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Sermoni e scritti sul Battesimo - A cura di Gino Conte

Sermoni e scritti sul Battesimo - A cura di Gino Conte

Martin Lutero

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Descrizione

La riflessione di Lutero sul battesimo: Il battesimo come "patto di grazia", Parola operante e promessa di salvezza; La polemica con gli anabattisti. Quest'ampia scelta di sermoni, testi liturgici e trattati consente di seguire la riflessione di Lutero sul tema del battesimo dagli inizi dell'attività riformatrice alla morte. Relativizzato dalla dottrina e dalla prassi penitenziale del tempo, per Lutero il battesimo è invece il motore della vita cristiana. Da semplice rito amministrato dal clero, il battesimo diventa Parola operante, promessa di salvezza, offerta e appello alla fede: è l'evangelo della grazia, della giustificazione per fede.Gino Conte, pastore valdese emerito, è stato direttore della casa editrice Claudiana di Torino e per molti anni direttore del settimanale della Chiesa valdese "La Luce".

Proprietà

ISBN: 9788870165104
Produttore:
Claudiana
Codice prodotto: 9788870165104
Peso: 0,710kg
Rilegatura:
Copertina Rigida
Lingua: Italiano
Formato: pagine: 416

Capitolo gratuito

UN SERMONE SUL SANTO
E VENERABILE
SACRAMENTO DEL BATTESIMO
(1519)

INTRODUZIONE

Nel tardo autunno 1519 Lutero pubblica tre sermoni sui sacramenti e li dedica alla duchessa vedova Margarethe von Braunschweig-Lüneburg. Non risulta se e quando questi sermoni sono stati predicati, anzi, con tutta probabilità non sono stati predicati: infatti non si tratta di sermoni in senso proprio, ma piuttosto di brevi trattati. Usciti a stampa tra l’ottobre e il novembre, uno dopo l’altro, costituiscono però un blocco, non soltanto per la dedica comune, ma per il contenuto e per i rinvii interni dall’uno all’altro. Il primo: Eyn Sermon von dem Sacrament der Puss Doctoris Martini L[uther] A[ugustiner] W[ittenberg]; il secondo: Eyn Sermon von dem heyligen Hochwirdigen Sacrament von der Tauffe. D[octor] M[artin] A[ugustiner]; il terzo: Eyn Sermon vo[n] dem Hochwirdigen Sacrament des Heyligen Waren Leychnams Christi. Und von der Bruderschaften. Doctoris Martini Luther Augustiners1. Lutero continua a lungo a considerare, sia pure con dubbi crescenti, la penitenza (Puss, Busse) un sacramento2, e stranamente comincia da questo; tuttavia è già chiaro il rifiuto degli altri sacramenti, privi di base scritturale. Nella dedica3 del primo sermone, che però riguarda tutti e tre, Lutero, sollecitato da amici e superiori4, si rivolge alla “graziosa Signora” mosso dal desiderio di rendere un modesto servizio alla sua “devozione alla santa scrittura”, ma anche dall’intento più ampio di rimettere in valore la grazia attestata da questi sacramenti, oscurata da ignoranza, abusi, religione delle opere.
Il sermone sul battesimo, del quale diamo qui la versione italiana, fu pubblicato presso Johannes Grunenberg, in Wittenberg, il 9 novembre 1519, come risulta dal frontespizio. Una prima versione italiana, di Giovanni Miegge, era stata pubblicata in: M. LUTERO, Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, con la collaborazione di Giovanni Miegge, Laterza, Bari, 1958, pp. 17-36, poi ripresi, con lo stesso titolo, nella collana “Classici delle religioni” diretta da L. Firpo, UTET, Torino, 1967, 19782, pp. 279-296; nei due casi seguiva, sempre nella versione di G. Miegge, pure il successivo Sermone sul venerabile sacramento del santo e vero corpo di Cristo, e sulle confraternite, mentre veniva tralasciato il primo, sulla penitenza. Quest’ultimo sarà ripreso in un ulteriore volume di queste Opere scelte di Lutero.
Questo è il primo testo nel quale il Riformatore affronta in modo specifico il tema battesimale. Il peso della tradizione dalla quale proviene si fa ancora sentire, qua e là: nell’insistenza con la quale sottolinea l’esigenza penitenziale che il battesimo uccida il peccato5, ma soprattutto quando sembra attribuire un valore particolare – pur nella riconosciuta parità di ogni vocazione cristiana – allo stato monastico e a quello dei vari gradi gerarchici clericali6. Tuttavia la soglia della riscoperta dell’assoluto primato scritturale e dell’altrettanto assoluto primato della grazia è ormai decisamente varcata. è ancora del tutto fuori dell’orizzonte la controversia sul pedobattismo.



1 Sermone sul sacramento della penitenza; Sermone sul santo e venerabile sacramento del battesimo; Sermone sul venerabile sacramento del santo, vero corpo [letteralmente: “cadavere”, ovviamente nel senso di corpo dato alla morte, sacrificato] di Cristo, e sulle confraternite. Si noti, fin da quest’epoca, la netta sfumatura di minore venerabilità attribuita al sacramento penitenziale. Soltanto il secondo è espressamente datato a stampa: 9 novembre 1519, ma esso contiene riferimenti immediati agli altri due: Lutero accenna infatti al primo nel quindicesimo paragrafo, e al terzo nel decimo. Lutero stesso parla dei tre sermoni in blocco in una lettera a Giorgio Spalatino del 18 dicembre 1519 (WABr I,594 s.,19-25): “Né tu né alcun altro speri o aspetti da me alcun sermone sugli altri sacramenti, finché io abbia appreso con quali testi [scritturali] possa documentarli. Non ci sono infatti, per me, altri sacramenti, perché non c’è sacramento senza una esplicita promessa di Dio, che solleciti la fede: non possiamo avere alcun rapporto con Dio senza la parola della sua promessa e la fede con cui la riceviamo. Quanto a ciò che essi hanno favoleggiato su quei sette sacramenti, ne sentirai parlare un’altra volta”. Poiché in una precedente lettera a Spalatino, il 16 (?) ottobre, dice la sua intenzione di dedicare questa serie di predicazioni (WABr I,538 s.) e in una lettera del 29 novembre annuncia che “è in corso di stampa un sermone sull’Eucarestia, molto prolisso” (WABr I,563,7), la pubblicazione dei tre sermoni deve essere avvenuta fra la prima metà di ottobre e la fine di novembre 1519.
2 Per secoli il numero dei sacramenti riconosciuti e praticati dalle chiese è stato incerto e fluttuante. Da Agostino, che tratta i due sacramenti del battesimo e della cena del Signore, al XII secolo il numero oscilla grandemente; si parla di 5, 7, 9 e fino a 30 (secondo Ugo di San Vittore †1141), includendo vari atti liturgici, specie unzioni sacre, talvolta definiti sacramentalia; fluttuava dunque anche una definizione rigorosa di che cosa sia sacramento. Nella Scolastica si va precisando il numero di 7 sacramenti, che però soltanto il Concilio di Trento definirà canonicamente il 3 marzo 1547 (nella Sessione VII, Denzinger-Schönmetzer 197636, 1601), mentre la definizione dogmatica cattolicamente vincolante era già stata formulata dal papa Eugenio IV nel “Decretum pro Armenis” (“Exultate Deo”, Denzinger-Schönmetzer, cit., 1310-13) promulgato il 22 novembre 1439 nel corso del Concilio di Firenze (v. RGG3, 1961, V, col.1321 ss.). Malgrado le divergenze nel concepire il sacramento, i Riformatori, dopo qualche incertezza iniziale di Lutero circa il momento penitenziale (Busse), furono unanimi nel riconoscere soltanto il battesimo e la cena del Signore, sfrondando drasticamente la ritualità liturgica che era andata sovraccaricandosi a scapito dell’essenzialità della Parola.
3 WA 2,713. Margarethe, figlia del conte Konrad V di Rietberg e di Jacobe contessa di Neuenahr, sposò nel 1483 il duca Friedrich von Braunschweig-Lüneburg, morto nel 1495; morì a sua volta fra il 1533 e il 1535.
4 Oltre ad accennare a queste sollecitazioni nella dedica citata, in un post scriptum alla citata lettera a G. Spalatino del 16 (?) ottobre 1519 Lutero scrive: “Ti meraviglierai che io mi sia lasciato indurre a dedicare dei miei sermoni. Me ne meraviglio anch’io, non lo avrei immaginato. Ma sono stato vinto dalle grandi insistenze del nostro Otto e così li ho dedicati a quella donna tanto lodata” (WABr I,539). La persona in questione è Otto Beckmann (1476-1556), docente di grammatica e canonico in Wittenberg; negli anni seguenti prese le distanze da Lutero e a partire dal 1525 attaccò il Riformatore con la sua penna di colto umanista (v. M. LUTHER, Studienausgabe, hg. H.-U. Delius, 1, Evangelischer Verlagsanstalt, Berlin, 1979, p. 245, nota 5).
5 Lutero parla ripetutamente della necessità di “uccidere”, “affogare” il peccato, v. soprattutto il paragrafo sedicesimo. Il motivo sarà ampiamente sviluppato in sermoni sul testo di Rom. 6: v. qui, più avanti, quelli del 23 luglio 1525, del 4 luglio 1535 e soprattutto quello del 20 luglio 1544 (pp. 95 ss.; 277 ss. e pp. 341 ss.).
6 V. i paragrafi diciassettesimo e diciottesimo, specie la nota 25.



UN SERMONE SUL SANTO E VENERABILE
SACRAMENTO DEL BATTESIMO
(1519)



In primo luogo: battesimo suona in greco baptismus1, in latino mersio e indica l’atto con cui qualcosa [o qualcuno] è completamente immerso nell’acqua che gli si richiude sopra2. Benché in molti luoghi si sia perso l’uso di immergere completamente i bambini nell’acqua battesimale e di trarli poi fuori, ma di quest’acqua li si asperge soltanto con la mano, secondo il senso letterale della parola “battesimo” si dovrebbe – e sarebbe giusto – tuffare e immergere completamente nell’acqua il bambino o chiunque sia battezzato, e quindi trarlo fuori. è indubbio, infatti, che in tedesco la parola Taufe deriva da Tiefe3: si immerge profondamente nell’acqua colui che si battezza. Lo richiede il senso stesso di “battesimo”: esso significa infatti che l’uomo vecchio, generato nel peccato da carne e sangue, deve essere completamente affogato dalla grazia di Dio, come vedremo. Questo significato dovrebbe perciò essere rispettato, dando un segno veramente completo.

Secondo. Il battesimo è un segno esterno o una parola d’ordine che ci distingue da tutti i non battezzati, affinché sia il nostro segno di riconoscimento quale popolo di Cristo, nostro duca [cfr. Ebr. 2,10; 12,2], sotto il cui stendardo – la santa croce – lottiamo costantemente contro il peccato. Dobbiamo quindi considerare tre aspetti del sacramento: il segno, la realtà significata e la fede. Il segno consiste in questo: l’essere umano è immerso nell’acqua nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ma non ve lo si lascia immerso, bensì lo si leva fuori. Perciò si dice: levare dal fonte battesimale. Il segno deve quindi comprendere questi due aspetti. L’immergere e il levare fuori.

Terzo. La realtà significata è questa: un beato morire al peccato e risorgere nella grazia di Dio, nel senso che l’uomo vecchio, concepito e nato nel peccato, lì viene affogato e ne sorge e risuscita un uomo nuovo, nato nella grazia. Perciò san Paolo (Tito 3[,5]) definisce il battesimo un “lavacro di rigenerazione” poiché in quel bagno si è rigenerati e rinnovati. Così anche Cristo dice (Giov. 3[,3.5] ): “Se non siete nati una seconda volta dall’acqua e dallo Spirito (dalla grazia), non potrete entrare nel regno dei cieli”. Infatti come un neonato è levato dal corpo della madre e nasce, e per questa nascita carnale è un uomo peccatore e un figlio d’ira [cfr. Ef. 2,3], così l’essere umano è levato dal battesimo e nasce spiritualmente, e in virtù di questa nascita è un figlio della grazia e un uomo giustificato. Insomma, i peccati affogano nel battesimo e ne sorge, al posto del peccato, la giustizia.

Quarto. La realtà significata – il morire, l’affogamento del peccato – non avviene compiutamente nel corso di questa vita, finché l’essere umano non muoia anche fisicamente e si dissolva interamente in polvere. Il sacramento o il segno battesimale avviene in un momento, sotto i nostri occhi, ma la realtà significata, il battesimo spirituale, l’affogamento del peccato dura finché viviamo e giunge a compimento soltanto nella morte: allora l’uomo è veramente immerso nel battesimo e si compie ciò che il battesimo significa. Perciò tutta questa vita non è altro che un ininterrotto battesimo spirituale, fino alla morte; e colui che è battezzato è un condannato a morte ed è come se il sacerdote che lo battezza dicesse: “Ecco, tu sei carne peccatrice; perciò ti affogo in nome di Dio e nel suo nome ti condanno a morte, affinché con te muoiano e siano distrutti tutti i tuoi peccati”. Dice infatti san Paolo (Rom. 6[,4]): “Mediante il battesimo noi siamo stati sepolti con Cristo, a morte”. E quanto prima muore l’essere umano, dopo il suo battesimo, tanto prima il suo battesimo giunge a compimento. Infatti il peccato non cessa mai completamente, finché vive questo corpo, concepito nel peccato in modo così totale che il peccato è la sua stessa natura, come dice il profeta: “Ecco, io sono stato concepito nei peccati e mia madre mi ha generato nelle iniquità” (Sal. 51[,7]). Questa natura è irriducibile, a meno che muoia e sia annientata con tutti i suoi peccati. Sicché la vita del cristiano non è altro che un cominciare a beatamente morire, dal battesimo fino alla tomba. Dio vuole trasformarlo e rinnovarlo nel giorno del giudizio finale.

Quinto. Così pure, levare qualcuno dal battesimo è presto fatto, ma la realtà significata, la nascita spirituale, la crescita nella grazia e nella giustizia comincia, sì, nel battesimo, ma dura fino alla morte, anzi, fino al giudizio finale. Soltanto allora sarà veramente compiuto ciò che è significato dall’atto di levare dal battesimo: allora risorgeremo dalla morte, dai peccati, da tutti i mali, puri nel corpo e nell’anima e vivremo eternamente; allora, veramente levati dal battesimo e pienamente nati, rivestiremo la vera veste battesimale4 della vita immortale nel cielo. Come i padrini, quando levano il bambino dal battesimo, dicono: “Ecco, il tuo peccato è ora affogato e nel nome di Dio ti riceviamo nell’eterna vita innocente”, così nel giudizio finale gli angeli leveranno tutti i cristiani battezzati dall’umanità e adempiranno allora ciò che il battesimo e i padrini significano, secondo ciò che dice Cristo (Mt. 24[,31]): “Egli manderà i suoi angeli e questi raccoglieranno per lui i suoi eletti, dai quattro venti, da oriente a occidente”.

Sesto. Questo battesimo è prefigurato nel diluvio al tempo di Noè [Gen.7], quando il mondo intero fu affogato, salvo Noè con i suoi tre figli e le loro mogli: otto esseri umani conservati in vita nell’arca. Il fatto che gli uomini del mondo furono affogati significa che nel battesimo i peccati sono affogati, mentre il fatto che quegli otto furono salvati nell’arca, con animali di ogni specie, significa che attraverso il battesimo l’uomo è salvato, come san Pietro spiega nella sua seconda epistola [I Pie. 3,20 s.; II Pie. 2,5]. Ora, il battesimo è un diluvio di gran lunga maggiore di quello noaico: quest’ultimo, infatti, ha affogato soltanto uomini viventi in quell’anno; invece il battesimo affoga tuttora uomini d’ogni sorta ovunque nel mondo, dalla nascita di Cristo fino al giorno del giudizio, ed è un diluvio di grazia, mentre quello fu un giudizio d’ira, preannunciato nel Salmo 28 [29,10]: “Dio farà un diluvio nuovo, perpetuo”. è indubbio che sono battezzati esseri umani in numero assai maggiore di quanti affogarono nel diluvio.
Settimo. Ne segue che è, sì, vero che quando un essere umano5 è levato dal battesimo, è puro, senza peccato e del tutto innocente6, ma questo viene frainteso da molti: pensano che non ci sia più alcun peccato e diventano pigri e negligenti nell’uccidere la natura peccaminosa; come fanno anche alcuni, dopo essersi confessati7. Perciò, come si è detto prima, dobbiamo ben capire e sapere che, finché vive, la nostra carne è per natura cattiva e peccatrice. Al fine di rimediare, Dio ha deciso di ricrearla del tutto nuova, come indica Geremia 188: “Il vasaio, quando il vaso non gli è riuscito bene, getta di nuovo l’argilla nel mucchio e la rimpasta e ne fa un altro vaso, come gli piace”. “Così – dice Dio – siete voi, nelle mie mani”. Nella nostra prima nascita non siamo riusciti bene; perciò Dio ci rigetta di nuovo nella terra, con la morte [Gen. 3,19] e nel giorno del giudizio ci rifa, affinché siamo fatti bene e senza peccato. Questa decisione Dio comincia ad attuarla nel battesimo che, come si è detto, indica la morte e la risurrezione nell’ultimo giorno9. Perciò, secondo il senso e il segno del sacramento, i peccati sono già morti con l’uomo e questi è già risorto. Il sacramento è già avvenuto, ma l’effetto del sacramento non ancora: cioè, la morte e la risurrezione nell’ultimo giorno devono ancora avvenire.
Ottavo. In forza del sacramento l’essere umano è dunque puro e innocente. In altre parole, nel battesimo egli ha il segno di Dio che gli attesta che tutti i suoi peccati devono morire e che anch’egli deve morire nella grazia e risorgere nell’ultimo giorno per vivere eternamente puro, senza peccato, innocente. In virtù del sacramento, dunque, è vero che l’uomo è innocente, senza peccato; ma poiché questa non è ancora realtà compiuta ed egli vive ancora nella carne peccatrice, non è senza peccato né interamente puro, ma ha [soltanto] cominciato a diventarlo. Perciò quando l’uomo si fa adulto, si risvegliano in lui i peccaminosi desideri naturali, ira, impudicizia, avarizia, superbia e simili. Non ci sarebbe alcuno di essi, se tutti i peccati fossero stati affogati nel sacramento e fossero morti; ma il loro affogamento nella morte e la risurrezione nell’ultimo giorno sono soltanto prefigurati. Così san Paolo in Rom. 7[,18] e tutti i santi con lui lamentano di essere peccatori e di esserlo per natura, anche se sono stati battezzati e se sono santi, perché i peccaminosi desideri naturali tumultuano sempre, finché viviamo.

Nono. Se dici: “A che mi serve, allora, il battesimo, se non cancella né toglie interamente il peccato?”, qui è in gioco la retta comprensione e conoscenza del sacramento battesimale. Questo venerabile sacramento ti è utile nel senso che in esso Dio si lega a te e diventa uno con te in un consolante patto di grazia10.
Ti è utile, in primo luogo, se ti immedesimi nel sacramento del battesimo e nel suo significato: desideri, cioè, morire con i [tuoi] peccati ed essere rifatto nuovo nel giorno del giudizio, secondo quanto il sacramento indica e di cui abbiamo parlato. Dio accoglie questo tuo desiderio, ti fa battezzare e da quel momento comincia a rinnovarti, ti infonde la sua grazia e il suo Spirito Santo, che cominci a uccidere la natura e il peccato e a prepararti a morire e a risorgere nell’ultimo giorno.
Ti è utile, in secondo luogo, impegnandoti11 a rimanere in queste disposizioni d’animo e a far morire sempre di più il tuo peccato, vita natural durante, fino alla morte: Dio accetta questo tuo impegno e ti esercita nel corso di tutta la tua vita con molte buone opere e con dolori di vario genere. In questo modo Dio adempie il desiderio che hai manifestato nel tuo battesimo, cioè la tua volontà di essere liberato dal peccato, di morire e di risorgere nell’ultimo giorno, rendendo così compiuto il [tuo] battesimo. Per questo leggiamo e vediamo che ha lasciato martirizzare e soffrire assai i suoi diletti santi, affinché, quasi morti, soddisfacessero al sacramento del battesimo, morissero e fossero rinnovati. Quando questo non avviene e noi non soffriamo né ci esercitiamo, la natura malvagia ha il sopravvento sull’uomo ed egli vanifica il proprio battesimo, cade nel peccato e rimane uomo vecchio come prima.

Decimo. Finché questo tuo impegno con Dio sussiste, in risposta Dio ti rinnova la grazia e si impegna con te a non addebitarti i peccati che anche dopo il battesimo persistono nella tua natura, a non tenerne conto e a non condannarti a causa loro, ma si accontenta e si compiace che tu viva in costante esercizio e desiderio di uccidere quei peccati e di esserne liberato con la tua morte. Perciò, anche se si agitano [in te] cattivi pensieri e desideri, anzi, anche se talvolta cadi e sbagli, se ti rialzi e rientri nel patto i tuoi peccati sono già annullati in virtù del sacramento e del pegno, come dice san Paolo, Rom.8[,1]. La naturale inclinazione malvagia al peccato non condanna nessuno che creda in Cristo, purché non la segua e non se ne compiaccia. San Giovanni evangelista nelle sue epistole dice: “E se qualcuno cade nel peccato, abbiamo un avvocato davanti a Dio, Gesù Cristo, che è diventato una remissione per il nostro peccato” [I Giov. 2,1.5]. Tutto questo avviene nel battesimo; questo è ciò che Cristo ci darà, come udremo nel prossimo sermone12.
Undicesimo. Se non vi fosse questo patto e se Dio non chiudesse misericordiosamente un occhio13, non vi sarebbe peccato, per quanto piccolo, che non ci condannasse, dato che il giudizio di Dio non tollera alcun peccato. Non vi è quindi sulla terra conforto maggiore del battesimo, per mezzo del quale siamo ammessi al giudizio di grazia e misericordia, che non giudica il peccato ma lo caccia via con molti esercizi. Così si esprime sant’Agostino in una sua bella proposizione: “Il peccato viene totalmente condonato nel battesimo, non nel senso che non ci sia più, ma nel senso che non è [più] imputato”14; ed è come se dicesse: il peccato persiste nella nostra carne fino alla morte e si agita senza requie; ma siccome non siamo consenzienti e non ci crogioliamo in esso, grazie al battesimo il peccato è inquadrato in modo da non dannarci né recarci danno, ma da essere di giorno in giorno sempre più estinto, fino alla morte. Nessuno deve quindi spaventarsi, se prova cattivi desideri e affetti, né deve scoraggiarsi anche se cade: deve piuttosto ricordarsi del suo battesimo e trarne lieto conforto, perché in esso Dio si è impegnato ad uccidergli il suo peccato e a non imputarglielo a condanna, purché egli non vi consenta né vi si crogioli. Sicché questi stessi pensieri e desideri scatenati e persino le cadute non devono spingere a scoraggiarsi. Sono piuttosto un avvertimento di Dio affinché l’uomo si ricordi del suo battesimo e di ciò che in quell’atto Dio gli ha detto: che, cioè, invochi la grazia di Dio e si eserciti a lottare contro il peccato, anzi, desideri di morire per potere essere liberato dal peccato.
Dodicesimo. Ora dobbiamo trattare il terzo aspetto del sacramento: la fede. Si tratta, infatti, di credere fermamente tutto questo: che il sacramento non significa soltanto la morte e la risurrezione nell’ultimo giorno, attraverso le quali l’uomo sarà rinnovato per vivere eternamente senza peccato, bensì che è l’inizio certo e la messa in atto di tutto questo, e che ci lega a Dio in un patto in virtù del quale ci impegniamo fino alla morte ad uccidere il peccato e a combatterlo, e Dio a sua volta si impegna a farci del bene e a trattarci con grazia, a non giudicarci con rigore, dato che in questa vita non siamo senza peccato, finché la morte ci avrà purificati. Capisci dunque come nel battesimo un essere umano diviene innocente, puro, senza peccato, eppure rimane pieno di molte cattive inclinazioni. Sicché non può dirsi puro se non nel senso che ha cominciato a diventarlo e di tale purezza ha un segno, un patto che deve diventare di giorno in giorno più limpido. A causa di questo, Dio non vuole imputargli la sua precedente perniciosa impurità, sicché l’uomo è puro grazie alla misericordiosa valutazione di Dio e non in base alla propria natura, come dice il profeta nel Salmo 31[32,1 s.]: “Beati coloro i cui peccati sono rimessi. Beato l’uomo al quale Dio non imputa il suo peccato”. Questa fede è, di tutte, la cosa più necessaria, perché è il fondamento di ogni consolazione: chi non l’ha, è costretto a disperare nei propri peccati, perché il peccato, che sussiste anche dopo il battesimo, fa sì che nessuna delle nostre buone opere sia pura agli occhi di Dio. Ci si deve dunque attenere arditamente e liberamente al battesimo e opporlo a ogni peccato e a ogni terrore della coscienza, dicendo umilmente: “So benissimo di non avere alcuna opera pura; e, tuttavia, sono battezzato e in questo modo Dio, che non può mentire, si è impegnato con me a non imputarmi il mio peccato, ma ad ucciderlo ed estinguerlo”.

Tredicesimo. Ora comprendiamo, quindi, che la nostra innocenza battesimale può dirsi tale soltanto a causa della divina misericordia, che le ha dato inizio e che sopporta con pazienza il peccato e ci considera come se fossimo senza peccato. Comprendiamo quindi pure perché nella Scrittura i cristiani sono chiamati figli di misericordia, un popolo della grazia [I Pie. 2,9 s.] e uomini della benevolenza di Dio [Lc. 2,14]. Infatti, avendo cominciato, con il battesimo, a diventare puri, grazie alla misericordia di Dio non sono condannati con il loro perdurante peccato, finché con la morte e nel giorno del giudizio saranno resi perfettamente puri, come lo indica il segno battesimale. Sono perciò in grave errore coloro che pensano che con il battesimo siamo diventati perfettamente puri15; stolti, vanno avanti senza uccidere il loro peccato, sostengono che non vi sono più peccati e vi si incaponiscono, vanificando così il loro battesimo; si limitano a certe opere esterne e in mezzo a queste non fanno che crescere e rafforzarsi la superbia, l’odio e altre perversità naturali, alle quali essi non prestano attenzione. No, non stanno così, le cose. Il peccato, la mala inclinazione16 deve essere riconosciuta come peccato; che poi esso sia innocuo, è da attribuirsi alla grazia di Dio che non vuole imputarlo, al fine, però, che lo si combatta con molti esercizi, opere e dolori e per finire lo si uccida morendo. A coloro che non si comportano così, Dio non concede remissione, poiché non danno seguito al loro battesimo e all’impegno che esso costituisce, anzi, ostacolano l’opera iniziata da Dio e dal battesimo.

Quattordicesimo. Analogo è l’atteggiamento di coloro che pensano, con la loro opera satisfattoria (satisfactio), di potere estinguere e deporre il loro peccato17 e che giungono al punto di non dare più alcuna importanza al loro battesimo, come se, una volta levati dal fonte battesimale, non ne avessero più bisogno. Non sanno che il battesimo è operante per tutta la vita, fino alla morte, anzi, fino al giudizio finale, come si è detto prima. Essi ritengono perciò di trovare qualche altro mezzo per estinguere il peccato, cioè le opere; e in questo modo creano a se stessi e agli altri una cattiva coscienza, atterrita e insicura18, e paura della morte. Non sanno a che punto sono [nel loro rapporto] con Dio, ma pensano che il loro battesimo sia andato perduto a causa dei peccati e che non sia più di alcuna utilità. Guardati dal pensarlo, per carità! Come abbiamo detto, se uno è caduto in peccato, ricordi fortissimamente il suo battesimo19, ricordi che in esso Dio si è impegnato con lui a rimettere tutti i peccati, purché egli lotti contro di essi fino alla morte. Su questa verità, su questo impegno di Dio ci si deve fondare lietamente: allora il battesimo riacquista la sua efficacia e la sua forza e il cuore torna a essere lieto e in pace, ad affidarsi per l’eternità non alle proprie opere o espiazioni, ma alla misericordia di Dio promessagli nel battesimo. A questa fede ci si deve attenere fermamente, così che se anche ci cadessero addosso tutte le creature e tutti i peccati, ad essa si resti avvinti. Chi se ne lascia distogliere, fa Dio bugiardo rispetto all’impegno da lui assunto nel sacramento del battesimo.

Quindicesimo. Il diavolo combatte ferocemente la fede: se l’abbatte, ha vinto. Infatti anche il sacramento della penitenza, del quale si è già parlato20, ha il suo fondamento in quello del battesimo. Poiché i peccati sono perdonati soltanto a coloro che sono stati battezzati, ai quali Dio ha promesso di perdonarli: il sacramento della penitenza rinnova e riattesta quindi quello battesimale. è come se il prete21, pronunciando l’assoluzione, dicesse: “Ecco, ora Dio ha perdonato il tuo peccato come prima, nel battesimo, te lo aveva promesso e come mi ordina di fare ora, per l’autorità delle chiavi [cfr. Mt. 16,19; 18,18; Giov. 20,23]. Tu ora ritorni sotto l’efficacia del [tuo] battesimo e nella condizione che esso ha messo in atto”. Se credi, hai22. Se dubiti, sei perduto. Il peccato, quindi, ostacola, sì, il battesimo nella sua opera, che è il perdono e la soppressione del peccato, ma soltanto l’incredulità annulla questa opera, mentre la fede elimina questi ostacoli alla sua efficacia. Tutto dipende dunque dalla fede. Per essere più chiaro: sono due cose diverse rimettere i peccati e abbandonare i peccati, estirparli. Il perdono dei peccati richiede la fede, anche se essi non sono totalmente estirpati; ma per cacciarli via occorre esercitarsi contro il peccato e, per finire, [occorre] morire: allora il peccato è totalmente annientato. Eppure, l’una e l’altra cosa [il perdono dei peccati e la lotta contro il peccato] sono opera del battesimo. Perciò l’apostolo scrive agli Ebrei [Ebr. 12,1], che pure erano stati battezzati e ai quali erano stati rimessi i peccati, di deporre il peccato che ancora li avvolge. Infatti, nella misura in cui credo che Dio non vuole imputarmi i peccati, il battesimo è operante e i peccati mi sono rimessi, anche se in gran parte sussistono ancora. In seguito essi sono cacciati per mezzo delle sofferenze, della morte ecc. Questo è l’articolo [del Credo] che confessiamo: “Credo nello Spirito Santo, la remissione dei peccati ecc.”. Qui c’è un riferimento particolare al battesimo, nel quale avviene la remissione grazie all’impegno di Dio con noi23: di tale remissione non si deve dunque dubitare.

Sedicesimo. Ne consegue che il battesimo rende utili e salutari24 tutte le sofferenze e in particolare la morte: esse devono ora servire all’opera del battesimo, cioè a sopprimere il peccato. Non c’è altro modo: chi vuole soddisfare al battesimo ed essere liberato dal peccato, deve morire. Ma il peccato non muore volentieri: perciò rende così orribile e amara la morte. Ora, Dio è tanto misericordioso e potente che il peccato, che ha portato la morte, è cacciato a sua volta dalla sua stessa opera, dalla morte. Molti vogliono vivere allo scopo di diventare pii, e dicono che sarebbero volentieri pii; ma non c’è scorciatoia, non c’è altra via che il battesimo e l’opera del battesimo, cioè soffrire e morire. Il fatto che essi lo rifiutano, indica che ignorano in che consista veramente l’essere pii, né vogliono diventarlo davvero. Perciò Dio ha ordinato una varietà di situazioni25 nelle quali ci si deve esercitare e imparare a soffrire: per alcuni lo stato coniugale, per altri lo stato ecclesiastico, per altri ancora quello di governo; e a tutti ha ordinato di affaticarsi e di lavorare per mortificare la carne e abituarsi a morire. Infatti per tutti coloro che sono stati battezzati il battesimo ha reso puro veleno l’ozio, i comodi e l’abbondanza di questa vita, in quanto sono di ostacolo alla sua opera: in queste situazioni, infatti, nessuno impara a soffrire, a morire volenterosamente, a liberarsi dal peccato e a conformarsi al battesimo; da esse scaturisce piuttosto l’amore per questa vita e il rifiuto della vita eterna, la paura della morte e la fuga rispetto all’esigenza di estinguere il peccato.

Diciassettesimo. Osserva ora la vita degli esseri umani: molti digiunano, pregano, vanno in pellegrinaggi ed esercitano pratiche simili, con le quali presumono di raccogliersi molti meriti e di assicurarsi posti d’onore in cielo; ma non imparano mai a mortificare i loro brutti vizi. Si dovrebbe digiunare e volgere tutte le pratiche al fine di sottomettere il vecchio Adamo, la natura peccaminosa e di abituarla a mancare di tutto ciò che rende piacevole questa vita, preparandosi così sempre più, quotidianamente, alla morte, in conformità con il battesimo. Ed ecco il criterio da seguire in tutte queste pratiche e questi sforzi: non la loro quantità ed entità, ma le esigenze del battesimo. Ciascuno dovrebbe cioè farsi carico di quegli esercizi – e in quella misura – che a lui sono utili e benefici per domare e mortificare la [sua] natura peccaminosa, diminuirne o accrescerne la misura a secondo di come si noti che essi riducono o accrescono il peccato. Essi invece vagano qua e là, si caricano ora di questo ora di quell’esercizio, ora fanno una cosa e ora ne fanno un’altra, soltanto in base all’apparenza26 o al prestigio dell’opera, e poi presto l’abbandonano, del tutto incostanti e sempre inconcludenti. Alcuni, poi, ci si rompono il capo e si rovinano, inutili a se stessi e agli altri. Sono, tutti questi, i frutti della dottrina che ci ha posseduti27: pensiamo, cioè, di essere senza peccato dopo il pentimento e il battesimo, e che le buone opere non servono a estirpare il peccato, ma sono fatte per se stesse, a nostro arbitrio, in quantità, ovvero come espiazione per i peccati commessi. Ci si mettono anche i predicatori, che senza saggezza predicano leggende e opere dei cari santi e vogliono trarne esempi di valore generale. La gente si precipita senza discernimento a imitarli e dall’esempio dei santi trae la propria rovina. A ciascuno dei santi Dio ha dato un modo e una grazia particolari per dar seguito al loro battesimo. Ma il battesimo, con il suo significato, ha imposto a tutti una regola comune: ciascuno, a seconda della propria condizione, provi se stesso per vedere in che modo riesca a meglio conformarsi al suo battesimo, cioè a mortificare il peccato e a morire, affinché sia agevole e leggero il giogo di Cristo e non ci si incammini in quelle ansie e preoccupazioni delle quali Salomone dice: “Le opere degli stolti non fanno che stancarli, perché non sanno [neppure] la via della città” [Eccl. 10,15]. Infatti, come sono angosciati coloro che vogliono recarsi in città e non trovano la via, così è per costoro: tutta la loro vita, tutte le loro opere sono per loro penose e non ne ricavano nulla.

Diciottesimo. Qui si collega la questione generale se il battesimo e il voto che con esso facciamo a Dio siano più grandi e importanti che i voti di castità o di stato sacerdotale o religioso. Infatti il battesimo è comune a tutti i cristiani, mentre si ritiene che gli ecclesiastici abbiano qualcosa di particolare e di superiore28.
La risposta deriva facilmente da ciò che abbiamo detto: nel battesimo facciamo tutti il medesimo voto, quello di mortificare la carne e di essere santificati dall’opera della grazia di Dio, al quale ci abbandoniamo e ci offriamo in sacrificio, come l’argilla al vasaio29. In questo, nessuno è migliore dell’altro. Tuttavia, dar seguito al battesimo al fine di mortificare il peccato, non può avvenire in un modo solo o in una sola condizione [umana]. Perciò ho detto che ognuno deve provare se stesso per capire in quale condizione può meglio uccidere il peccato e domare la [sua] natura. è dunque vero che nessun voto è superiore, migliore, maggiore di quello battesimale: c’è forse voto maggiore che estirpare ogni peccato, morire, odiare questa vita e santificarsi?
Dopo il voto, però, ciascuno può impegnarsi in una condizione che gli sia confacente e utile per adempiere al suo battesimo. Quando due persone si recano in una città, l’uno può prendere un sentiero, l’altro la via maestra, a sua preferenza; così, chi si vincola allo stato coniugale, vive le fatiche e i dolori di quello stato e ne carica la propria natura per imparare l’amore e la sofferenza, eviti il peccato e si prepari nel modo migliore alla morte, come non potrebbe fare altrettanto bene al di fuori di quello stato. Chi invece cerca più sofferenza ed esercitandosi molto vuole più rapidamente prepararsi alla morte e più presto ottenere il frutto del suo battesimo, si impegni alla castità o all’ordine monastico: infatti lo stato monastico, se vissuto rettamente, deve essere pieno di sofferenze e di tormenti, esercitandosi a vivere il proprio battesimo più intensamente che nello stato coniugale; attraverso tali tormenti ci si abitua presto ad accogliere lietamente la morte e a conseguire così il fine del proprio battesimo. Al di sopra di quello stato ve ne è ancora un altro, più alto: quello del governo nel regime ecclesiastico, come vescovo, parroco ecc.30. Costoro, ben esercitati in sofferenze e in opere, devono in ogni ora essere preparati alla morte, a morire non soltanto per sé, ma anche per quanti sono loro sottoposti.
Tuttavia, in tutte queste condizioni di vita non si deve dimenticare il criterio indicato prima: occorre esercitarsi soltanto al fine di estirpare il peccato, e non puntare al numero e all’entità delle opere. Ma purtroppo, come abbiamo dimenticato il battesimo e il suo significato, quello a cui ci siamo impegnati con un voto – cioè vivere rendendolo operante e condurre a buon fine quest’opera –, così abbiamo pure dimenticato le vie e le condizioni di vita e quasi non sappiamo più a quale fine esse siano state istituite o come dobbiamo viverle in modo da adempiere al battesimo. Esso si è ridotto a una pompa, non ne è rimasta che un’apparenza mondana, come dice il profeta Isaia [1,22]: “Il tuo argento si è cambiato in scorie, il tuo vino è stato annacquato”. Dio abbia pietà di noi. Amen.

Diciannovesimo. Se il santo sacramento del battesimo è cosa tanto grande, piena di grazia e di consolazione, bisogna seriamente badare a rendere per esso a Dio azioni di grazie, lode e gloria, con tutto il cuore, gioiosi, senza soste. Io temo infatti che la nostra ingratitudine ci abbia resi ciechi, indegni di conoscere una tale grazia; sebbene il mondo intero sia stato e sia tuttora pieno del battesimo e della grazia di Dio, noi ci siamo fuorviati nelle nostre ansiose opere proprie, poi nelle indulgenze e in altre simili false consolazioni, pensando di non poterci fidare di Dio se prima non siamo diventati pii e non abbiamo dato soddisfazione per i nostri peccati: quasi volessimo comprare o pagare la sua grazia. Davvero, chi non ritiene che la grazia di Dio lo sopporta, lui peccatore, e lo salverà, chi se ne va da solo verso il suo giudizio, non sarà mai gioioso in Dio, non potrà amarlo né lodarlo. Così il Signore dice per bocca del profeta: “Io li risparmierò, come un padre suo figlio” [Mal. 3,17]. Perciò è necessario che siano rese grazie alla gloriosa maestà che si mostra così piena di grazia e di misericordia verso noi miseri vermiciattoli dannati; è necessario riconoscere e celebrare nella sua grandiosità quest’opera che gli è caratteristica.

Ventesimo. Dobbiamo però anche badare a non arrogarci una falsa sicurezza dicendo a noi stessi: Se il battesimo è una cosa tanto grandiosa e piena di grazia, se Dio non ci imputa il peccato e se, appena ci ravvediamo dal peccato, tutto il male è vinto dalla forza del battesimo, [allora] voglio, per il momento, vivere e agire secondo la mia volontà, e più tardi o alla mia morte mi ricorderò del mio battesimo e ricorderò a Dio il suo patto, e allora soddisferò al mio battesimo… Sì, certo, il battesimo è tanto grande che quando ti ravvedi dei tuoi peccati e ti appelli al patto battesimale, i tuoi peccati ti sono rimessi. Se però pecchi in modo così empio e temerario contro la grazia, bada che il giudizio non ti colga prevenendo la tua conversione, e che, pur volendo tu credere e confidare nel battesimo, per volere di Dio la tua tentazione sia tanto grande da far sì che la fede non possa sussistere in te. Se con difficoltà possono reggere coloro che non peccano o che cadono per semplice fragilità, che ne sarà della tua empietà, con la quale hai tentato e schernito la grazia di Dio [cfr. I Pie. 4,18] ? Camminiamo perciò con timore, sì che possiamo serbare con fede salda la ricchezza della grazia divina e ringraziare gioiosi la sua misericordia, sempre, e per sempre. Amen.


1 Lutero qui è impreciso perché il vocabolo greco è, ovviamente, baptismós o, più frequentemente, báptisma.
2 Lutero caldeggia dunque il battesimo per immersione, pur senza contestare la validità di quello per aspersione. Il battesimo per immersione è stato probabilmente prevalente nelle chiese antiche e, forse, medioevali; secondo certi archeologi e molte raffigurazioni pittoriche, però, il battezzando stava nell’acqua fino al ginocchio e il battezzante gli versava acqua sul capo e sul corpo. L’immersione completa si ebbe con il battesimo degli infanti, tuttora praticato in questa forma nelle chiese ortodosse. A partire dal secolo XIII prevalse a poco a poco, in occidente, il battesimo per aspersione, per altro già ammesso dalla Didaché (7,3) e da CIPRIANO (Epistulae 69,112) e mai scomparso. Forse si diffuse soprattutto a tutela della salute degli infanti, nelle regioni a condizioni climatiche più rigide. Del resto, anche durante il periodo nel quale era più generalizzata la pratica dell’immersione, veniva riconosciuta in certi casi la piena validità dell’aspersione: Ad esempio ALESSANDRO DI HALES (1170-1245), Summa theologica 4, qu. 13, membr. 4, art. 1 riconosce validità alla semplice aspersione in caso di carenza d’acqua, di debolezza del sacerdote ecc.; e TOMMASO D’AQUINO (1225-1274), Summa theologica 3, qu. 66, art. 7, pur designando il battesimo per immersione come “usus communior”, ammette però, sia pure con limitazioni, altre forme battesimali. V. M. LUTHER, Studienausgabe, cit., p. 59, nota 1 e, soprattutto: M. LUTERO, De captivitate babylonica ecclesiae praeludium, WA 6,534,18-24: “In modo veritiero si attribuisce al battesimo il [valore di] lavacro dei peccati, ma il valore simbolico è troppo debole e fiacco per esprimere [adeguatamente] il [senso del] battesimo, che è piuttosto simbolo di morte e risurrezione. Indotto da questo motivo, vorrei che i battezzandi fossero immersi completamente nell’acqua, secondo il tenore della parola e ciò che l’atto simbolico vuole esprimere; non perché io lo ritenga necessario, ma perché sarebbe bello che di una realtà tanto perfetta e piena si desse pure un segno pieno e perfetto, così come è stato senza dubbio istituito da Cristo” (“Quod ergo baptismo tribuitur ablutio a peccatis, vere quidem tribuitur, sed lentior et mollior est significatio quam ut baptismum exprimat, qui potius mortis et resurrectionis symbolum est. Hac ratione motus vellem baptizandos penitus in aqua immergi, sicut sonat vocabulum et signat mysterium, non quod necessarium arbitrer, sed quod pulchrum foret, rei tam perfectae et plenae signum quoque plenum et perfectum dari, sicut et institutum est sine dubio a Christo”).
3 Secondo F. KLUGE, Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache, rev. W. Mitzka, Lutero ha indicato correttamente l’etimologia del termine Taufe: il vocabolo base è il gotico daupjan = eintauchen (“immergere”), derivato dal gotico djups = tief (“profondo”); cit. da H.-D. Delius, curatore di M. LUTHER, Studienausgabe, cit., p. 259, nota 2.
4 “Al posto della tunica bianca usata inizialmente come veste battesimale, nel Medioevo subentrò, per il battesimo degli infanti, un mantelletto fornito di cappuccio (cappa), da cui l’espressione “mettere il cappuccio”” (BSLK, p. 536, nota 12), talvolta usata pure da Lutero; v., in questo volume, la Liturgia battesimale, p. 122, nota 32.
5 Lutero usa largamente il termine comprensivo Mensch, “essere umano”; anzi, a sottolinearne l’ambivalenza, lo usa spesso al neutro.
6 L’efficacia battesimale, così come formulata qui da Lutero, sembra riflettere ancora la dottrina scolastica: “… il battesimo sia rigenerazione alla vita spirituale; mediante il battesimo viene eliminato tutto ciò che è contrario alla vita spirituale e che naturalmente non può coesistere con la grazia, la quale è il principio della vita spirituale; e perciò il battesimo annulla il peccato mortale sia originale sia attuale…” (“… baptismus sit regeneratio in vitam spiritualem, omne quod est vitae spirituali contrarium, quod scilicet cum gratia stare non potest, quae est spiritualis vitae principium, per baptismum tollitur; et ideo baptismus delet et originalem et actualem culpam mortalem…”), T. D’AQUINO, Sent. 4, dist. 4, qu. 2, art. 1; cfr. pure Summa theol. 3, qu. 66, art. 3. Lutero sottolinea comunque sempre con decisione l’efficacia oggettiva del sacramento, impostazione passata nelle Confessioni di fede luterane; provocando per questo una tensione dialettica nelle relazioni con le chiese riformate, fino ad oggi, anche nell’ambito della pur ritrovata “concordia di Leuenberg”.
7 Questo osservazione è frutto, verosimilmente, dell’esperienza fatta da Lutero nel confessionale, a Wittenberg.
8 Ger. 18,4-6; cfr. più avanti, al paragrafo diciottesimo, nota 29.
9 Riecheggiando l’apostolo Paolo, Lutero vede nel giudizio finale e nella risurrezione una nuova creazione di Dio.
10 Il motivo biblico del patto va ben oltre l’idea di un contratto, sia pure fra disuguali; implica intima comunione (v. ad es. Os. 2,20; Ger. 31,31-33) e Lutero ama sottolinearlo.
11 S’intende: con Dio. è la risposta della fede all’impegno di Dio nel patto.
12 Si tratta del citato Sermone sul venerabile sacramento del santo, vero corpo di Cristo, terzo della serie di tre sermoni pubblicati nell’autunno 1519; v. l’introduzione, pp. 9 s.
13 Letteralmente: “non guardasse attraverso le dita”, espressione idiomatica che Lutero usa volentieri per indicare la pazienza indulgente di Dio.
14 AGOSTINO, Le nozze e la concupiscenza (De nuptiis et concupiscentia), I,25,28, MPL 44,229 s.: “Se si domanda in che modo tale concupiscenza della carne permanga nel rigenerato nel quale è avvenuta la remissione di tutti i peccati…, si risponde che nel battesimo la concupiscenza della carne è eliminata, non nel senso che non sussista più, ma nel senso che non è imputata quale peccato” (“Si autem quaeritur quomodo ista concupiscentia carnis maneat in regenerato in quo universorum facta est remissio peccatorum… ad haec respondetur dimitti concupiscentia carnis in baptismo, non ut sit, sed in peccatum non imputetur”). Questa proposizione di Agostino era di grande importanza per Lutero, che la cita spesso sia nelle sue opere che nei “discorsi a tavola”; v. H.-U. Delius, curatore di M. LUTHER, Studienausgabe, 1, cit., p. 263, nota 37.
15 Questo pare in contraddizione con quanto affermato all’inizio del paragrafo ottavo. In realtà la già piena purezza che lì viene affermata, è tale “in Cristo”, secondo il significato del sacramento.
16 Nemmeno il battesimo può estinguere la concupiscentia, cfr. Confessio Augustana (BSLK, p. 53; trad. it.: La Confessione Augustana del 1530, Claudiana, Torino, 1980, pp. 116 s.).
17 Opinione discussa nel Sermone sul sacramento della penitenza, immediatamente precedente nella pubblicazione del 1519, v. sopra, l’Introduzione, pp. 9 s. e nota 8.
18 Si tratta dell’inquietudine profonda e insopprimibile determinata dalla vana ricerca di una giustizia per opere, anziché vivere e operare nella grata certezza di essere salvati per grazia.
19 Come non pensare all’appello, tanto citato e frainteso, rivolto alcuni anni dopo a Melantone da Lutero in una lettera del 1° agosto 1521, inviata a Wittenberg dalla Wartburg dove era in soggiorno obbligato: “Pecca fortiter, sed crede fortius et gaude in Christo” (WABr. 2,372,84 s.); “Se sei un predicatore della grazia, predica la grazia vera, non finta; se la grazia è vera, sopporta il peccato vero, non finto. Dio non salva peccatori per finta.Sii peccatore e pecca fortemente, ma più fortemente abbi fiducia e gioisci in Cristo, che è il vincitore del peccato, della morte e del mondo” (WABr. 2,372,82-85).
20 V. sopra, p.9, nota 8.
21 Lutero continua a lungo a usare questo termine, anche se in modo sempre più improprio rispetto alla nuova visione della chiesa, del ministero ordinato, del “sacerdozio universale dei credenti” che l’esegesi biblica gli dischiude e che è comunque ben chiara e marcata a partire dagli “scritti riformatori” del 1520.
22 Questa affermazione, che Lutero ama ripetere con frequenza, può rifarsi a testi biblici come Is. 7,9.
23 V. sopra, nota 16.
24 Questa sfumatura della portata salvifica della sofferenza indica che forse a quest’epoca non è ancora del tutto chiarito in Lutero il rapporto fra indicativo e imperativo, fra la grazia, sola salvifica, e la risposta etica della fede e dell’ubbidienza.
25 Stände: secondo H.-U.Delius, in: M. LUTHER, Studienausgabe, 1, cit., p. 266, nota 63, troviamo qui la prima menzione della dottrina luterana delle condizioni o stati in cui si svolge l’esistenza umana; in proposito v.: W. ELERT, Morphologie des Luthertums, 2, München, 1965, pp. 49-65. J. ATKINSON, Lutero. La Parola scatenata, Claudiana, Torino, 1983, pp. 96 s., osserva però, in un capitolo dedicato agli anni d’insegnamento 1513-1517, che fin da questi anni, nel suo radicamento biblico, Lutero ha capito e insegnato che la vocazione divina è una sola e di pari dignità per tutti, “per cui l’uomo deve ubbidire nella situazione in cui Dio lo ha chiamato, e non in un’altra. Non era vero che c’era un’etica più elevata valida per preti, frati, monache e spirituali, e un’etica di livello inferiore per persone sposate e per quelli la cui vocazione si svolge nel mondo secolare. Quel che contava non era la posizione occupata, ma il carattere del rapporto con Dio, in qualunque situazione Egli avesse messo un uomo, contadino o principe, vasaio o prete. La funzione del principe era diversa da quella del contadino, quella del vasaio da quella del prete, ma lo stesso Dio li aveva salvati tutti allo stesso modo, con lo stesso Evangelo. Era nella condizione in cui era stato chiamato (spesso stabilita semplicemente dalla nascita) che un uomo sapeva che cosa voleva dire ubbidire a Dio e servire coloro che Dio aveva messo in relazione con lui. Era solo in questa condizione, e non in qualche prescrizione sacra, e ugualmente inutile a Dio e alla umanità, che l’uomo era chiamato a ubbidire a comandamenti e a consigli”. La visione è già chiara. Il tema sarà sviluppato nel De votis monasticis, scritto nel 1521 nel rifugio della Wartburg: senza tonaca, come “cavaliere Giorgio”!
26 Larve. Lutero si serve di questo vocabolo con significati di volta in volta diversi, anche se apparentati: fantasma, maschera, immagine, similitudine, e spesso, come in questo caso, inganno ciarlatanesco, commedia, finzione.
27 La dottrina delle buone opere meritorie.
28 L’alta stima in cui sono tenuti i voti sacerdotali, pronunciati al momento della consacrazione, deriva dal Corpus iuris canonici, Decreto di Graziano, Parte prima, Dist.28, can.1-13, nei quali si esige la castità da chi riceve una ordinazione, a qualunque livello (compreso il suddiaconato). Nella edizione di Friedberg, vol. I, coll. 100-105.
29 Ger. 18,4-6; v. sopra, nota 14.
30 Malgrado quanto si è detto prima, in particolare nella nota 28, va notato il cammino percorso da Lutero fra la valutazione, se non superiore, comunque elevata e preferenziale che qui, nel 1519, egli dà ancora della condizione monastica e di quella della gerarchia clericale, e la critica decisa formulata nei grandi “scritti riformatori” del 1520 e nel De votis monasticis del 1521.
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Martin Lutero

Martin Luther, in italiano Martin Lutero (Eisleben, 10 novembre 1483 - Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco. Fu l'iniziatore della Riforma protestante. La confessione cristiana basata sulla sua dottrina teologica viene detta luteranesimo. La Riforma, promossa da uomini come Lutero e poi Giovanni Calvino e Zwingli, determinò la formazione di un nuovo movimento religioso nell'Europa Occidentale detto protestantesimo. Il maggiore contributo di Lutero fu il suo insegnamento principale: la giustificazione per fede. Nel giro di poco tempo ciascun principato tedesco si schierò per la fede protestante o per quella cattolica. Il protestantesimo si diffuse e ottenne larghi consensi in Scandinavia, Svizzera, Inghilterra e Paesi Bassi. Ancora oggi centinaia di milioni di persone, in tutto il mondo, si professano aderenti a questi insegnamenti. In un testo scritto dal professor Kurt Aland si legge: "Ogni anno escono almeno 500 nuove pubblicazioni su Martin Lutero e la Riforma in quasi tutte le maggiori lingue del mondo". Il contributo di Lutero nell'inaugurare un nuovo modo di vivere il cristianesimo, che consisteva nell'indipendenza dalla Chiesa e nella conseguente rottura dell'unità dei cristiani a Occidente, fu senz'altro notevole; egli stesso con le sue esitazioni mostrava di rendersi conto della responsabilità enorme che si assumeva. La sua opera fu inoltre fondamentale per aver contribuito a formare la lingua tedesca: si può dire che Lutero fu per la Germania ciò che Dante era stato per l'Italia. Passati i primi secoli immediatamente successivi alla Riforma, dopo essere stato giudicato assai negativamente, la sua figura è stata in parte rivalutata anche in alcuni ambiti cattolici, almeno per quanto riguarda la tempra intellettuale del primo Lutero.

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