si fosse offerto di soccorrermi. Ma ero solo, impaurito a smarrito.
La folla frettolosa passò oltre, abbandonandomi. Non avevo mai saputo che uno potesse sentirsi solo in mezzo ad un milione di persone. Per me la solitudine significava perdersi nel bosco o su un’isola deserta. Ma questa era la peggiore delle solitudini. Vedevo gente vestita elegantemente andare a casa di ritorno dal teatro... vecchi che vendevano giornali e frutta in piccole edicole che restavano aperte tutta la notte... poliziotti di ronda in coppia... marciapiedi pieni di persone indaffarate. Ma, mentre guardavo i loro volti, anch’essi sembravano pieni di solitudine. Non ce n’era uno che ridesse o anche sorridesse. Andavano tutti di fretta.
Mi misi a sedere sul ciglio della strada ed aprii la mia valigetta. Dentro c’era, ben conservato, un pezzo di carta ripiegato con sopra il numero telefonico di Frank scritto con la grafia di mamma. All’improvviso sentii qualcosa urtarmi leggermente da dietro. Era un vecchio cane spelacchiato che stava annusando il grande cappotto avvolto intorno alla mia esile figura. Gli misi il braccio intorno al collo e me lo avvicinai. Si mise a leccarmi le guance mentre seppellivo il capo nel suo pelo incolto.
Non so per quanto tempo rimasi lì seduto tremante e accarezzando il cane. Ma quando alzai lo sguardo vidi i piedi e le gambe di due poliziotti in uniforme. Le loro soprascarpe di gomma erano bagnate e sporche. Il povero randagio rognoso avvertì il pericolo e fuggì via in un vicolo.
Uno dei poliziotti mi toccò la spalla con il suo manganello. “Che fai qui seduto a quest’ora?” mi domandò. Il suo volto sembrava essere distante cento miglia da me. Con gran fatica cercai di spiegargli nel mio inglese spezzettato che mi ero smarrito. Uno di loro borbottò qualcosa all’altro e si allontanò. L’altro che restò s’inginocchiò accanto a me sul marciapiede sporco.
“Posso aiutarti, ragazzo?”
Feci cenno di sì con il capo e gli diedi il pezzo di carta con il nome e il numero telefonico di Frank. “Fratello”, dissi. Il poliziotto scosse la testa mentre guardava il biglietto. “è qui che abiti, ragazzo?”
Non sapevo come rispondergli e dissi solo: “Fratello”.
Annuì con il capo; mi rimisi in piedi e ci dirigemmo verso una cabina telefonica, dietro ad un’edicola di giornali. Frugandosi in tasca trovò una monetina e compose il numero. Quando rispose la voce assonnata di Frank, mi passò la cornetta. In meno di un’ora mi trovavo al sicuro nell’appartamento di Frank.
La minestra calda a casa di Frank aveva un buon sapore e il letto pulito era confortevole. Il mattino seguente Frank mi disse che sarei dovuto rimanere con lui e che si sarebbero presi cura di me e mi avrebbero mandato a scuola. Ma qualcosa dentro di me mi diceva che non sarei mai rimasto. Avevo incominciato a correre e adesso niente mi avrebbe fermato.

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