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Commentario su Genesi

Commentario su Genesi

Calvino Giovanni

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Descrizione

Le esposizioni bibliche di Calvino non hanno mai cessato di essere in stampa e sono disponibili in molte lingue, perché la chiesa ha giudicato che egli è sostanzialmente riuscito a produrre commentari in base ai sue principi esegetici più importanti: la lucida brevità e l’attenzione al pensiero dello scrittore sacro.Chiunque legga un commentario di Calvino rimane colpito dalla chiarezza e dall’immediatezza della spiegazione. Il suo stile è diretto, accessibile e agevole. Anche quando il pensiero è complesso, il commento è semplice. Difatti, egli era dotato di notevoli capacità naturali, le quali erano state affinate dalla sua formazione umanista che gli insegnò a saper ordinare il proprio pensiero in modo da persuadere. Inoltre, Calvino attinse alle migliori risorse disponibili ai suoi giorni per giungere a spiegare il pensiero di un certo scrittore sacro. Egli inseriva il brano che stava considerando nel suo contesto storico, cercava di spiegare accuratamente il significato dei termini ebraici o greci, e stava attento a questioni geografiche, lessicali e storiche. La sua sensibilità retorica lo induceva a badare allo sviluppo generale del discorso, prestando al tempo stesso la dovuta attenzione alle varie parti che lo componevano: sezioni, paragrafi, frasi e singole parole.Oltre a ciò, cercava di impressionare l’animo del lettore secondo l’intenzione dello scrittore. Rispetto alla narrativa della Genesi, Calvino dimostra di possedere una notevole sensibilità per il movimento drammatico della trama, la quale giunge in diverse occasioni ad un culmine.[…] non c’è un altro commentario che, come quello di Calvino, colga il significato della Scrittura in modo spontaneo, vero e con semplicità, esprimendosi con una prosa breve e chiara al fine di identificare il punto principale della “mente” dello scrittore per trarre una dottrina solida e atta a indicare il sentiero della vera pietà.Calvino ebbe la sapienza di soffermarsi sulle grandi verità evangeliche e sulle domande di fondo relative all’esistenza umana. Egli sapeva come, in ogni epoca, la mente pensa e il cuore sente. Difatti, mentre leggiamo i suoi commenti ci ritroviamo a ragionare con lui essendo persuasi dalle sue spiegazioni, oppure rimaniamo senza parole dinanzi ad un pensiero profondo che ci ha toccati nei sentimenti.[…] Nell’ambito delle applicazioni pastorali, Calvino è molto stimolante e offre molti spunti sui modi in cui i conduttori di chiesa possono affrontare varie situazioni alla luce della dottrina e dell’etica bibliche.[…] La passione per l’unità tra dottrina e pratica distingue l’esegesi di Calvino da quella allegorica che lo ha preceduto e da quella storico-critica che lo ha seguito.

Proprietà

ISBN: 9788888747767
Produttore:
Alfa e Omega
Codice prodotto: 9788888747767
Dimensioni:
173 x 248 x 45 mm
Peso: 1,420kg
Rilegatura:
Copertina Rigida
Numero di pagine: 763
Lingua: Italiano

Capitolo gratuito

INTRODUZIONE ALL?EDIZIONE ITALIANA
IL RITORNO ALL?ESPOSIZIONE DEL TESTO BIBLICO
QUALE PRINCIPIUM THEOLOGIAE
I commentari di Giovanni Calvino hanno una grandissima importanza nella
storia della chiesa1. Dopo la morte di Giovanni Crisostomo ? l?eminente espositore
biblico dell?antichit? al cui esempio di interpretazione ?letterale? Calvino
si ispir?2 ?, di fatto e nonostante alcuni elementi di notevole continuit?, l?esposizione
della Scrittura basata su fattori grammaticali e storici venne quasi del
tutto meno per oltre un millennio3.
Una nuova temperie culturale port? ad un rinnovato impegno filologico ed
espositivo da parte degli umanisti e dei riformatori della generazione che precedette
quella di Giovanni Calvino. L?invenzione della stampa alter? il modo in
cui circolavano le informazioni e i testi scritti. Siccome i costi diminuirono, i
libri cessarono di essere un lusso. Fu in questo stesso periodo che gli umanisti
rinascimentali spinsero le persone a rivolgersi ad fontes, e man mano che nuovi
manoscritti in lingua greca venivano scoperti l?impresa teologica cessava di essere
strettamente in lingua latina, in quanto gli studiosi dovevano conoscere il
greco e l?ebraico4.
Come accade anche nel caso di Calvino, vi sono sempre diversi fattori che
permettono a qualcuno di eccellere nell?esegesi e nell?esposizione biblica. Abbiamo
gi? accennato al clima culturale del Rinascimento, caratterizzato dalla
passione per le fonti, che ha favorito la scoperta degli antichi manoscritti del
Nuovo Testamento, incoraggiando il fiorire di una ?cultura grammaticale? e il
ritorno ad una riflessione basata sui testi originali5. Inoltre, vi furono alcuni
elementi che contribuirono in modo speciale a equipaggiare Calvino. La sua
formazione umanistica aveva incluso lo studio delle arti liberali in chiave retorica
e del diritto, e in seguito acquis? la conoscenza dell?ebraico, del greco e del
latino che si rivel? essenziale per la sua opera esegetica6.
La Riforma stessa incoraggi? moltissimo il genere del commentario biblico.
La sentitissima esigenza di una riforma della chiesa e il malcontento nei confronti
del cattolicesimo romano, sfoci? in una critica del sacerdotalismo e del
sacramentalismo mediante la formulazione di una nuova teologia derivata da
un diverso approccio all?interpretazione della Bibbia. Nel Medioevo, le Scritture
venivano usate per rinforzare l?edificio del sistema teologico. In altri termini,
il dogma precedeva l?esegesi. Nel clima rinascimentale, le nuove domande poste
dai riformatori indussero ad un approfondimento della comprensione del
testo biblico, il quale serv? come fondamento per la costruzione di una nuova
teologia. Quindi, l?aggiornamento teologico derivava da una rinnovata lettura
delle Scritture e su questa si fondava. Fu cos? che l?esposizione biblica serv? a
riscoprire il pieno significato del Vangelo, a difenderlo e a divulgarlo. I principi
esegetici dei riformatori impedivano che l?esposizione della Scrittura servisse
solo a confermare i loro dogmi. L?autorit? in campo teologico era la sola Scrittura
e quindi l?edifico della teologia cristiana doveva essere costruito a partire dal
basso, ossia dallo studio del testo biblico.
PERSPICUA BREVITATE E PERSUASIONE
Con la Riforma gli studiosi ripresero a scrivere commenti esponendo la Bibbia
versetto per versetto, seguendo pi? o meno lo stile di Crisostomo. Molti
riformatori della prima generazione si cimentarono con l?epistola ai Romani,
tuttavia i loro sforzi non condussero al pieno sviluppo della rinnovata esegesi
biblica. Ad esempio, il commentario di Filippo Melantone riguardava alcune
parti della lettera le quali servivano a fondare un sistema teologico. Il commentario
di Martin Bucero, invece, pur essendo esaustivo si dilungava in digressioni
teologiche inerenti all?esposizione di ciascun versetto. Come si comprende, in
questo modo il dipanarsi e la forza del commento erano compromessi.
Il primo commentario pubblicato da Calvino ? nel 1540 ? fu proprio quello
sull?epistola ai Romani. Fu negli anni in cui lavor? a questo commentario che
Calvino affin? il principio ?perspicua brevitate?, in base al quale si deve giungere
a spiegare la ?mente? e lo scopo di un certo scrittore sacro7. Il Riformatore
ginevrino non scrisse mai un trattato di esegesi ed ermeneutica, ma nella prefa-
6 Il fatto che Calvino avesse l?abitudine in modo estemporaneo, senza appunti e di salire sul
pulpito solo con le Scritture ebraiche oppure con il Nuovo Testamento in greco, dimostra quale
conoscenza e dimestichezza avesse delle lingue bibliche. Cfr. JOHN D. CURRID, Calvin and the
Biblical Languages, Fearn, Christian Focus Publications, 2006, pp. 24-29.
7 CO, 10:402-403. Cfr. RICHARD C. GAMBLE, Brevitas et Facilitas: Toward an Understanding
of Calvin?s Hermeneutic, ?Westminster Theological Journal?, 1985, 47:1-17.
Introduzione all?edizione italiana
7
zione all?Istituzione del ?39, nella lettera dedicatoria e nell?argumentum al commentario
su Romani egli spiega quali siano i suoi criteri metodologici e l?ordine
programmatico della sua opera. Le esposizioni bibliche di Calvino non hanno
mai cessato di essere in stampa e sono disponibili in molte lingue, perch? la
chiesa ha giudicato che egli ? sostanzialmente riuscito a produrre commentari
in base ai due principi esegetici pi? importanti: la lucida brevit? e l?attenzione
al pensiero dello scrittore sacro.
Chiunque legga un commentario di Calvino rimarr? colpito dalla chiarezza
e dall?immediatezza della spiegazione. Il suo stile ? diretto, accessibile e agevole.
Anche quando il pensiero ? complesso, il commento ? semplice. Difatti,
egli era dotato di notevoli capacit? naturali, le quali erano state affinate dalla
sua formazione umanistica che gli insegn? a saper ordinare il proprio pensiero
in modo da persuadere. Inoltre, Calvino attinse alle migliori risorse disponibili
ai suoi giorni per giungere a spiegare il pensiero di un certo scrittore sacro. Egli
inseriva il brano che stava considerando nel suo contesto storico, cercava di
spiegare accuratamente il significato dei termini ebraici o greci, e stava attento
a questioni geografiche, lessicali e storiche. La sua sensibilit? retorica8 lo induceva
a badare allo sviluppo generale del discorso, prestando al tempo stesso la
dovuta attenzione alle varie parti che lo componevano: sezioni, paragrafi, frasi
e singole parole.
Oltre a ci?, cercava di impressionare l?animo del lettore secondo l?intenzione
dello scrittore. Rispetto alla narrativa della Genesi, Calvino dimostra di
possedere una notevole sensibilit? per il movimento drammatico della trama,
la quale giunge in diverse occasioni ad un culmine. Consideriamo, ad esempio,
il commento che introduce l?episodio narrato in Genesi 22. Oltre ad affrontare
profonde questioni teologiche, il Riformatore ginevrino tratta anche della forza
emotiva del passo mediante una cascata retorica che giunge a toccare il fondo
dell?angoscia teologica ed emotiva di Abraamo. Sebbene Abraamo ?abbia disseminato
per tutto il corso della sua vita insegnamenti di fede e d?ubbidienza,
tuttavia non se ne potrebbe trovare uno pi? eccellente dell?immolazione di suo
figlio?, spiega Calvino. Vi furono molte tentazioni che servirono a mortificare il
peccato di Abraamo,
Per? qui l?ha ferito con una piaga pi? dura e pi? amara della morte, sebbene dobbiamo
considerare qualcosa di maggiore e di pi? alto del dolore e del tormento del
padre, che ha avuto il cuore trapassato dalla morte che aveva concepita riguardo
al figlio. Il pensiero d?essere privato del suo unico figlio ? per lui molto triste, e
questo ? aggravato dal fatto che avverr? per mezzo di una morte violenta. Ma la
cosa pi? dura di tutte, ? che lui stesso sia destinato ad essere il carnefice per ucciderlo
con le proprie mani. Tralascio per ora le altre circostanze, che noteremo
singolarmente al momento opportuno. Ma se si paragonano tutte queste cose con
il combattimento spirituale che egli ha sostenuto nella sua coscienza, ci? sembrer?
solo un gioco o uno schermire nell?ombra. Infatti, qui non si tratta del fatto che
egli si lamenti di essere senza discendenza, ma che gli sia comandato di mettere a
morte il suo unico erede, la speranza della sua memoria e del suo nome, l?onore e il
sostegno della sua famiglia, in modo tale che la salvezza del mondo sembri andare
persa interamente con lui9.
Dunque, per Calvino il problema principale non ? tanto il conflitto interiore
tra la piet? e le passioni di Abraamo, quanto il fatto che Dio guidi il suo servo in
un conflitto della fede contro se stessa, tra la speranza nella promessa e la disperazione
relativa alla promessa: ?Egli non doveva combattere con le passioni
della carne, ma poich? desiderava affidarsi interamente a Dio, la piet? stessa e
la religione lo tiravano di qua e di l?. Infatti, ? come se Dio si contraddicesse da
solo nel volere che muoia il figlio in cui aveva posto la speranza della salvezza.
Cos?, quest?ultimo comando era come la distruzione della fede?10. Vedete come
l?attenersi al principio della brevit? e della semplicit? favorisca la leggibilit? dei
commentari di Calvino, mantenendo il lettore coinvolto nella drammaticit? e
nella prospettiva della Scrittura.
L?ESEGESI E IL PROGRAMMA PASTORALE DI CALVINO
L?opera espositiva di Calvino deve essere considerata nella cornice del suo pi?
ampio impegno pastorale per la riforma della chiesa. La cristallizzazione teologica
nei catechismi e nelle varie edizioni dell?Istituzione, lo sforzo espositivo
nei sermoni, nelle lezioni e poi nei commentari, il confronto dottrinale nelle
intense dispute e nei trattati, e la preoccupazione pastorale nelle epistole, sono
diverse sfaccettature di un unico progetto pastorale11. Quindi, errano coloro
che come McGrath12 elevano l?Istituzione al di sopra di tutti gli altri scritti di
Calvino quasi che fosse l?unica fonte autorevole della sua dottrina, una sorta
di ?spina dorsale? dell?opera del Riformatore. D?altro canto, errano anche quelli
che come Bouwsma13 declassano l?Istituzione esaltando il valore ermeneutico
delle opere esegetiche e omiletiche.

ARGOMENTO
Dal momento che la sapienza infinita di Dio risplende in quest?opera mirabile
del cielo e della terra, la storia della creazione ? ben lungi dall?essere spiegata
come meriterebbe. Poich? il nostro intelletto ? troppo ristretto per comprendere
cose talmente grandi e sublimi, la lingua ? tutt?altro che sufficiente a descriverle
in modo esauriente e completo! Ma giacch? chi s?impegna con modestia e riverenza
a considerare le opere di Dio merita qualche elogio, quantunque non pervenga
dove desidererebbe giungere, se io mi studio di aiutare gli altri in questo
esercizio, secondo il potere che mi ? concesso, sono certo che il dovere che mi
assumo verr? approvato dai fedeli non meno di quanto sia accettato da Dio.
Ho inteso servirmi di questa prefazione non soltanto per scusarmi, ma per
avvertire i lettori che, se vogliono trarre profitto con me dalla meditazione delle
opere di Dio, lo facciano con spirito mite, docile, benevolo e umile. ? con gli
occhi che vediamo il mondo, ? con i piedi che camminiamo sulla terra, ed ? con
le mani che maneggiamo e tocchiamo le opere di Dio, le quali sono talmente
variegate che non riusciremmo a contarle. Con le narici che percepiamo l?odore
soave e piacevole delle erbe e dei fiori, godiamo di cos? tanti beni, ma c?? una
tale infinit? di potenza, bont? e sapienza divine in queste stesse cose, che noi
non comprendiamo, la quale sommerge tutti i nostri sensi. Pertanto, gli uomini
devono accontentarsi di gustare tali doni parzialmente, a seconda delle loro
capacit?. Ci basta tendere a tale meta lungo tutta la nostra esistenza, di modo
che, anche nella nostra estrema vecchiaia, non ci pentiamo dei vantaggi che ne
avremo tratti, purch? ve ne sia stato qualcuno. ? con tale intento che Mos? ha
incominciato il suo libro con la creazione del mondo, per metterci Dio davanti
agli occhi, come se egli fosse visibile vedendo le sue creature.
Vi sono dei presuntuosi e degli arroganti che, a questo punto, si alzano e
chiedono, per scherno, donde e in che modo tali cose siano state rivelate a
Mos?, e concludono che egli racconta delle favole su cose a lui ignote, perch?
non ha mai visto nulla n? le ha apprese da qualcun altro che le abbia messe per
iscritto. Ecco il loro bel parere! Ma ? assai facile rispondere loro e redarguirne
l?audacia. Poich? costoro, se ritengono che si debba prestare meno fede a questa
storia perch? riporta quanto accaduto molto tempo innanzi, bisogna che rifiutino
anche i profeti mediante cui Mos? ha predetto le cose che, poi, si sono verificate
dopo altrettanti secoli rispetto a quelle che ci racconta attualmente e che le avevano
precedute. Difatti, quello che dice sulla vocazione dei pagani ? oltremodo
chiaro ed esplicito, il cui compimento si ? avuto quasi duemila anni dopo la sua
morte. Colui che ha previsto mediante lo Spirito di Dio una cosa che doveva
avvenire molto tempo dopo, e che allora era nascosta alla comprensione degli
uomini, non ha potuto comprendere se Dio avesse creato il mondo, giacch? era
stato ammaestrato principalmente dal Signore sovrano e celeste? Infatti egli non
presenta anzitutto le proprie divinazioni, ma ? uno strumento dello Spirito Santo
per rendere note le cose che bisognava far conoscere a tutti.
Quando essi trovano strano che l?ordine della creazione del mondo, precedentemente
rimasto ignoto, sia stato descritto ed esposto da lui soltanto allora,
s?ingannano fin troppo. Difatti non sono state consegnate alla memoria cose di
cui non si fosse gi? sentito parlare, ma fu lui per primo a mettere per iscritto ci?
che i padri avevano consegnato come di mano in mano ai loro figli, in una lunga
successione di et?. Crediamo forse che l?uomo sia stato posto sulla terra senza
conoscere la propria origine e quella di tutte le cose di cui godeva? Nessuno
dubiter?, a meno che sia fuori di senno, che Adamo fosse ben informato e al
corrente di tutte queste cose. In seguito se n?? rimasto muto? I santi patriarchi
sono stati cos? ingrati da tacere e sopprimere una dottrina cos? necessaria? No?,
essendo stato avvertito di un giudizio di Dio cos? degno di memoria, non si ?
preoccupato di farlo conoscere ai suoi posteri? La Scrittura fa questo esplicito
elogio di Abraamo: che faceva da maestro alla sua famiglia (Gen. 18,19). Sappiamo
anche che la conoscenza del patto che Dio aveva concluso con i padri
era comune a tutto il popolo, allorquando Mos? ne era ancora ben lontano.
Infatti, quando dice che gli Israeliti sono nati da una radice santa che Dio
aveva adottata, egli non inserisce nulla di nuovo, ma richiama solo alla loro
memoria quanto conoscevano bene, quanto gli stessi anziani avevano ricevuto
dai loro avi, in breve ci? che nessuno fra loro revocava in dubbio. Non bisogna
dunque dubitare che la creazione del mondo, cos? com?? descritta qui, fosse gi?
nota all?antica e perpetua tradizione dei padri. Ma poich? non v?? nulla di cos?
semplice per gli uomini come corrompere la verit? di Dio, al punto che, con
l?andare del tempo, essa degeneri quasi da s?, affinch? si ricordasse una storia
pura, il Signore ha voluto che essa fosse messa per iscritto. Quindi Mos? ha
confermato e stabilito l?autorit? di questa dottrina che egli ha racchiusa nei suoi
scritti e che non poteva disperdersi per la leggerezza degli uomini.
Ritorno, adesso, all?intento di Mos?, o piuttosto dello Spirito Santo che ha
parlato mediante la sua bocca. Noi non conosciamo Dio, che ? invisibile, se
non attraverso le sue opere. Per questa ragione, l?Apostolo, parlando dei secoli,
dice: ?Le cose che si vedono non sono state tratte da cose apparenti? (Ebr.
11,3), come se si dicesse che si tratta di uno sguardo o di un?apparizione di ci?
che non appare. ? per questo motivo che il Signore, per invitarci a fare la sua
conoscenza, pone davanti ai nostri occhi l?opera dei cieli e della terra, manifestandosi
in essi. Poich? ? cos? che la sua eterna potenza e la sua divinit?, come
dice Paolo (Rom. 1,20), risplendono in essi. E ci? che dice Davide ? verissimo,
ossia che i cieli, sebbene non abbiano lingua, sono tuttavia araldi assai eloquenti
della gloria di Dio (Sal. 19,1). Questo bell?ordine della natura, pur non proferendo parola, nondimeno grida e fa comprendere quanto sia mirabile la
sua sapienza. Questo dev?essere diligentemente notato tanto pi? che sono cos?
in pochi a mantenersi sulla retta via della conoscenza di Dio, e che molti si
fermano alle creature senza preoccuparsi di colui che le ha fatte.
Infatti gli uomini sono soggetti a questi due estremi: gli uni, trascurando Dio,
profondono tutte le forze e le energie del loro spirito a considerare la natura, e gli
altri, senza tener conto delle opere di Dio, volano in alto sospinti da una curiosit?
folle, se non fanatica, alla ricerca dell?essenza divina. Quanto a questo, sono in
errore gli uni e gli altri. ? perverso quello studio in cui si indagano i segreti della
natura senza mai volgere gli occhi al suo autore, e godere di tutta la natura senza
riconoscere l?autore di un cos? grande beneficio ? un?ingratitudine fin troppo spregevole.
Anche quanti filosofeggiano senza religione o, piuttosto, si sforzano con
le proprie speculazioni di allontanare da loro sia Dio sia ogni sentimento di piet?,
sentiranno un giorno quanto vale l?affermazione di Paolo, che riferisce Luca,
ossia che Dio non ha mai lasciato se stesso privo di testimonianza (Atti 14,17).
Poich? non resteranno impuniti per essere stati cos? sordi e cos? ebeti davanti a
delle testimonianze talmente grandi ed evidenti. In effetti, ? un?ignoranza assai
maligna non vedere mai Dio che dona ovunque dei segni della sua presenza. E se
ora tali beffardi vogliono fuggire mediante i loro cavilli, la loro orribile perdizione
testimonier? un giorno che non conoscono Dio per un?altra ragione, ossia che si
sono resi ciechi per loro propria volont? e per cattiveria.
Quanto a coloro che ricercano Dio nella sua nuda essenza e volano orgogliosamente
al di sopra del mondo senza volervisi soffermare, alla fine restano
inevitabilmente invischiati in molte fantasie folli ed assurde. Difatti Dio, che
altrimenti ? invisibile (com?? stato detto), si ? come rivestito dell?immagine del
mondo per mostrarsi a noi e rendersi visibile in essa. Quanti non si degnano di
guardarlo quando egli si presenta cos? magnificamente adornato dall?immagine
del cielo e della terra, in seguito sono giustamente puniti dalle loro fantasticherie
per ci? che hanno disprezzato. Per questo motivo, fin da quando sentiamo
parlare del nome di Dio, o che ce ne viene qualche pensiero nell?intelletto,
contempliamolo adorno di questo vestito bello e prezioso. In poche parole, se
desideriamo davvero conoscere Dio, che il mondo ci faccia da scuola.
Con ci? stesso ? rifiutata la malizia di coloro che abbaiano contro Mos?,
perch? egli riferisce che ? passato un tempo talmente breve dalla creazione
del mondo. Difatti essi si chiedono perch? Dio si sia reso conto cos? improvvisamente
di creare il mondo, perch? se ne rimasto cos? a lungo ad oziare nel
cielo, ed aguzzano l?ingegno in domande del genere per burla, per la propria
perdizione. Si legge nella Historia ecclesiastica tripartita3 la risposta d?un santo
personaggio che mi ? sempre piaciuta. C?era un vile cane che si faceva beffe di Dio con tali discorsi, al quale questo buonuomo rispose che, allora, Dio non
era rimasto senza far niente perch? aveva forgiato l?inferno per i curiosi. Perch?
con quali ragionamenti si pu? reprimere l?arroganza di quanti dichiarano di avere
in disprezzo e odio qualunque ritegno? In effetti, coloro che si divertono in
tal modo, abbandonandosi a fare disquisizioni del genere su come Dio oziasse
prima di creare il mondo, un giorno sapranno, a loro grande rovina, che la sua
virt? ? stata eterna nel preparare loro la geenna.
Quanto a noi, non deve sembrarci affatto cos? strano che Dio, accontentandosi
di se stesso, non abbia creato il mondo, di cui non aveva che farsi, prima di
quando gli sia parso bene di farlo. Dal momento che la sua volont? ? la regola
di ogni sapienza, dobbiamo accontentarci, senza cercare oltre. Sant?Agostino
ha detto assai bene4 che i manichei oltraggiavano Dio supponendo una causa
al di sopra della sua volont?. Egli avvert? saggiamente che non bisogna indagare
sull?infinit? dei tempi pi? che dei luoghi. Sappiamo bene che la circonferenza
del cielo ? finita e che la terra ? situata nel mezzo come un piccolo globo. Coloro
che rimproverano a Dio di non aver creato prima il mondo, si lamentino anche
che non abbia fatto innumerevoli mondi! Inoltre, poich? ritengono assurdo
che siano trascorsi diversi secoli senza mondo, riconoscano che ? un grande
vizio della loro natura che il cielo e la terra occupino soltanto uno spazio assai
piccolo, in confronto all?infinit? di luoghi che restano vuoti. Ma poich? ci perderemmo
nel doppio labirinto dell?eternit? dei tempi e dell?infinit? della gloria
di Dio, accontentiamoci della modestia di non voler andare pi? in l? di dove il
Signore ci mostra riguardo all?andamento e all?orientamento delle sue opere.
Nel concepire il mondo come uno specchio in cui bisogna vedere Dio, non
intendo dire che abbiamo la vista abbastanza penetrante da vedere ci? che
rappresenta l?opera del cielo e della terra, o che la conoscenza che ne possiamo
avere basti alla salvezza. Per di pi?, dal momento che non si trae alcun beneficio
dal fatto che Dio c?invita alla fede mediante le sue creature, se non che
siamo resi inescusabili, egli ha apportato un nuovo rimedio (poich? ve n?era bisogno),
e perlomeno ha offerto un sostegno alla nostra comprensione malferma
provvedendo un altro aiuto. Infatti ci ha consegnato la Scrittura come guida e
maestra, e mediante essa non ci mostra soltanto, ma ci obbliga quasi a vedere
ci? che passerebbe davanti ai nostri occhi senza lasciarci alcuna comprensione,
proprio come se si consegnassero degli occhiali o degli specchi a quanti hanno
la vista debole. A questo si adopera Mos?, com?? stato detto. Infatti, se bastasse
l?insegnamento del cielo e della terra, che sono muti, la dottrina di Mos? sarebbe
superflua. Quest?araldo, quindi, ? stato aggiunto per risvegliarci e renderci
pi? attenti, affinch? sapessimo che siamo posti in questo teatro per contemplarvi
la gloria di Dio, non soltanto come testimoni, ma anche perch? godessimo
di tutte le ricchezze che vi sono dispiegate, poich? il Signore le ha destinate

e assoggettate al nostro impiego. Egli non dice in generale soltanto che Dio ha
edificato il mondo, ma mostra mediante tutto il filo del suo racconto quanto
siano mirabili la sua potenza, la sua sapienza e la sua bont?, e principalmente
la grande premura che egli ha per il genere umano. Inoltre, poich? la Parola
eterna di Dio ? l?immagine vivente ed esplicita di quest?ultimo, egli ci riconduce
ad essa. Ne consegue quanto dice l?Apostolo: che si pu? comprendere solo per
fede che i cieli sono stati formati dalla Parola di Dio (Ebr. 11,3). Dal momento
che la fede viene proprio da quanto insegnato nel ministero di Mos?, noi non ci
perdiamo in vane e frivole speculazioni, ma contempliamo il solo vero Dio nella
sua immagine autentica ed originaria.
Tuttavia, si pu? obiettare che ci? non sembra affatto accordarsi con quanto
afferma Paolo: ?Poich? il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria
sapienza, ? piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia
della predicazione? (1 Cor. 1,21). Difatti, con questo egli intende dire che ?
inutile cercare Dio lasciandosi guidare dalle cose visibili, e che non ci resta che
andare direttamente a Cristo. Ne consegue, dunque, che non bisogna incominciare
dagli elementi di questo mondo, ma dal Vangelo, il quale ci propone
soltanto Ges? Cristo con la sua croce, facendoci dimorare in lui. Io rispondo
che ? del tutto inutile filosofare sull?opera di questo mondo, a meno che, innanzitutto,
dopo essere stati umiliati dalla predicazione del Vangelo, si sia appreso
a sottomettere tutto l?intelletto, per quanto affinato e acuto lo si possa avere,
alla pazzia della croce (1 Cor. 1,21). Credo che sia se andassimo in alto che in
basso, non troveremmo nulla che ci elevi fino a Dio, se non quando Cristo ci
avr? ammaestrati alla sua scuola. Ora, questo pu? avvenire soltanto quando,
essendo strappati dai profondi abissi dell?inferno, veniamo elevati sul cocchio
della sua croce al di sopra di tutti i cieli, affinch? l? comprendiamo mediante
la fede le cose che occhio non vide, che orecchio non ud? e che sorpassano
enormemente il nostro cuore e i nostri pensieri. Poich? l? la terra non ? pi?
preposta ad amministrarci i frutti per sostentarci quotidianamente, ma Cristo
stesso si offre a noi come la vita eterna; n? il cielo ci illumina lo sguardo con lo
splendore del sole e delle stelle, ma Cristo stesso, che ? la luce del mondo e il
sole della giustizia, risplende nei nostri cuori. Anche l?aria, l?, non ci dona uno
spazio vago per respirare, ma ? lo Spirito di Dio a donarci vigore e vita. In breve,
il regno invisibile di Cristo detiene l? il pieno possesso e la sua grazia spirituale
? diffusa ovunque. Ma questo non vieta assolutamente che impieghiamo le nostre
facolt? a considerare il cielo e la terra, e che cerchiamo, con ci?, di essere
confermati nella vera conoscenza di Dio. Difatti Cristo ? l?immagine in cui Dio
manifesta non solo ci? che ha nel cuore, ma anche i suoi piedi e le sue mani.
Con ?cuore? intendo quest?amore segreto mediante cui egli ci abbraccia in
Cristo; con ?i suoi piedi e le sue mani? intendo le opere che ci sono poste davanti
agli occhi. Da quando siamo allontanati da Cristo, non c?? nulla n? di cos?
spesso n? di cos? sottile davanti ai nostri occhi che non desti necessariamente
la nostra ammirazione.

In effetti, sebbene in questo libro Mos? incominci con la creazione del
mondo, tuttavia non vuole farci fermare qui. Infatti queste cose devono essere
messe assieme: Dio ha creato il mondo e l?uomo, dopo aver ricevuto da parte
di Dio intendimento e ragione unitamente a tanti privilegi, ? caduto per colpa
sua e, per tale motivo, ? stato privato di tutti i beni che aveva ottenuti. Poi, per
la misericordia di Dio, ? stato ristabilito nella vita che aveva persa, e questo per
la grazia di Cristo, affinch? vi fosse sempre sulla terra qualche assemblea che,
essendo adottata da Dio nella speranza della vita eterna, lo servisse con questa
fiducia. Si tratta, pertanto, del fine cui tende tutto il corso della storia, ossia che
Dio ha preservato il genere umano in modo da prendersi particolarmente cura
della sua chiesa.
Ecco, dunque, l?argomento del libro. Dopo che il mondo fu creato, l?uomo
vi fu posto come in un teatro, affinch?, guardando in alto e in basso le meravigliose
opere di Dio, ne adorasse con riverenza l?autore. In secondo luogo, tutte
le cose furono destinate all?impiego dell?uomo, affinch?, essendo pi? vincolato
a Dio, si consacrasse e dedicasse interamente al suo servizio. In terzo luogo, egli
ricevette intelligenza e ragione, affinch?, essendo separato dagli animali bruti,
pensasse ad una vita migliore, o piuttosto tendesse direttamente a Dio, di cui
portava l?immagine impressa in se stesso. Segue, poi, la caduta, mediante cui
Adamo si ? alienato da Dio, per cui egli ? stato privato di ogni rettitudine. In
tal modo, Mos? rappresenta l?uomo privo di ogni bene, dall?intelletto cieco, dal
cuore perverso, corrotto in tutte le sue parti, reo di morte eterna, ma aggiunge
subito la storia della sua restaurazione, in cui appare e risplende Cristo con la
grazia della sua redenzione. Da questo punto egli segue, secondo un ordine
continuo, l?andamento della straordinaria provvidenza di Dio nel governare e
sostenere la sua chiesa, e poi ci raccomanda il vero servizio di Dio, dichiarando
in cosa consiste la salvezza degli uomini ed esortandoci, mediante gli esempi
dei padri, a portare costantemente la croce. Chiunque, pertanto, voglia trarre
vero profitto da questo libro, rievochi tali elementi fondamentali.
Si osservino principalmente le seguenti cose: che dopo che Adamo si ? perso
per la propria caduta mortale insieme con tutta la sua discendenza, il fondamento
della nostra salvezza, all?origine della chiesa, consiste nel fatto che,
essendo strappati dal profondo delle tenebre per la pura grazia di Dio, noi abbiamo
ottenuto una vita nuova; che i padri hanno goduto di questa vita mediante
la fede, poich? Dio l?ha loro offerta mediante la Parola; che questa Parola ?
stata fondata in Cristo e che tutti i fedeli vissuti in seguito sono stati sostenuti
dalla stessa promessa di salvezza mediante cui fu risollevato Adamo fin dal
principio. In tal modo, la perpetua successione della chiesa scaturisce da questa
fonte: che i santi padri, gli uni dopo gli altri, hanno abbracciato mediante
la fede la promessa che era loro offerta e sono stati radunati nella famiglia di
Dio per avere una vita comune in Cristo. Dobbiamo osservare tutto questo
con diligenza, affinch? comprendiamo qual ? la vera societ? ecclesiale e qual
? la comunione di fede tra i figli di Dio. Dal momento che Mos? fu dato come
Argomento
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dottore ai figli d?Israele, non bisogna assolutamente dubitare che egli abbia
avuto principalmente riguardo di costoro, affinch? essi riconoscessero di essere
un popolo eletto e adottato da Dio, ricercassero la certezza di tale adozione nel
patto che Dio aveva stretto con i loro padri e sapessero che non v?era n? un altro
Dio n? un?altra fede.
Per? egli ha inteso anche attestare per i secoli a venire che, chiunque intenda
davvero servire Dio ed essere ritenuto membro della chiesa, non deve seguire
alcun altro cammino se non quello qui mostrato. Dal momento che la fede
incomincia sapendo che esiste un vero Dio che serviamo, il fatto che siamo
compagni dei patriarchi ne costituisce una speciale conferma, poich?, come
costoro hanno avuto Cristo come pegno della loro salvezza (sebbene ancora non
fosse loro apparso), cos? anche noi riconosciamo lo stesso Dio che, anticamente,
si ? loro manifestato. Da qui, inoltre, si evince la differenza che esiste fra il
puro e legittimo servizio di Dio e i servizi falsi e bastardi che l?audacia perversa
degli uomini ha inventati successivamente per la frode di Satana. Inoltre bisogna
considerare il governo della chiesa, affinch? chi legge queste cose ritenga
che Dio ha sempre presieduto la sua chiesa e l?ha custodita, in modo tale che,
tuttavia, ? sempre stata addestrata e preparata alla guerra mediante la croce.
In questo si manifestano le funzioni appropriate della chiesa, o piuttosto ci ?
presentata come in uno specchio la gara che dobbiamo correre con i santi padri
per giungere alla meta della beata immortalit?. E adesso ascoltiamo Mos
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Calvino Giovanni
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