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Il figlio della pace

Il figlio della pace

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Descrizione

L’indimenticabile storia del tradimento primitivo della giungla, in pieno ventesimo secolo. Cannibali, cacciatori di teste che usavano il cranio delle loro vittime come cuscini, i Sawi della Nuova Guinea sembravano vivere all’età della pietra. Un racconto emozionante dell’avventura indimenticabile e vera di come si racconta l’amore a un cannibale.

Proprietà

ISBN: 9788880772224
Produttore:
Editrice Uomini Nuovi
Codice prodotto: 9788880772224
Peso: 0,350kg
Rilegatura: Brossura
Data di pubblicazione: 01.01.2005
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

Capitolo 1

AMBASCIATORE AD HAENAM

Appena sorto il sole, Yae guardò giù attraverso le assi del pavimento della sua capanna sugli alberi nel villaggio Mauro, nella scura superficie del fiume Kronkel, ad una ventina di metri in basso. I suoi occhi calmi e neri studiavano il lento movimento delle foglie, sulla superficie non increspata. Le foglie erano trascinate giù dalla corrente, ma lentamente, e questo dimostrava che l’innalzamento della marea del Mar di Arafura, a venticinque miglia ad ovest, stava iniziando a bloccare la foce del Kronkel.
Presto la marea avrebbe invertito completamente la corrente del fiume. Per qualche ora avrebbe costretto il Kronkel, nero e pieno di alghe, a rifluire nel grembo immenso della palude della Nuova Guinea che lo aveva originato. Yae aveva aspettato questo momento per iniziare il suo viaggio su per il fiume, aiutato dalla corrente.
La moglie di Yae, Kautap, sedeva a gambe incrociate presso il focolare, al centro della capanna. Il figlio minore, ancora privo di nome, le giaceva addormentato sulle gambe, avvolto fra gli intrecci della pesante gonna fatta di erbe. Curva sul bimbo, Kautap prese dell’acqua da un recipiente di bambù e la spruzzò sulla bianca farina di sago, disposta sul ripiano di corteccia che le stava davanti. Lentamente, impastò l’acqua e la farina, mentre il fumo che usciva dalla brace le irritava gli occhi.
Il suo figlio maggiore Miri, di due anni, giocava contento vicino a lei, su una stuoia intrecciata. Il suo unico giocattolo era un teschio umano che, rotolando di qua e di là, fissava con occhi tristi ed inespressivi il soffitto annerito dal fumo. Levigato da anni di delicati maneggiamenti, che lo avevano reso di un ocra brillante, il teschio era stato conservato come ricordo del padre di Yae, morto già da tempo, ma anche come feticcio per tenere lontani gli spiriti maligni. Ma per il piccolo Miri si trattava solo di un giocattolo scintillante.
Senza guardarla, Yae disse a Kautap: “Uvur haramavi maken; du famud, es! La corrente sta cambiando: cuoci subito il mio sago!”
Le agili dita nere lavorarono l’umida pasta di sago, trasformandola in una forma lunga e sottile, la avvolsero in foglie di yohom, e la deposero fra i carboni ardenti. Nel frattempo Yae aveva indossato i suoi ornamenti, preparandosi al viaggio. Si era coperto i fianchi nudi con quel sottile gonnellino di erbe che, nella tribù dei Sawi, poteva essere indossato solo dagli uomini che avevano ucciso un nemico in battaglia. Yae ne aveva uccisi cinque. Aveva preso la testa di tre delle sue vittime, e questo era indicato dai tre scintillanti braccialetti di zanne di cinghiale, che gli pendevano dal braccio sinistro.
La sua abilità nella caccia era segnalata poi dal suo sudafen, una collana lunga circa tre metri, fatta tutta di denti di animali, che si era avvolto due volte attorno al collo. Ogni maiale selvatico, coccodrillo, cane o marsupiale che aveva ucciso, aveva contribuito con uno dei suoi denti alla creazione di quella collana. Al di sopra e al di sotto dei muscoli di ciascun braccio e appena sotto le ginocchia, aveva fissato strettamente delle strisce di palma finemente intrecciate. Nel setto nasale forato aveva fieramente inserito un osso cavo, lungo quindici centimetri, ricavato dal femore di un maiale, e appuntito alle due estremità.
Se si fosse messo in viaggio per partecipare ad una danza di una notte intera, avrebbe indossato altri ornamenti: una penna d’uccello del paradiso color fiamma, una benda per la fronte fatta di pelliccia di marsupiale color oro e marrone, un ventaglio di piume bianche di cacatua; e si sarebbe pure tinto il corpo di bianco e di rosso, colori ricavati da polvere di conchiglie marine e di terra rossa. Ma la missione di Yae era puramente diplomatica e non festiva, perciò si era accontentato semplicemente di adornarsi con il bianco e il dorato di ossa levigate e le palme intrecciate.
Con un paio di molle, Kautap rimosse il pane di sago dai carboni, grattando via le foglie carbonizzate e porse il “pane della palude” fumante al marito. Yae ne mangiò una metà e conservò il resto in una piccola bisaccia per il sago, fatta di fibre intrecciate, insieme ad un grosso pezzo di carne di maiale che Kautap aveva precedentemente affumicato sul fuoco. Appesa la bisaccia in spalla, tirò giù il suo arco nero di legno di palma, lungo due metri. Su una delle punte dell’arco era stato sistemato l’artiglio ricurvo di uno struzzo casuario, che poteva essere usato come lancia in caso di combattimento corpo a corpo. Yae scelse inoltre una manciata di frecce di bambù, a punta ricurva e acuminata. Afferrando con una mano sia l’arco che le frecce, prese poi la pagaia che, insieme allo scudo da guerra, il tamburo, l’ascia di pietra, la lancia, la canoa e l’arco, completava la serie principale dei suoi possedimenti terreni.
La pagaia era un esempio sorprendente della capacità artistica dei Sawi. Sagomata da un unico pezzo di legno rosso scuro, duro quasi come ferro e alto circa tre metri, aveva un’ampia forma rettangolare su cui erano incisi disegni esotici, e all’estremità superiore del manico era stata scolpita in modo mirabile una figura rappresentante un antenato. Sopra la figura ancestrale, le caratteristiche punte di legno e un artiglio di struzzo casuario avvertivano che anche la pagaia di Yae, come il suo arco, poteva essere usata come lancia.
Yae uscì sulla veranda della capanna. Attorno a lui, le altre sei capanne sugli alberi del villaggio Mauro sembravano galleggiare nella nebbia dorata del mattino, sgraziate, gobbe e a forma di focaccia. Erano tutte lunghe circa tredici metri, costruite ad un’altezza da terra che variava dai dieci ai quattordici metri, sulla macchia intricata di alberi lunghi e sottili. C’erano inoltre quattro case lunghe, collocate ad un’altezza minore di sette metri.
Non tutte le famiglie Sawi avevano avuto l’incentivo di costruirsi una capanna sugli alberi, ed avevano preferito rendersi vulnerabili agli attacchi di sorpresa dei nemici, più di quanto potevano esserlo quelli che abitavano sugli alberi, che fra l’altro avevano la visuale libera di tutto il vicinato. Nelle capanne fra gli alberi, donne e bambini potevano vivere in relativa tranquillità mentre mariti, padri e fratelli facevano piovere dall’alto le frecce su un eventuale nemico, oppure scendevano a terra ingaggiando con l’avversario un waru mim, “gioco di lancia”.
Mentre Yae iniziava a scendere la lunga scala a pioli, fissata saldamente con le liane, Kautap alzò la voce in un lamento. “Perché visiti così spesso Haenam? La tua pelle non si sente a disagio quando vai là?”
Yae continuò la sua discesa. “Se non vi avessi degli amici, non ci andrei”, fu la sua unica risposta. La scala scendeva proprio sotto la capanna, per consentire riparo dai forti rovesci tropicali o dal sole. Yae discese per tutta la lunghezza senza mai reggersi alla scala nemmeno con un dito, bilanciandosi perfettamente su ogni piolo precario.
Vicino ai piedi della scala sedeva suo fratello Sao, raggomitolato su un tronco d’albero e tremante per i brividi della malaria, che cercava invano di scaldarsi al sole mattutino che faceva ora capolino sul villaggio e faceva evaporare il fogliame bagnato di rugiada. Yae gli parlò in modo confortante, ma Sao riuscì a malapena a rispondergli, con i denti che gli battevano troppo forte.
Pochi metri più in basso Wasi, il cugino di Yae, insieme alle sue tre mogli stava caricando sulla canoa gli attrezzi per tagliare il sago, pronto a partire per un viaggio nella giungla. Yae chiamò Wasi. “Sto andando a Haenam. Ritornerò appena dopo il tramonto. Vado ad invitare i miei amici a partecipare alla nostra danza bisim, quando sorgerà la luna nuova”.
Wasi gli augurò buona fortuna per la sua missione, mentre saltava a poppa della sua snella canoa e la spingeva giù nel canale. Le sue tre mogli erano ben protese in avanti nella piccola imbarcazione lunga circa dieci metri; due di esse avevano ben strette sulle spalle le apposite sacche in cui erano assicurati i loro piccoli. Le tre mogli sollevarono simultaneamente le loro pagaie e le tuffarono in avanti, nella foce del piccolo affluente che li avrebbe condotti nella palude dei sago. Una riserva di carboni ardenti fumava da un piccolo letto di argilla vicino ai piedi di Wasi. Con questi carboni più tardi avrebbe acceso il fuoco per cucinare il pasto pomeridiano, fatto con il sago fresco raccolto nella palude.
Yae depose l’arco e le frecce nella canoa, e si imbarcò. Con un colpo forte e deciso, spinse la piccola imbarcazione dalla punta arcuata contro la corrente, proprio mentre le foglie sulla superficie interrompevano la loro corsa verso il mare. Man mano che egli svaniva dietro un’ansa del fiume, le foglie gli si mossero dietro.
Kautap osservò sparire suo marito, mentre una smorfia di preoccupazione le oscurava il viso annerito dal fumo. Il bimbo che teneva sulle gambe iniziò ad agitarsi e piangere. Mentre lo avvicinava al seno per allattarlo, si augurò che Yae dimenticasse l’ambizione di formare un’alleanza fra i Mauro e Haenam.
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Strillando, un gruppo di cacatua prese il volo non appena la canoa di Yae apparve improvvisamente da sotto il fogliame ai bordi del fiume, dirigendosi ancora contro la corrente. Un coccodrillo che sonnecchiava sull’estremità di un tronco galleggiante, si svegliò alle loro urla, sbadigliò con la bocca aperta verso Yae, e poi si gettò con l’addome in acqua, agitando la sua enorme coda in posizione verticale, mentre si immergeva in profondità.
Yae scivolò verso l’ansa successiva e la oltrepassò, riflettendo ancora un volta sulla serie di eventi che lo avevano reso l’unico ambasciatore dei Mauro presso il villaggio Sawi, a monte del fiume, chiamato Haenam. Sette mesi prima, mentre stava cacciando oche selvatiche nei pressi della sorgente dell’emissario dell’Aym, si era inaspettatamente imbattuto in un gruppo di cinque uomini di Haenam. Yae si era accucciato immediatamente nella sua canoa ed aveva afferrato l’arco, ma il più alto dei cinque stranieri l’aveva subito salutato.
“Konahari! Non prendere l’arco! Ti conosco, il tuo nome è Yae, e sono un tuo parente!” aveva detto il longilineo straniero.
Yae aveva sollevato comunque il suo arco, ma senza infilarvi la freccia. Al contrario, aveva chiesto: “Come ti chiami?”
“Kauwan. Sono il figlio minore del patrigno di tua madre”, fu la risposta.
“Perché sei venuto al fiume Aym? Senza dubbio tu e i tuoi amici siete delle spie”, lo provocò Yae.
“Non è così”, disse Kauwan. “Questa mattina ho ferito un maiale selvatico e ne ho seguito le tracce fin qui. Vedi, ci sono delle tracce di sangue fresco sull’erba, ed ecco i segni dove il maiale si è dibattuto non molto tempo fa nel fango. Vieni, fatti abbracciare! Siamo parenti!”
Yae aveva sentito sua madre parlare di Kauwan, ma esitò ancora. Allora Kauwan tirò fuori dalla sua sacca un pezzetto di bambù affilato, tagliò una ciocca dei suoi neri capelli stopposi, la avvolse in una foglia e la offerse a Yae.
Rassicurato da questo segno di sincerità, in genere ben accetto, Yae remò per avvicinarsi, prese il dono da Kauwan e lo lasciò cadere nella sua sacca. Con quell’offerta, Kauwan aveva dimostrato che desiderava avere più che una semplice amicizia con Yae.
I due uomini si erano abbracciati mentre i quattro compagni di Kauwan avevano mormorato la loro approvazione. Fu allora che Kauwan aveva fatto la sua proposta.
“Yae, ascoltami. Da tanto tempo il popolo Kayagar dell’est ci sta assalendo e ne abbiamo persi tanti per le loro lance. Perciò vogliamo fare la pace con i Mauro, per poter venire a tagliare liberamente il sago da queste parti, nei nostri confini occidentali. Ho convinto gli uomini di Haenam che abbiamo bisogno di un tramite che possa viaggiare liberamente dal nostro villaggio al vostro. Se accetti, fra tre giorni verrai nel nostro villaggio. Quando arriverai, sarò lì ad aspettarti, per rendere sicura la tua copertura”.
I quattro amici di Kauwan aggiunsero che anche loro avrebbero protetto la vita di Yae con la loro, se fosse stato necessario.
Il cuore di Yae iniziò a battere più velocemente. I membri della sua tribù Mauro, aveva iniziato a lamentarsi anch’essi per le incursioni prepotenti degli Asmat dell’ovest. Se avessero stabilito dei rapporti pacifici con Haenam, si sarebbero potute raccogliere liberamente le palme mature di sago che si trovavano nella terra di nessuno, al confine fra Haenam e Mauro, sollevando il suo popolo dalla necessità di avventurarsi vicino ai confini di Asmat, in cerca di cibo.
Con il tempo, Haenam e Mauro avrebbero potuto persino decidere di unire le loro forze per infliggere un attacco decisivo contro gli Asmat e gli Kayagar, guadagnandosi a vicenda il rispetto altrui. Come artefici principali di quel patto, Yae e Kauwan potevano entrambi sperare di acquisire nuovo prestigio all’interno del mondo Sawi. Gli uomini di altri clan Sawi, con le figlie in età da marito, sarebbero stati sicuramente inclini a promettere alcune delle loro figlie a Yae e Kauwan, portandoli entrambi più vicini all’ideale Sawi di possedere un harem di cinque mogli sane.
Yae aveva già conquistato due mogli, ma con suo profondo sconforto, una di esse aveva contratto il vaiolo, era stata consumata da piaghe suppuranti e maleodoranti ed era morta, lasciandolo solo con Kautap. Dopo la morte della sua seconda moglie, il desiderio di Yae di sostituirla e conquistarsi altre mogli, era diventato un’ossessione costante. Ora, improvvisamente e inaspettatamente, la soddisfazione di quell’ossessione sembrava alla sua portata, se solo avesse potuto fidarsi della promessa di Kauwan e dei suoi quattro amici.
Yae osservò Kauwan con sguardo critico. Gli occhi di Kauwan scintillavano di evidente sincerità. Il fatto che fosse parente di sua madre lo rassicurava. Inoltre aveva volontariamente offerto una ciocca dei suoi capelli a Yae. Quanto alla storia di Haenam che veniva depredata dai Kayagar e spinta verso l’occidente – Yae ne aveva già sentito parlare dalle voci che circolavano nella giungla.
La cosa negativa era che Yae sapeva che nel clan Kangae a Haenam c’erano alcuni che avevano motivi di lagnanza contro i Mauro. Avrebbe avuto la certezza che Kauwan e i suoi amici sarebbero stati abbastanza forti da proteggerlo se la fazione dei Kangae avesse optato per la vendetta quando Yae sarebbe apparso fra di loro? I quattro braccialetti fatti di zanne di maiale che adornavano il gomito sinistro di Kauwan, dimostravano che Kauwan era un guerriero ben riconosciuto. Ma forse Kauwan era legato alla fazione dei Kangae più di quanto lo fosse alla mamma di Yae.
Furbamente, Yae pose delle domande a Kauwan per accertarsi dei suoi rapporti con il popolo Kangae. Kauwan indovinò immediatamente lo scopo di quelle domande, e assicurò Yae che il capo tribù dei Kangae aveva detto che avrebbe accettato un risarcimento in beni, piuttosto che in vite umane. Poche cose sarebbero state un prezzo esiguo da pagare, in confronto a tutto quello che Yae si aspettava di guadagnare da questa transazione.
Ancora una volta, Yae ritardò la sua decisione per un’ulteriore verifica. Invitò Kauwan e i suoi amici ad accompagnarlo per una breve visita a Mauro, per poter discutere ulteriormente la cosa. Se fossero stati disposti a fidarsi della sua protezione in una situazione del genere, avrebbe avuto un’ulteriore dimostrazione delle loro aspirazioni pacifiche.
Kauwan replicò con un largo sorriso. “Saremmo ben lieti di venire con te, ma le nostre mogli e i bambini ci stanno aspettando vicino al fiume Hanai, perché gli portiamo il maiale. Dobbiamo trovare la preda, macellarla e portarla a casa prima che tramonti il sole”.
Era un rifiuto ragionevole, pensò Yae. Ora toccava a lui decidere, senza ricorrere ad ulteriori verifiche. Se avesse rifiutato, a qualcun altro dei Mauro sarebbe stato offerto lo stesso onore che gli stava estendendo ora Kauwan, e sicuramente lo avrebbe accettato con i conseguenti risultati favorevoli. Quanto gli avrebbe dato fastidio, se fosse successa una cosa del genere!
Al contrario, se avesse accettato, forse sarebbe caduto in una trappola e avrebbe perso la vita! Nel suo intimo, si agitò l’incertezza del momento, la stessa esitazione esistenziale che costituiva l’ingrediente elementare delle leggende Sawi, che lo avevano affascinato sin dalla fanciullezza. Ora era lui l’eroe che si trovava di fronte ad una scelta così carica di timori!
Improvvisamente, la decisione scaturì dal vortice delle sue incertezze. Dalla sua sacca trasse fuori il piccolo bambù affilato, si tagliò una ciocca di capelli e la porse a Kauwan, che la accettò con un sorriso.
Poi Yae si spinse in avanti, afferrò saldamente il braccio di Kauwan e disse: “Sarimakon, es! Verrò sicuramente. è deciso!”
“Allora, se troviamo il maiale che stiamo cercando, stai certo che conserverò una metà del fegato per mangiarlo con te, il terzo giorno”, disse Kauwan.
Yae rispose: “Timin konahari! Grazie, amico!” e si separarono.
Avendo dato la sua parola, Yae aveva accettato virtualmente qualunque cosa il fato avesse in serbo per lui. A meno che non avesse avuto prove evidenti di tradimento, non avrebbe più potuto cambiare idea senza venire tacciato di codardia! Il terzo giorno sarebbe dovuto andare ad Haenam.
E sarebbe dovuto andare da solo. Nessun altro avrebbe osato accompagnarlo senza invito. Tanto meglio; se avesse corso il rischio da solo, non avrebbe poi dovuto condividerne il susseguente onore con un altro del villaggio.
































Capitolo 2


INGRASSATO DALL’AMICIZIA


Il sole della tarda mattinata aveva imperlato di sudore la fronte di Yae, che si accingeva ad entrare alla foce dell’Hanai, nei pressi del territorio degli Haenam. Lasciò il canale splendente del Kronkel, largo oltre sessanta metri, e ben presto sentì la pelle raffreddarsi all’ombra profonda dello stretto corso dell’Hanai, attorniato dal fogliame della giungla. Si chinò per bere, ancora in piedi sulla canoa, prendendo l’acqua con la mano. Ma non bevve dal palmo. Piuttosto, lanciò ogni manata d’acqua in aria, e la raccolse al volo.
Ogni altro modo di bere acqua dal fiume era al di sotto della sua dignità. Inoltre poteva essere pericoloso. Nel fiume vivevano gli spiriti maligni, e se non avesse bevuto nel modo prescritto, avrebbero potuto invadergli il corpo nello stesso atto del bere.
Yae si raddrizzò, ed i suoi occhi sondarono i cespugli sovrastanti il fiume davanti a sé. Eccolo! Il macabro cranio di uno sfortunato Kayagar ucciso da Nair, uno dei guerrieri più temuti di Haenam.
Il cranio penzolava da un ramo, con le orbite piene di semi di un rosso brillante, incassati in gomma di albero nera, che gli conferivano un aspetto ancora più minaccioso. Piume svolazzanti gli pendevano dalle cavità delle orecchie, dando l’impressione di capelli. Nair lo aveva appeso lì come avvertimento per i nemici di Haenam.
Yae sorrise pensando a come la vista di quel cranio gli avesse fatto rizzare i peli del collo quando, pieno di tensione, sette mesi prima si era avvicinato ad Haenam per la prima volta. Facendosi forza, aveva oltrepassato il cranio con la canoa, giungendo infine nella pianura erbosa dove risiedeva Haenam. La gente aveva osservato con calma il suo approccio solitario, mentre Kauwan era rimasto ai bordi dell’acqua, accogliendolo a braccia aperte.
Mentre Yae tirava a secco la canoa e si faceva avanti sulla riva, Kauwan aveva improvvisamente sollevato da un cespuglio il suo arco. Separando una freccia dalle altre, ed agitandola nella mano destra, aveva voltato la schiena a Yae, rivolgendosi alla sua gente. Con un potente grido gutturale, aveva fatto un salto in aria ed aveva iniziato a correre avanti e dietro, fra Yae e la sua gente.
Gridò una sfida formidabile, punteggiando la voce di feroci grugniti di simulata rabbia. “Il mio amico è il benvenuto! è venuto perché io l’ho invitato! Chi vorrà fargli del male? Nessuno gli farà del male! La mia mano è forte!”
Si trattava di un’abituale esibizione di forza, chiamata saravon, un modo per rassicurare un ospite e allo stesso tempo per trattenere chiunque avesse intenzioni ostili. Senza questa esibizione di saravon, Yae si sarebbe sentito veramente a disagio. Gli uomini di Haenam avevano osservato con calma dalle verande. La maggior parte di essi era seduta per terra, con una gamba distesa sul pavimento e l’altra con il ginocchio sollevato, su cui avevano poggiato il mento.
Dopo il saravon, Kauwan aveva abbracciato calorosamente Yae. Gli altri uomini di Haenam discesero poi uno ad uno dalle case, e seguirono l’esempio di Kauwan, abbracciando Yae – tranne gli uomini di Kangae, che aspettavano l’ammenda prima di esprimere un qualsiasi buon sentimento nei confronti dell’estraneo.
Kauwan aveva condotto Yae nella casa centrale, la camera lunga ventiquattro metri che era la struttura principale del villaggio, e nella quale le donne potevano entrare solo dietro invito. Kauwan aveva dato a Yae il posto d’onore su una stuoia nuova fatta di erbe e posta al centro della struttura lunga e indefinita.
Presto Yae venne circondato da un cerchio di circa venti fra i guerrieri più importanti di Haenam, uomini come Maum, Giriman, Mahaen, Nair, Kani e Warahai, i cui nomi erano temuti sia dai Sawi, che dai Kayagar che dagli Asmat. A turno, gli porsero domande educate a proposito dei suoi parenti. Dietro di loro sedevano i più giovani, che ascoltavano in un silenzio rispettoso. Poco dopo vennero servite delle focacce di sago fresco, cucinate dalle donne ognuna nella propria casa, a Yae furono porte su un piatto finemente lavorato ed intarsiato di disegni ancestrali. Yae aveva atteso cortesemente finché tutti erano stati serviti, e poi aveva iniziato a mangiare con loro.
Yae aveva notato che gradualmente la conversazione si era spostata sulla questione del pagamento delle lagnanze ancora in sospeso dei Mauro verso il clan Kangae. Ma Yae era pronto. Aveva tirato fuori dal suo sacco alcune asce di pietra, grandi conchiglie marine, ed altri oggetti di valore che la gente del suo villaggio gli aveva affidato per saldare il debito con il clan Kangae.
Un uomo di nome Giriman sogghignò di piacere, raccolse quei tesori e li portò al popolo Kangae, che stava ancora aspettando il pagamento nelle proprie case. Nel frattempo, Kauwan aveva portato il pezzo di fegato di maiale affumicato che aveva promesso di conservare per Yae, e Yae se l’era messo nella sacca, per mangiarlo in seguito.
Poco dopo Giriman ritornò con la gente di Kangae, che strinse la mano a Yae per rassicurarlo di aver accettato il pagamento. Si unirono qui al gruppo, ascoltando attentamente ogni parola.
Seguì poi un momento in cui il popolo Haenam si complimentò con Yae, dicendo di aver udito la sua abilità nel combattimento e nella caccia. Dopo questo, la conversazione si spostò sulla perfidia dei Kayagar e degli Asmat, e sul bisogno di una tregua fra gli Haenam e i Mauro, per poter avvicinarsi fra di loro e allontanarsi invece dai nemici.
Yae si era alzato in piedi ed aveva espresso il desiderio di ritornare a Mauro. Nel farlo, aveva tremato dentro di sé, sapendo che se lo avessero tradito, sarebbe stato quello il momento in cui lo avrebbe scoperto. Ma al contrario, tutti insieme lo avevano scortato di buon grado verso la canoa, gridando più e più volte l’arrivederci tipico dei Sawi: “Aminahaiyo!”, mentre vogava lungo il fiume Hanai verso il Kronkel.
Yae ricordava ancora il suo entusiasmo di sette mesi prima, durante quel viaggio di ritorno a casa. Era arrivato a casa al crepuscolo, era saltato sulla veranda della sua capanna ed aveva gridato a gran voce a tutti i suoi compaesani nell’eloquente idioma Sawi: “Dov’è l’odio che Haenam nutre nei nostri confronti? Oggi ho distrutto tutte le lingue dell’odio! Oggi ho riaperto il sentiero per Haenam che era caduto in rovina. Ho sparso acqua fresca (pace) nel mezzo dei nostri villaggi!”
Aveva punteggiato il suo discorso con il grido Sawi di trionfo: “EEEHAAA!” ed aveva ascoltato con piacere il mormorio eccitato che il suo discorso aveva sollevato in tutte le case sugli alberi attorno a lui, e in quelle più basse sotto di lui.
E quello era stato solo l’inizio. Nei successivi sette mesi aveva visitato Haenam per un totale di dieci volte, ed ogni volta era stato ricevuto con lo stesso caloroso benvenuto. La sua fiducia era aumentata di volta in volta, fino a quel giorno che stava avvicinandosi ad Haenam per la undicesima volta, e ormai non lo turbava alcun senso d’inquietudine.
Ora conosceva per nome la maggior parte degli uomini di Haenam ed era sicuro delle loro buone intenzioni, così come era certo degli uomini del suo clan Mauro. Era certo che quello stesso giorno alcuni di loro avrebbero accettato il suo invito ad accompagnarlo, per partecipare alla danza Mauro bisim che sarebbe durata per tutta la notte. Dopo di ché, avrebbero iniziato a preparare i piani per un attacco combinato contro i Kayagar o gli Asmat.
Come sempre, Kauwan salutò Yae sulla sponda del fiume e lo condusse nella casa centrale. Altri, con cui aveva già fatto conoscenza, vennero uno ad uno e si sedettero in cerchio attorno a lui. La conversazione divenne piacevole come al solito, costellata da aneddoti e da risate. Davanti a Yae fu posto del cibo, ed egli iniziò a mangiare con i suoi anfitrioni. Fu allora che propose l’invito per cui era venuto.
Giriman fu il primo a rispondere: “Ora sei diventato un vecchio amico mio. Certamente verrò al bisim a Mauro!” Anche Mahaen gli diede il suo consenso, e così Kauwan.
Ben presto un totale di dodici uomini aveva accettato l’invito. Yae era compiaciuto. Poi porsero a Yae un lunga fettuccia fatta di fibre d’albero intrecciate e gli chiesero di fare un nodo per ogni giorno che sarebbe dovuto trascorrere prima della festa.
Yae accettò con gioia la corda e iniziò a fare i nodi. Mentre era intento in questo compito, Mahaen guardò Giriman e aggrottò impercettibilmente le sopracciglia. Giriman vide il segnale e lo trasmise a Maum. Maum a sua volta lo passò a Kani, e Kani a Yamasi. Nel giro di poco tempo, tutti gli uomini Haenam presenti avevano notato il segnale. Mahaen mosse lentamente la mano destra sotto il bordo della stuoia d’erbe sul quale era seduto e ne trasse un lungo e affilato pugnale d’osso, ricavato dal femore di un gigantesco struzzo casuario.
Giriman, Yamasi e Maum si alzarono in piedi in modo molto casuale, fingendo di stiracchiarsi, mentre afferravano delle lunghe lance arcuate dai sostegni che avevano sulle loro teste. Sogghignando malignamente l’uno all’altro, tennero le lance sospese su Yae mentre questi continuava a fare i nodi, curvo sulla corda. Gli altri del gruppo si armarono allo stesso modo. Asce di pietra e lance, archi e frecce, comparvero come per magia da sotto le stuoie.
Ciascuno degli uomini armati rimase in piedi e si avvicinò a Yae. L’unico che non si armò fu Kauwan. Semplicemente si appoggiò con la schiena alla parete di foglie di sago, sorridendo a Yae e mantenendo viva la conversazione, mentre Yae era ancora intento a fare i nodi.
Yae notò che, gradualmente, attorno a lui si faceva più buio e il silenzio aumentava. Sulla pelle iniziarono a corrergli dei brividi di freddo, ma si costrinse ad alzare lo sguardo con ottimismo. Dapprima vide le armi, poi qualcosa di ancora più terrificante: gli occhi dei suoi anfitrioni. Ogni occhio era puntato su Yae; gli sguardi erano gonfi di vorace anticipazione e tutti erano intenti ad osservare l’espressione di Yae. Videro poi quello che da sette mesi stavano aspettando – il cambiamento di espressione sul volto di Yae.
Fissandolo con gioia perversa, i loro occhi assaporarono lo spettacolo di una serena fiducia che veniva divorata da un terrore abietto, di una speranza viva che inaspettatamente si oscurava nella più cupa disperazione. Per mesi avrebbero indugiato avidamente nella descrizione di ogni dettaglio che stavano osservando in questo attimo di verità. Avrebbero cercato di superarsi a vicenda nel descrivere in che modo gli occhi di Yae si erano dilatati, le labbra avessero tremato e tutto il corpo si fosse coperto di sudore freddo. La casa centrale avrebbe risuonato di risate per ogni sfumatura oratoria prodotta dal soggetto.
Mentre Yae sedeva impietrito, soffocato dal terrore, Giriman si fermò proprio davanti a lui, la lancia pronta per colpire. Yae vide la bocca di Giriman aperta ed udì la voce crudele e sibilante che diceva: “Tuwi asonai makaerin! Ti abbiamo ingrassato d’amicizia per macellarti!”
Era un’antica espressione Sawi, chiara, implacabile, che esprimeva in tre parole uno dei componenti principali della cultura Sawi, l’idealizzazione del tradimento. Yae capì che gli uomini di Haenam avevano avuto l’intenzione di ucciderlo sin dal principio, ma fiduciosi che sarebbe ritornato più e più volte, avevano deciso di rimandare l’esecuzione. Ucciderlo in uno degli incontri precedenti, sarebbe stato commettere un omicidio comune, come qualsiasi altra persona non esperta di tradimenti avrebbe potuto fare. Ma portare avanti l’inganno dell’amicizia per mesi, e poi consumarlo come stavano per fare in questo momento, richiedeva quella contraffazione speciale, che costituiva l’elisir delle leggende Sawi.
Gli uomini di Haenam stavano eseguendo un antico ideale. Anche Yae era al corrente delle leggende che stavano in quel momento motivando gli uomini di Haenam. Il suo errore era stato quello di credere che quelle leggende fossero estranee dalla vita reale, dando per scontato che gli interessi politici e personali attuali fossero più concreti degli imperativi storici.
Con le lance ancora puntate contro di lui, il cervello di Yae iniziò a ponderare la situazione. Perché mai era andato a Haenam la prima volta? Perché si era fidato di Kauwan. Kauwan? E dov’era adesso? Forse poteva ancora sperare in Kauwan!
Un grido soffocato gli sfuggì dalle labbra. “Kauwan! Dove sei? Proteggimi, Kauwan!”
Kauwan lo guardò dall’alto in basso, in mezzo a due guerrieri armati. Parlò lentamente, con calma e in tono sarcastico. “Continuavo a dire loro che non era giusto, che tu sei mio amico e che non ti avrebbero dovuto fare una cosa del genere. Ma Maum qui mi ha promesso sua figlia in moglie, se fossi rimasto in silenzio. Mi dispiace, amico mio. Penso proprio di non poterti aiutare”.
Yae gettò un grido di angoscia. “Non dire questo, Kauwan! Mantieni la tua promessa!”
Cercò di alzarsi in piedi, ma la lancia di Maum lo colpì al fianco. Un urlo potente e liberatorio gli riverberò attorno, mentre le altre lance gli si facevano sempre più vicine. Yae cadde su un ginocchio e chiese ancora pietà a Kauwan, cercando invano di estrarre la lancia arcuata dal suo fianco.
Kauwan si voltò dall’altra parte e disse semplicemente: “Avresti dovuto darmi un figlio della pace. Allora sì che ti avrei protetto”.
A queste parole, nella mente di Yae si formò una visione, seppure distorta dal dolore ma pur sempre tenera, di Kautap che sedeva accanto al fuoco con le gambe incrociate e nel grembo il bimbo ancora privo di nome. Il bambino! Soltanto quel bambino avrebbe potuto salvarlo! Ma era troppo tardi!
Un’ascia di pietra lo colpì da dietro, proprio sotto la scapola. Cadde in avanti sul pavimento di fronde di sago, gemendo di dolore. Una freccia gli si conficcò nel retro della coscia, e la sua punta acuminata gli provocò un’improvvisa rabbia. Con un urlo scattò in piedi, sanguinando notevolmente, e balzò addosso ai suoi aguzzini mentre un’altra lancia gli trafiggeva il polpaccio. Gli fecero semplicemente spazio, strillando divertiti e rimanendogli ancora attorno.
Yae cadde di nuovo in avanti e si ritrovò a guardare giù da un buco del pavimento ancora incompleto della casa centrale. Cinque metri più in basso vide delle galline che, smettendo di beccare, guardavano in su, disturbate dal rumore sovrastante. Si ricordò che aveva lasciato la pagaia conficcata nel fango, vicino al fiume. Se solo avesse potuto scendere dalla casa centrale e se avesse potuto prendere la pagaia, ne avrebbe potuto usare l’estremità per sopraffare almeno una vita al posto della sua.
Scivolò in avanti, la testa per prima, attraverso il buco, ma la lancia che gli aveva trafitto il polpaccio rimase incastrata al pavimento, lasciandolo sospeso a testa in giù. Contorcendosi disperatamente a mezz’aria, poté solo aspettare che gli occupanti della casa scendessero velocemente le scale della costruzione e gli venissero incontro, sistemando le frecce negli archi. Vennero correndo anche donne e bambini, compiaciuti di questa inaspettata opportunità, perché la vittima era adesso anche alla loro portata.
Mentre i ragazzi lanciavano le loro frecce minuscole verso Yae, le donne gli colpivano la testa con i bastoni che usavano per scavare il sago. I cani del villaggio sfrecciavano qua e là fra i piedi degli aguzzini, leccando come meglio potevano il sangue che sprizzava da ogni parte ed emettendo acuti guaiti ogni volta che qualcuno li calpestava.
Quando alla fine Yae spirò, qualcuno estrasse la lancia dalla quale penzolava il corpo e lo lasciò cadere a terra, schiantandosi fra le canne di bambù. I guerrieri danzarono selvaggiamente attorno al cadavere, emettendo varie grida di vittoria, ognuno vantandosi della parte avuta nel tradimento e nel conseguente omicidio. Alcuni si curvarono più volte sul corpo, estraendo le frecce e le lance dalla carne lacerata.
Giunse poi il muscoloso e slanciato guerriero di nome Maum, con in spalla un’ascia di pietra affilata da poco. Essendo colui che aveva acquistato il silenzio di Kauwan, pretese il diritto di prendere la testa di Yae. Gli altri gli fecero spazio, mentre alzava l’ascia sul cadavere. Gli occhi spalancati dei bambini trasalirono mentre l’ascia si abbatteva più e più volte, squarciando i tendini e le vertebre finché la testa non venne recisa completamente.
Nel frattempo l’amico di Maum, Warahai, si avvicinò con accanto il figlio Emaro. Maum sollevò la testa recisa e la tenne in direzione del ragazzo. Warahai poi si volse verso Emaro e disse: “Il tuo nome è Yae!”
Il nome Emaro era stato solo un nome provvisorio, da usare finché il ragazzo non avrebbe ricevuto il nome della vittima uccisa specificamente per lui. Mentre le persone più intime avrebbero continuato a chiamarlo occasionalmente Emaro, il suo “nome di potere” sarebbe stato da ora in poi Yae. Qualunque potere soprannaturale avrebbe atteso Yae, da questo momento in poi si sarebbe aggiunto alla forza vitale del ragazzo che ne aveva preso il nome.
Maum mandò poi un messaggio ad una donna di nome Anai, dicendole che avrebbe ricevuto le mandibole di Yae da appendere attorno al collo durante le celebrazioni chiamate eren, che solitamente seguivano la decapitazione. Quando la donna ricevette il messaggio, gridò di giubilo e danzò per celebrare il grande onore.
Quando il cadavere di Yae smise di sanguinare, un certo numero di uomini lo sollevarono e lo portarono su per la scaletta che conduceva alla casa centrale, lasciando i cani a leccare il sangue da terra e dai cespugli su cui era caduto. Al centro della casa centrale, erano state sparse delle foglie di banana, sulle quali venne adagiato il cadavere decapitato. Immediatamente sciami di insetti si radunarono sulle ferite aperte.
Gli ornamenti di Yae vennero rivendicati da diversi uomini e rimossi dal suo corpo. Kauwan era già andato al bordo del fiume, pretendendo l’elegante pagaia di Yae.
Giunsero poi tre uomini, a cui Maum aveva dato il compito di sezionare il corpo con coltelli di bambù affilati come un rasoio. Gli astanti, eccitati, reclamarono a gran voce le proprie pretese sulle varie parti del corpo di Yae, e Maum dava la sua approvazione alle varie richieste. La macellazione era cominciata.
Mentre gli uomini erano occupati con la macellazione, le donne, che non potevano entrare nella casa principale se non invitate, avevano preso i tamburi appartenenti ai rispettivi mariti, padri e fratelli, ed avevano cominciato a danzare avanti e dietro alla casa principale. Principiando un acuto lamento ritmico, battevano all’unisono i tamburi di pelle di lucertola incollati con sangue umano. Le pesanti sottane fatte di erbe intrecciate, ondeggiavano al ritmo del rimbombo cupo dei tamburi. Le piume gialle degli uccelli del paradiso balenavano alla luce del sole. Era il momento più caldo della giornata, e da ogni corpo correvano rivoli di sudore. I bimbi nudi si abbracciavano, saltando su e giù, oppure lanciavano bastoni in aria per esprimere l’intensa eccitazione che li possedeva.
Quelli che avevano già provato il sapore della carne umana iniziarono a sgridare quelli che non l’avevano mai assaggiata, assicurandoli che sapeva di maiale o di struzzo casuario. Perché dunque volevano essere dei kerkeriyap, “schizzinosi”?
Alcuni di quelli che erano stati rimproverati risposero: “Fadimakon govay! Sicuramente la mangerò”.
Altri ridacchiavano dicendo: “Rigav bohos fat fadon, hava ke fadyfem gani? Perché si dovrebbe mangiare la carne umana?”
Alla fine avrebbero vinto il sentimento di kerkeriyap e vi avrebbero partecipato, se non in questa occasione, in qualche altra. Ma nessun Sawi avrebbe dimenticato il terrore della prima volta in cui aveva mangiato carne umana. Contraddistingueva una delle più importanti soglie che ciascuno di essi avrebbe dovuto varcare per conoscere l’essenza ultima dell’esistenza Sawi. Il giorno in cui avrebbe mangiato di quella carne, sarebbe stato come se gli occhi gli si fossero aperti alla conoscenza del bene e del male.
Dopo che quasi ogni parte del corpo di Yae era stata sezionata e posta su graticole di legno per essere cotta sui diversi focolai della casa principale, tutti gli uomini non sposati uscirono dall’abitazione. Insieme alle donne e ai bambini si ritirarono ai bordi della giungla, oltre il villaggio.
Quando Maum vide che erano tutti ad una distanza di sicurezza, si mise la testa di Yae su un fianco, prese una pietra sottile ed un martello di legno e si abbassò su di essa. Un altro uomo teneva fermo il cranio, mentre Maum vi batteva su un lato con la pietra. Gli sciami di insetti poggiati sulle lunghe ciglia scure di Yae lottarono per mantenere il posto, nonostante i colpi.
I giovani, le donne e i bambini avevano lasciato la zona perché era apsar, “proibito” per loro sentire il suono del cranio che si apriva. Quando l’operazione fu completata, ritornarono a frotte nell’area della casa centrale, e la celebrazione riprese.
Nel frattempo Maum aveva iniziato a togliere il cervello dal cranio, attraverso l’apertura che vi aveva praticato. I suoi amici portarono foglie e recipienti di legno di vario genere, per prendere la loro parte di cervello, da mangiare insieme alla carne, quando si sarebbe cotta. Ma Maum non avrebbe mangiato il cervello.
Dopo di ciò, Maum fece una cerimonia chiamata yagon, nella quale innalzò il cranio di Yae sulla punta del suo arco e lo legò in posizione inclinata e sporgente da una parte della casa centrale. Iniziò poi la festa cannibalesca, seguita da complessi rituali chiamati eren, durante i quali le donne furono invitate a rimanere all’estremità della casa centrale, e le mascelle di Yae furono offerte in dono ad Anai, che se le appese attorno al collo come ornamento di gran valore.
_________________________

Kautap, quando ebbe la conferma del sospetto della morte del marito, si rasò il capo, scese gemendo dalla sua casa sugli alberi e si gettò nel fango sulla riva del fiume, contorcendosi in un’angoscia incontrollata. Prese inoltre l’ascia di pietra di Yae e la gettò nel fiume, perché il suo spirito potesse usarla nel regno della morte. Altri parenti uccisero il maiale selvatico che Yae aveva addomesticato e allevato con cura per la festa che avrebbe fatto insieme a Haenam, perché anch’esso potesse accompagnare il suo spirito.
Poi tutto il villaggio cominciò a compiangere la morte di Yae. Le capanne degli alberi ondeggiavano per i parenti nel lutto che battevano i piedi avanti e dietro, da un capo all’altro della casa. Per tre mesi non si udì suono di tamburo nel villaggio, in segno di rispetto per Yae. Quanto a Kautap, ella compose un canto funebre, che continuò a mormorare in continuazione, mentre le lacrime le solcavano le gote cosparse di cenere:
“Oh, chi affronterà i figli del tradimento?
Oh, chi sconfiggerà coloro che usano l’amicizia
per ingrassare le loro vittime?
Oh, che cosa ci vorrà per farli smettere?”

Profondamente commossi dall’incessante ripetizione di questo gemito, i parenti di Yae si ritrovarono per progettare la vendetta contro Haenam. La possibilità di qualsiasi altra risposta alla domanda di Kautap andava al di là della loro comprensione. La notizia del canto funebre di Kautap filtrò ad oriente nella giungla, giungendo alle orecchie di Maum. Alla fine della stagione asciutta, gli interminabili venti monsonici avevano rovesciato noiose raffiche di pioggia contro le pareti di sago della capanna centrale di Haenam. L’intera pianura erbosa attorno al villaggio era stata inondata.
Quando gli furono ripetute le parole del canto funebre, Maum sorrise. Il suo unico commento fu appena percettibile sopra il rumore del vento: “Chi ci potrà sconfiggere?”
Poi sbadigliò e si stiracchiò sulla sua stuoia intrecciata preparandosi al riposino pomeridiano, tirandosene metà addosso per ripararsi dall’aria umida e fredda che filtrava dalla parete di fronde. Il teschio senza mandibole di Yae, già lucidato e reso brillante, rotolò contro la spalla di Maum, mentr’egli si avvicinava la stuoia. Lo prese e se lo mise sotto la testa come cuscino, e subito si addormentò.
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