La croce e il pugnale

Proprietà

ISBN: 9788880770282
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880770282
EAN: 9788880770282
Peso: 0,250kg
Rilegatura: Brossura
Lingua: Italiano
Formato:
pagine: 176; Cm. 15 x 21; Brossura

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La croce e il pugnale

La tragica realtà della droga

David Wilkerson

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Descrizione

L'appassionante storia di un uomo che, ispirato dalla fede, operò miracolosi cambiamenti di personalità. Il conflitto millenario tra il bene e il male si rivela in modo drammatico in queste esperienze di un predicatore di campagna, David Wilkerson. Nel 1958, spinto ad aiutare sette giovani sotto processo nella città di New York per l'assassinio di un tredicenne poliomelitico, diede inizio alla fondazione del centro di riabilitazione Teen Challenge Center che ha salvato molti giovani dalla delinquenza e dalla droga. Assistenti sociali e tutori dell'ordine tributano una riconoscenza entusiastica per i miracoli di conversione e trasformazione ottenuti da questo modesto predicatore. La croce e il pugnale affronta la tragica realtà della droga e della delinquenza giovanile nella giungla d'asfalto di New York, come di ogni altra grande città.

Capitolo gratuito

Capitolo 1

Tutta questa strana avventura ebbe inizio una tarda notte mentre, seduto nel mio studio, voltavo una pagina della rivista Life che stavo leggendo.
A prima vista, sembrò che non vi fosse nulla sulla pagina che potesse interessarmi. Vi era uno schizzo di penna raffigurante un processo che si svolgeva a New York, a quasi seicento chilometri da casa mia. Non ero mai stato a New York e mai ci sarei voluto andare, se non per vedere, forse, la Statua della Libertà.
Cominciai dunque a voltare la pagina. Ma ecco che la mia attenzione venne attratta dall’espressione degli occhi di una delle persone raffigurate nel disegno. Un ragazzo. Uno dei sette ragazzi imputati d’omicidio. L’artista ne aveva colta l’espressione confusa e piena d’odio e di disperazione con una tale forza che aprii bene la rivista ancora una volta per guardarci meglio. E mentre lo facevo, cominciai a piangere.
“Che cosa mi succede?” esclamai a voce alta, asciugandomi impazientemente una lacrima. Osservai lo schizzo più attentamente. I ragazzi erano tutti minorenni. Appartenevano ad una banda chiamata i Dragoni. Sotto il disegno vi era la storia di come fossero andati nel Parco Highbridge di New York ed avessero brutalmente assalito e ucciso un povero poliomielitico quindicenne, Michael Farmer.
I sette ragazzi avevano colpito Michael alla schiena con sette coltellate, poi l’avevano percosso sulla testa con i fermagli d’acciaio dei loro cinturoni. Se ne erano andati asciugando il sangue nei capelli e dicendo:
“L’abbiamo conciato per le feste!”
La storia mi disgustò. Provai un senso di nausea. Nel nostro piccolo paese di montagna tali cose sembravano pietosamente incredibili.
Perciò fui tanto più stupito da un pensiero che d’un colpo mi balenò alla mente, già formato, come se fosse venuto in me d’altra fonte.
Va’ a New York e aiuta quei ragazzi.
Risi ad alta voce. “Io? Andare a New York? Un predicatore di campagna cacciarsi in una situazione della quale sa meno che niente?”
Va’ a New York e aiuta quei ragazzi. Il pensiero era ancora là, più intenso che mai, in apparenza del tutto indipendente dai miei sentimenti e ragionamenti.
“Sarebbe una pazzia. Non so nulla di questi ragazzi e neanche voglio saperne”.
Niente da fare; il pensiero non voleva allontanarsi: dovevo andare a New York, e per di più dovevo andarci subito, mentre il processo era ancora in corso.
Per capire quanto un tale pensiero mi fosse estraneo è necessario sapere che fino a quando voltai quella pagina la mia era stata una vita molto comune. Comune ma soddisfacente. La piccola chiesa di montagna che curavo a Philipsburg, in Pennsylvania, era cresciuta lentamente ma costantemente. Avevamo un nuovo locale di culto, una nuova casa per il pastore, un fondo missionario in aumento. Questa crescita era per me oggetto di soddisfazione, perché quattro anni prima, quando Gwen ed io andammo per la prima volta a Philipsburg come candidati al pulpito vacante, la chiesa non aveva nemmeno un locale proprio. La congregazione di cinquanta membri si radunava in una casa privata; al piano superiore si trovava l’appartamento del pastore e al pianterreno il locale di culto.
Quando il consiglio di chiesa ci fece visitare il luogo, ricordo che il tacco di Gwen affondò nel pavimento di una stanza del piano superiore.
“Sì, bisognerà fare qualche riparazione”, ammise una delle donne della chiesa, una enorme signora in abito di cotone stampato. Ricordo di aver notato le sue mani screpolate e annerite dal lavoro nei campi. “Vi lasceremo per dare un’occhiata in giro”.
Così Gwen continuò da sola l’ispezione al primo piano. Capivo dal modo in cui chiudeva le porte che non era contenta. Ma il vero colpo lo ebbe quando aprì un cassetto della cucina. Udii un urlo e mi precipitai di sopra. Erano ancora là che sgambettavano spaventati: sette o otto grossi scarafaggi neri.
Gwen chiuse il cassetto con violenza.
“Oh, Dave, non potrei proprio!” singhiozzò.
E senza nemmeno darmi la possibilità di rispondere, raggiunse in fretta il pianerottolo e corse giù per le scale, tacchettando rumorosamente. Mi scusai frettolosamente con il consiglio di chiesa e seguii Gwen all’albergo, l’unico albergo di Philipsburg, dove la trovai che mi aspettava con la nostra piccola.
“Scusami, tesoro”, disse Gwen. “Sono persone tanto gentili, ma ho una paura matta degli scarafaggi”.
Aveva già fatto le valigie. Era ovvio che per quanto concerneva Gwen, Philipsburg poteva cercarsi un altro candidato.
Ma non fu così. Non potevamo partire subito, perché dovevo predicare quella domenica sera. Non ricordo se fosse una buona predica, ma nondimeno parve colpire la cinquantina di persone raccolte in quella piccola chiesa. Diversi contadini dalle mani callose, seduti di fronte a me, soffiavano rumorosamente nei loro fazzoletti. Portai a termine la predica e mentalmente stavo già in auto, andandomene via da Philipsburg attraverso le colline, quando improvvisamente un signore anziano si alzò nel bel mezzo del culto e disse:
“Reverendo Wilkerson, vuole essere il nostro pastore?”
Era una cosa poco ortodossa da farsi, e colse tutti di sorpresa, mia moglie e me compresi. I membri di questa piccola chiesa delle Assemblee di Dio da tempo cercavano di scegliere fra i diversi candidati. Da settimane si trovavano ad un punto morto, e ora l’anziano signor Meyer prendeva su di sé la responsabilità di decidere e mi invitava apertamente; ma invece di suscitare fuoco e fiamme nell’uditorio, si trovò circondato da parole e cenni di approvazione.
“Se vuole uscire per un momento e parlarne con sua moglie”, disse il signor Meyer, “noi vi raggiungeremo fra breve”. Fuori, nell'auto al buio, Gwen se ne stava in silenzio e Debbie dormiva nella sua culla sul sedile posteriore; la nostra valigia era appoggiata vicino a lei, chiusa e pronta a partire. Nel silenzio di Gwen vi era una tacita protesta contro gli scarafaggi.
“Abbiamo bisogno di aiuto, Gwen”, dissi in fretta. “Penso che dovremmo pregare”.
“Digli di quegli scarafaggi”, disse Gwen cupamente.
“Va bene, lo farò”.
Chinai il capo. Là nel buio, fuori di quella piccola chiesa, sperimentai uno speciale tipo di preghiera, domandando a Dio un segno per conoscere la Sua volontà. Questa specie di preghiera si chiama “mettere un vello davanti al Signore”, perché Gedeone, quando volle conoscere la volontà di Dio nella sua vita, chiese un segno per mezzo di un vello di lana. Mise il vello di un agnello per terra e chiese a Dio di mandare la rugiada dappertutto, meno che sul vello. La mattina, il terreno era pieno di rugiada, ma il vello di Gedeone era asciutto: Dio gli aveva concesso un segno.
“Signore”, disse ad alta voce, “vorrei mettere un vello davanti a Te ora. Siamo pronti a fare la Tua volontà se solo sappiamo quale sia. Signore, se vuoi che rimaniamo qui a Philipsburg, fa che il consiglio voti per noi all’unanimità, e fa che essi stessi decidano di sistemare le stanze della casa con un nuovo frigorifero e una stufa decente...”
“E, Signore”, disse Gwen interrompendomi, perché in quel momento la porta della chiesa si aprì e il consiglio si diresse verso di noi, “fa che si offrano di distruggere quegli scarafaggi!”
Il consiglio fu seguito da tutta la chiesa e si riunì intorno all'auto, vicino alla quale stavamo in piedi Gwen e io. Il signor Meyer si schiarì la gola. Quando cominciò a parlare, Gwen mi strinse la mano nel buio.
“Reverendo e signora Wilkerson”, disse. Vi fu una pausa e ricominciò. “Abbiamo votato e tutti siamo d’accordo di avervi come nuovo pastore. All’unanimità. Se decidete di venire, sistemeremo la casa con una nuova stufa e altre cose e la sorella Williams dice che dovremo anche disinfestare i locali”.
“Per distruggere quegli scarafaggi”, aggiunse la signora Williams, rivolgendosi a Gwen.
Alla luce che si diffondeva sul prato dalla porta aperta della chiesa, potei vedere che Gwen piangeva.
Più tardi, ritornati all’albergo, dopo aver dato tante strette di mano, Gwen mi disse che era molto felice.
E infatti fummo davvero felici a Philipsburg. La vita di un pastore di campagna mi si addiceva perfettamente. La maggior parte dei membri erano agricoltori e minatori, onesti, timorati di Dio e generosi. Portavano la loro decima in prodotti conservati, burro, uova e carne. Erano persone felici e creative, persone da ammirare e dalle quali si poteva imparare.
Dopo poco più di un anno che ero là comprammo un vecchio campo di baseball, alla periferia della cittadina, dove Lou Gehrig aveva giocato una volta. Ricordo il giorno in cui, stando sull’area della “casa-base” e guardando verso il campo da gioco detto “diamante”, chiesi al Signore di costruirci una chiesa proprio là: con la pietra angolare sulla “casa-base” e il pulpito nell’area dell’ interbase. Ed avvenne proprio così.
Costruimmo la casa del pastore accanto alla chiesa, e finché Gwen rimase padrona di quella casa, nessun insetto riuscì mai a sopravvivere. Era una graziosa casa ad un piano, con cinque stanze e con la vista delle colline da una parte e la croce bianca della chiesa dall’altra.
Gwen e io lavorammo molto a Philipsburg e avemmo alquanto successo. Per il capodanno del 1958 avevamo duecentocinquanta membri, inclusa Bonnie, la nostra seconda bambina.
Ma mi sentivo insoddisfatto. Cominciavo ad avvertire un’insoddisfazione spirituale che non si placava guardando la nuova chiesa circondata dal suo terreno di quasi due ettari, il fondo missionario in aumento, oppure i banchi affollati della chiesa. Mi ricordo la notte precisa quando mi resi conto di tutto ciò, come capita a tutti di ricordare date importanti della propria vita. Era il 9 febbraio 1958. Quella notte decisi di vendere il mio televisore.
Era tardi; Gwen e i bambini erano a letto e io ero davanti allo schermo a guardare l’ultimo spettacolo La storia in qualche modo coinvolgeva un numero di danza in cui diverse ragazze del coro marciavano sul palcoscenico in costumi appena visibili. Ricordo che all’improvviso pensai quanto tutto ciò fosse noioso.
“David, stai invecchiando”, mi rimproverai. Ma per quanto cercassi di farlo, non riuscii a concentrarmi di nuovo sul quella trita storiella e su quella ragazza, qual era?, il cui destino sulla scena avrebbe dovuto essere motivo di palpitante interesse per ogni spettatore.
Mi alzai, girai la manopola e osservai le ragazze scomparire in un piccolo punto luminoso al centro dello schermo. Lasciai il salotto, andai nel mio studio e mi sedetti sulla mia poltrona girevole di cuoio marrone.
“Quanto tempo perdo ogni sera davanti a quel televisore?” mi domandai. “Almeno due ore. Che succederebbe, Signore, se io vendessi il televisore e passassi quelle ore a pregare?” In ogni caso, ero l’unico in famiglia che guardava la televisione. “Che cosa succederebbe se passassi due ore ogni sera in preghiera?” Era un’idea entusiasmante. Sostituire la televisione con la preghiera e vedere quello che sarebbe accaduto. Ma subito pensai alle obiezioni a tale idea. La sera ero stanco. Avevo bisogno di rilassamento e di cambiamento di ritmo all’attività giornaliera. La televisione faceva parte della nostra cultura; non era bene che un pastore non fosse al corrente di ciò che la gente vedeva e di cui parlava.
Mi alzai dalla sedia, spensi le luci e mi avvicinai alla finestra guardando le colline illuminate dal chiaro di luna. Allora misi un altro vello davanti al Signore, un segno che era destinato a cambiare la mia vita. Mi sembrò, poi, di aver forzato la mano del Signore perché, onestamente, non volevo abbandonare il televisore.
“Gesù”, dissi, “ho bisogno di aiuto per decidere su questo, ed ecco quello che Ti chiedo: farò un’inserzione sul giornale per il televisore. Se Tu sei d’accordo con questa idea fa che ci sia un acquirente. Fa che si faccia vivo entro un’ora... entro mezz’ora... dal momento in cui il giornale è in vendita nelle edicole”.
Quando comunicai la mia decisione a Gwen, la mattina seguente, non rimase molto impressionata. “Mezz’ora!” disse. “Ho il sospetto, Dave Wilkerson, che in fin dei conti tu non voglia pregare così tanto”.
In un certo senso Gwen aveva ragione, ma feci ugualmente l’inserzione. Era una scena buffa nel nostro salotto dopo la pubblicazione del giornale. Io sedevo sul sofà: il televisore mi guardava da un lato, Gwen e le bambine dall’altro, mentre i miei occhi fissavano la grande sveglia accanto al telefono.
Passarono ventinove minuti, secondo l’orologio.
“Ebbene, Gwen”, dissi, “sembra che tu abbia ragione. Penso che non dovrò...”
Squillò il telefono. Alzai il ricevitore lentamente, guardando Gwen.
“Ha un televisore da vendere?” chiese una voce maschile.
“Proprio così. Un RCA in perfetto stato, schermo 19 pollici, due anni d’uso”.
“Quanto vuole?”
“Cento dollari”, risposi in fretta. Non avevo pensato al prezzo fino a quel momento.
“Lo prendo”, disse l’uomo senza aggiungere altro.
“Non vuole neanche vederlo?”
“No. Lo prepari entro quindici minuti. Porterò i soldi”.
La mia vita non è più stata la stessa da quel giorno. Ogni notte, a mezzanotte, invece di girare le manopole del televisore, entravo nello studio, chiudevo la porta e cominciavo a pregare. Dapprima il tempo sembrava passare molto lentamente e mi agitavo. Poi imparai a includere la lettura sistematica della Bibbia nella mia vita di preghiera.
Non avevo mai letto prima la Bibbia da capo a fondo, comprese tutte le genealogie. E imparai pure quanto sia importante equilibrare la preghiera che chiede con quella della lode. Che cosa meravigliosa è il passare un’ora intera semplicemente ringraziando Dio. Tutta la vita acquista una prospettiva nuova. Fu durante una di queste notti di preghiera che presi in mano la rivista Life.
Ero stato stranamente agitato tutta quella sera. Ero solo in casa. Gwen e le bambine erano andate a Pittsburgh in visita dai nonni. Ero stato in preghiera per lungo tempo. Mi sentivo particolarmente vicino a Dio, ma per ragioni che non ero capace di spiegare, sentivo pure una grande deprimente tristezza. Mi afferrò all’improvviso e mi domandai che cosa potesse significare. Mi alzai e accesi le luci dello studio. Mi sentivo a disagio, come se avessi ricevuto degli ordini ma non riuscissi a comprendere quali fossero.
“Che cosa mi stai dicendo, Signore?”
Feci il giro dello studio, cercando di comprendere quello che mi stava accadendo. Sulla scrivania vi era una copia di Life. Mi avvicinai per prenderla, ma subito mi fermai. No, non volevo cadere in quella trappola: leggere un giornale quando avrei dovuto essere in preghiera. Continuai a girare per la stanza e ogni volta che passavo vicino alla scrivania la mia attenzione veniva attratta dal giornale.
“Signore, c’è qualcosa là dentro che Tu vuoi che io veda?” La mia voce improvvisamente rimbombò nella camera silenziosa.
Mi sedetti sulla poltrona girevole e col cuore che batteva, come se fossi sulla soglia di qualcosa più grande della mia comprensione, aprii la rivista. Un momento più tardi guardavo il disegno dei sette ragazzi e le lacrime mi rigavano il volto.
La sera dopo, mercoledì, c’era la riunione di preghiera in chiesa. Decisi di parlare alla congregazione del mio esperimento di preghiera dalla mezzanotte alle due e della strana proposta che ne era risultata.
Il mercoledì sera si rivelò una fredda e nevosa serata di pieno inverno. Non furono molti i presenti; i contadini, credo, avevano paura di essere bloccati in città da una bufera. Persino le venticinque persone che vennero e che abitavano in città arrivarono tardi e presero posto negli ultimi banchi, brutto segno per un predicatore, perché significa che ha un uditorio “freddo” a cui parlare.
Non tentai nemmeno di predicare quella sera. Quando mi alzai, chiesi a tutti di avvicinarsi: “Ho qualcosa che vorrei mostrarvi”, dissi. Aprii Life e lo porsi loro perché potessero vedere.
“Guardate bene i visi di quei ragazzi”, dissi. Poi, raccontai loro di come fossi scoppiato in lacrime e di come avessi ricevuto l’ordine chiaro di andare a New York per cercare di aiutare quei ragazzi. I presenti mi guardavano senza espressione. Non mi comprendevano affatto ed era facile capirne il perché. L’istinto naturale di una persona qualsiasi avrebbe suscitato l’avversione per quei ragazzi e non simpatia. Nemmeno io comprendevo la mia propria reazione.
Poi accadde qualcosa di straordinario. Dissi ai presenti che volevo andare a New York, ma che non avevo i soldi. Benché fossero pochi, benché non comprendessero quello che volevo fare, ad uno ad uno i fedeli si alzarono e vennero avanti silenziosamente, deponendo un’offerta sul tavolo. L’offerta ammontò a 75 dollari, giusto quello che ci voleva per il viaggio di andata e ritorno, in auto, per New York.
Giovedì ero pronto per partire. Avevo telefonato a Gwen e le avevo spiegato, confesso senza grande successo, quello che stavo per fare.
“Senti veramente che è lo Spirito di Dio che ti sta guidando?” chiese Gwen. “Sì, ne sono sicuro, cara”.
“Bene, allora, non dimenticare di portarti dietro i calzettoni di lana”.
Il giovedì mattina presto salii nella mia vecchia auto assieme a Miles Hoover, il responsabile dei giovani della nostra chiesa, e partimmo. Nessuno venne ad augurarci buon viaggio, altra indicazione della totale mancanza di entusiasmo per questo viaggio. E questa mancanza di entusiasmo non era da attribuire solo agli altri. La sentivo pure io. Continuavo a domandarmi perché andassi a New York con in tasca la pagina strappata da Life. Mi domandavo perché i visi di quei ragazzi continuassero a farmi venire un nodo in gola quando li guardavo.
“Ho paura, Miles”, confessai finalmente, mentre viaggiavamo lungo l’autostrada della Pennsylvania.
“Paura?” “Che forse sto commettendo una sciocchezza. Come vorrei avere un’indicazione precisa che questa è veramente la volontà di Dio e non una mia folle idea!”
Continuammo a viaggiare in silenzio per un po’.
“Miles?” “Che cosa?”
Tenni gli occhi fissi davanti a me, troppo imbarazzato per guardarlo. “Voglio che tu provi a fare una cosa. Prendi la tua Bibbia, aprila a caso e leggimi il primo passo sul quale si posa il tuo dito”.
Miles mi guardò come per accusami di praticare una specie di rito superstizioso, però fece quello che gli chiesi. Cercò la sua Bibbia sul sedile posteriore. Con la coda dell’occhio lo vidi chiudere le palpebre, chinare il capo all’indietro, aprire il libro e puntare il dito sulla pagina in modo deciso. Poi lesse per conto suo e si volse verso di me per guardarmi, senza parlare.
“Ebbene?” chiesi. Il passo era nel Salmo 126:5-6:
“Quelli che seminano con lacrime”, lesse Miles, “mieteranno con canti di gioia. Ben va piangendo colui che porta il seme da spargere, ma tornerà con canti di gioia quando porterà i suoi covoni”.
Fummo grandemente incoraggiati per il resto del viaggio verso New York. E fu una cosa buona, perché fu l’ultimo incoraggiamento che ricevemmo per molto e molto tempo.
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David Wilkerson
David Wilkerson, è pastore e fondatore della chiesa newyorkese di Times Square. Wilkerson è noto in tutto il mondo per la sua unzione nello spronare i credenti e le chiese del nostro tempo, stimolando a una riflessione e riprendendo su debolezze, deviazioni e rischi sia dottrinali sia di comportamento. Come i profeti dell'Antico Testamento, Wilkerson porta i suoi messaggi senza particolari filtri